Le città in fiore: ecco come si trasforma lo skyline metropolitano

Di Alessandra Pon
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Photo credit: ph. Amy Presse Ph Urban Farmers Gestalten © - Hearst Owned
Photo credit: ph. Amy Presse Ph Urban Farmers Gestalten © - Hearst Owned

Potremmo chiamarla resilienza profonda, nel senso più letterale e concreto possibile: resistere e reagire all’avversità affondando le mani nella terra, scegliendo l’unico contatto e relazione “fisici” permessi da questi tempi di pandemia, cercando forza in quell’energia primigenia che fa nascere, sì morire, ma sempre sopravvivere. Almeno questa è la sensazione – e forse anche l’intenzione ultima – aprendo il libro Urban farmers di Robert Klanten e Andrea Servert (ed. Gestalten, in uscita il 29 aprile), un giro del mondo in tempi di viaggi impossibili per raccontare la colonizzazione delle città sotto la bandiera verdissima dei new farmers, che coltivano su tetti e terrazze conquistando il territorio per definizione più refrattario alla natura. Un fenomeno – è il caso di dire – già spuntato in fase pre-covid e che gli autori hanno però voluto fotografare proprio nell’ultimo anno, perché è in questi mesi che quel che era trend, hobby, protesta, amor d’autarchia è diventato, per l’appunto, più profondo.

Photo credit: Ph Courtesy Gestalten - Hearst Owned
Photo credit: Ph Courtesy Gestalten - Hearst Owned

A New York, Edgemere Farm nel Queens è stata una delle fattorie urbane pioniere, e non solo perché è nata quasi dieci anni fa in un lotto di terreno classificato “desertico”, ma perché ha da subito praticato la gestione open gate: chiunque può entrare e “sporcarsi le mani“, come spiegano Mike Repasch-Nieves e la moglie Vanessa, prima tra i tanti volontari e poi, da inizio 2020, gestori della farm. "Si resta quanto si vuole e, a fine lavoro, si porta a casa qualcosa. In un anno di crisi ha valore anche di sostegno economico". Fattoria lo è nel senso più ampio – si coltivano ortaggi e si allevano galline – e anche più circolare: gli scarti vegetali sono riciclati come fertilizzante e mangime, e nel programma di compostaggio sono coinvolte anche le attività vicine – ristoranti, bar, persino privati – da cui si recuperano i rifiuti alimentari. Si trova invece a Brooklyn, in un’ex area dismessa, la più grande coltivazione acquaponica outdoor, Oko Farms.
All’inizio, grazie a questa tecnica simbiotica che ricicla l’acqua di coltura dei pesci per l’irrigazione delle piante, cresceva solo basilico – l’erba aromatica fresca più richiesta di New York. Adesso, e nonostante il clima, riescono ad avere tre stagionalità e hanno aperto una scuola per insegnare l’acquaponica.

Photo credit: Amy Piesse Photography Urban Farmers, Gestalten - Hearst Owned
Photo credit: Amy Piesse Photography Urban Farmers, Gestalten - Hearst Owned

Agli antipodi per geografia, ma vicinissimo nella vocazione didattica, è il progetto portato avanti, a Melbourne, da Kat Lavers, una laurea in Scienza ambientale appesa tra vanga e rastrello, che ha capovolto, e non solo perché vive in Australia, gli effetti della sindrome Nimby, Not in my backyard: è proprio nel suo giardino, infatti, che ha deciso di sperimentare la permacultura, tecnica che consiste nel replicare in un terreno schemi e relazioni presenti in natura, in modo da avere una produzione spontanea ed 'eterna'. Kat l’anno scorso, da appena 100 metri quadri, ha raccolto 450 kg tra frutta e verdura, e nel suo nuovo ruolo di 'educatrice alla sostenibilità' per il governo di Melbourne si sta propagando con mandorli e quaglie (due agenti fondamentali) ben oltre il suo backyard.

Sulle conseguenze rivoluzionarie, in campo economico e sociale, di questa ripresa della Bastiglia urbana, crede e confida tra utopia e pragmatismo Frédéric Madre, che a Parigi l’ha portata in vetta all’Opéra con Opéra 4 Saisons, una rooftop farm di 2.500 metri quadri a coprire non solo il tetto, ma anche le facciate di quello che è uno degli edifici più discussi della città: "L’agricoltura urbana rende possibile creare nuovi posti di lavoro locali, combattere il fenomeno delle 'isole di calore', risparmiare energia all’interno delle case, riciclare le acque piovane, immagazzinare ossigeno e, nel complesso, aumentare il benessere e la qualità della vita'. Con il nome Topager, il suo studio di progettazione fornisce ora, chiavi in mano 'spazi urbani edibili' in tutta la Francia. E non si pensi che sui tetti di Parigi crescano solo frutta e verdure d’ordinanza. Le sorelle du Bessey sono diventate nel 2020 top-player della produzione di zafferano dissodando ogni possibile 'altura' cittadina, dai supermercati all’Institut du Monde Arabe, con la benedizione dell’archi-star Jean Nouvel. Viene da stupirsi che sia accaduto in un Paese dove il bel clima non è certo un atout, eppure una delle prime rooftop farms con annesso ristorante al mondo è stata ideata a Copenhagen, e si chiama Gro Spiseri. Apoteosi della filosofia km 0 nonché del farm to fork, durante la pandemia ha addirittura triplicato l’offerta, aggiungendo alla cena il pranzo e la colazione – il delivery si dava già per scontato.

Photo credit: ph Valery Rizzo, UrbanFarmers,Gestalten - Hearst Owned
Photo credit: ph Valery Rizzo, UrbanFarmers,Gestalten - Hearst Owned

Ma la visione più travolgente, a partire dal nome Rooftop Republic che democratizza il vetusto Alta Società, è l’impresa fondata da tre amici, ingegneri e manager nel sociale che stanno ridisegnando lo skyline di Hong Kong e di altre metropoli cinesi, grazie al capillare recupero di edifici in degrado o aree inutilizzate. Il motto è: every room a farm, ogni spazio può essere una fattoria, intendendo per fattoria un piccolo ecosistema sostenibile. "Quando mi sono trasferita a Hong Kong", ricorda Michelle Hong, più del 90 per cento del cibo era importato. Ho quindi cominciato a piantarmi il mio, e vorremmo diffondere il messaggio: il miglior modo per educare le persone al valore del cibo e del suo impatto sul pianeta è farle coltivare, mettere le mani nella terra ogni giorno». Come non augurarsi questo futuro: una repubblica high&tech fondata sulla saggezza contadina.