Le due Wonder Girls che vedete in copertina ci spiegano che ci si può ribellare

Di Maria Elena Viola
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Photo credit: Violeta Sofia
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From ELLE

Parliamo di ragazze. Ragazze che amano essere ragazze. Ragazze che fanno le ragazze. Si mettono i tacchi e si truccano, si vestono a volte di rosa. Ma non per questo sono dei cliché. Anche se indossano fiere la loro femminilità, nessuno è autorizzato a trarne conseguenze e mettere in atto tutti gli automatismi inspiegabili, di azione e di pensiero, di cui sono ostaggio le donne dall’anno zero in qua. Retaggi così remoti e radicati che nessuno si oppone. Né maschi né femmine, né predatori né vittime. Esempi. Una donna in minigonna un po’ se la cerca. Una donna che si ubriaca, se lui ne approfitta ci sta. Una donna che accetta un passaggio poi non può dirti di no. Eccetera. Anche i bravi ragazzi ci cascano. Anche le ragazze toste, se perdono il controllo, stanno zitte. Incredibile il potere dei condizionamenti culturali.

Le due Wonder Girls che vedete in copertina ci spiegano che invece ci si può ribellare. Una è Emerald Fennell, regista, sceneggiatrice, attrice. I fan di The Crown l’hanno già vista nell’ultima stagione nei panni di Camilla Parker Bowles. L’altra è Carey Mulligan, star senza bisogno di tante spiegazioni. Insieme hanno fatto un film, Promising young woman, in corsa per l’Oscar con cinque nomination, in cui la protagonista vendica un’amica vittima di abusi in modo non scontato, senza opporre violenza a violenza ma inchiodando gli autori di quell’aggressione e di altre, potenziali o reali, alle loro responsabilità. Lo fa in modo semplice, con una domanda banale, che spesso si pensa ma raramente si fa: Cosa stai facendo? A volte basta chiederlo per fermarsi.

Il tema dei retaggi culturali che spingono a perpetrare all’infinito convincimenti sbagliati, con colossale danno per tutti e per tutto – l’economia, il progresso, l’evoluzione della specie: giuro, non esagero – è il leitmotiv di questo numero. Purtroppo a farne le spese per prime, son sempre loro: le ragazze. Mi scoccia rimestare la solfa, ma stare zitte è peggio. Dunque, per secoli ci hanno detto che le ragazze non hanno molta attitudine per tutte quelle cose di numeri e di logica per cui è richiesta una mente analitica. Noi siamo quelle dell’empatia. Meglio l’arte. I libri! La maglia!! Ci abbiamo creduto. Di quante scienziate, fisiche, inventrici abbiamo privato l’umanità... Ora, non ch’io pretenda di fare da modello, asina ero asina, ma crescere con l’idea di essere “negate” per tante giovani della mia generazione era una cosa quasi scontata. Ne prendevamo atto senza rammarico, persino con auto-compiacimento. Quasi che il fatto di essere poco portate per i numeri fosse l'evidente contraltare di uno spiccato talento letterario. Tutte Jo March!

Lo pensava persino il mio prof di matematica, unico esemplare di maschio in un consesso di “signorine” attempate con cattedra di greco e latino. Dal giorno in cui gli lessi una poesia composta con meditato spleen per un concorso scolastico, divenni ai suoi occhi, e per madornale svarione, la Sylvia Plath della IV A. Giustificata a infischiarmene delle equazioni, esonerata dal coltivare un qualsivoglia rudimento su algebra e teoremi, con buona pace di Pitagora. Eppure c’è stato un tempo in cui le tabelline mi piacevano e che traevo un reale piacere dal senso di appagamento che ti dà risolvere un problema, sciogliere il nodo di un’operazione, scoprire il nesso tra una nozione all’apparenza astratta di fisica ed i suoi effetti sulla realtà. Quand’è che tutto si è interrotto? Intorno ai 13 anni, finite le medie. Oggi gli studi dicono che, a parità di capacità cognitive, le femmine tendono a maturare diffidenza verso le materie scientifiche via via che crescono, perché nessuno si aspetta che se ne occupino.

Abbiamo bruciato così carriere e vocazioni, creando una cultura che ha spinto le ragazze a boicottarsi da sole, a rattrappire i sogni, e forse col tempo anche le capacità, che tutto s’impara e s’accresce con l’uso, e chi si convince di non farcela poi per davvero non ce la fa. Per fortuna le cose stanno cambiando e mai come ora si punta a incoraggiare le bambine a non avere paura dei numeri e a avvicinarsi alle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Del resto, non fanno che ripetercelo, è lì che sono le professioni del futuro. Lì le opportunità per far decollare l’occupazione femminile. E proprio a questo abbiamo dedicato il nostro secondo appuntamento coi Mestieri. Le strade sono infinite e portano fino alla Luna. Non dico tanto per dire.

Speriamo di essere almeno un po’ d’aiuto a chi è inchiodato alla domanda di rito: cosa farò da grande? Non potendo fornire soluzioni, possiamo però offrire ascolto. Ci abbiamo provato raccogliendo alcune “lettere al futuro”. Un’idea nata quasi per caso intercettando le ansie dei più giovani in questo tempo “appeso” e pieno di ferite, non sempre visibili, la loro urgenza di essere guardati e guidati, riportati al centro, non messi sempre di lato, come le cose accessorie che finiscono nel cono d’ombra della coda dell’occhio e uno se ne dimentica. Il domani è loro, come lo è stato per noi questo presente. Togliamo almeno i nostri scatoloni, facciamo spazio. Il mondo è vostro. Riempitelo.

P.S. Il prossimo numero di Elle vi aspetta in edicola il 15 aprile. Scrivetemi pareri, commenti, consigli a direttoreelle@hearst.it