Le parole di Nando Dalla Chiesa a Emilia Cestelli, la cosa più dolce che possiate leggere oggi

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Photo credit: Jacopo Raule - Getty Images
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"Non so dove sia ora, anche se mi vengono in mente spazi immensi. So che sono fiero e felice di avere camminato al suo fianco per una vita intera". Le parole di Nando Dalla Chiesa per sua moglie Emilia Cestelli, morta alcuni giorni fa dopo una lunga malattia, sono la cosa più dolce che possiate leggere oggi oltre che la prova di un amore durato cinquant'anni che non si è mai spento, ma ha continuato a brillare e lo fa tuttora. "È partita. La ragazza di Vicolo Pandolfini, il luogo in cui ci giuravamo a Palermo amore eterno, se ne è andata dopo 50 anni. Provate qualche volta a riconoscerla in una stella. Potrebbe dirvi “sono io”, era uno dei suoi giochi preferiti. Così il professore ordinario di Sociologia della criminalità organizzata - da una vita impegnato nel costruire una cultura antimafia - ha salutato la moglie su Facebook. "Finora per discrezione non ve ne ho parlato. Nei prossimi giorni vi dirò qualcosa di lei, donna dal cuore grandissimo".

Intervistato dal Corriere della Sera, Dalla Chiesa ricorda com'è iniziato tutto: "Era il 1970, era compagna di banco di mia sorella Simona. Io facevo l’università a Milano. Un’estate, tornai e, in discoteca, vidi una biondina che ballava benissimo, allegra, leggiadra. Pensai: ma guarda che bella. Simona mi disse: è Emilia Cestelli. E io: ma come? La mattina alle sette, ero già sveglio in cucina, dissi a mia madre: mi sono innamorato". Da lì i primi approcci e una relazione epistolare durata cinque anni: "Le ho scritto anche dieci lettere in un giorno, lei rispondeva con inchiostro rosso". "Per conquistarla, Simona mi aveva consigliato di non dirle che era bella, come tutti, ma di andare su altro", racconta il professore, "Non fu difficile: amavo la sua intelligenza ironica, la sua leggerezza. Avevo ragione: è sempre stata acuta, divertente, sapeva prendere in giro senza esagerare e non è mai stata opprimente, nonostante le mie lontananze continue".

Quello che emerge è un amore viscerale, una comunione nata dalla condivisione fino in fondo e da una profonda stima reciproca. L'ansia degli anni del terrorismo, poi la strage di via Carini nel 1982 e il maxi processo a Cosa Nostra nel 1986: "Ne abbiamo passate tante. Abbiamo avuto un destino unico, così forte, e lei c’è stata in modo meraviglioso, aiutandomi a fare tante cose difficili". Dalla Chiesa ricorda l'anello che il padre portava quando venne ucciso: "Lo lavò lei, per evitare di sentirmi sciogliere il sangue di papà fra le mani". Poi una vita dedicata a qualcosa di più grande, in grado di unire ma anche - potenzialmente - di dividere: "Quando morì papà, gli promisi giustizia e capii subito che giustizia significava far crescere una cultura dell’antimafia. Andavo a parlarne anche in due città al giorno. Ero sempre via, avevamo due figli. È sbagliato dire che Emilia stesse un passo indietro, ha condiviso tutto e senza mai perdere la sua vena di allegria. Una delle ultime cose che mi ha detto è stata: tu hai dato un senso alla mia vita. E io: tu lo hai dato alla mia. E lei: quello che partiva eri tu. Le ho detto: ma tu eri quella che metteva sempre a posto tutto".

Dalla Chiesa ricorda anche la malattia, il dolore di sua moglie, i momenti più difficili all'ospedale, ma anche la serenità con cui ha visto andarsene la sua "biondina": "a modo suo", "con il sorriso" e il ricordo di una vita d'amore. "Quando ha fatto la sedazione" - ricorda - "mi sono messo accanto a lei e ho continuato ad accarezzarle i capelli e a ripeterle sottovoce le frasi d'amore di Vicolo Pandolfini, quelle dei vent’anni, nella 600. Lì ho scoperto qual è l’essenza di un matrimonio… Educare i figli, certo. La fedeltà, certo. Tutte cose vere, ma l’essenza è condividere la buona e la cattiva sorte: è questa la promessa che fai per il futuro. L’ho sentito profondamente mentre, per quattro giorni, sono stato ad accarezzarla. A sussurrare. E, nel dolore, anche a me fiorivano parole di 50 anni prima".