Le parole toccanti di Patrick Zaki all'Italia e agli italiani

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Photo credit: Michele Lapini - Getty Images
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Per diverso tempo l'Aula Magna dell'Università di Bologna ha tenuto esposte decine di sagome di cartone di Patrick Zaki, le stesse che poche settimane fa i suoi compagni di corso hanno voluto esibire durante la discussione della loro tesi di laurea al Master in Studi di Genere e delle Donne. Dopo 20 mesi di ingiusta detenzione, ormai abbiamo imparato a conoscerle le fotografie di questo sfortunato ragazzo, perseguitato dalla sorte e da un regime dittatoriale che non accenna a placarsi. Le abbiamo stampate nella nostra memoria eppure, se oggi potessimo vedere Patrick, faremmo fatica a riconoscerlo. Le torture, la reclusione, la lontananza da familiari e amici e il dispiacere di vedersi costretto ad abbandonare il master per il quale aveva vinto una borsa di studio europea lo hanno cambiato.

Photo credit: Ivan Romano - Getty Images
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Stando al racconto di quanti hanno potuto vederlo di persona un paio di giorni fa al tribunale di Mansoura, che per l'ennesima volta ha rinviato il processo, stavolta al 7 dicembre, Zaki è molto dimagrito, i suoi capelli lunghi sono tenuti fermi da un codino mentre una folta barba gli copre il volto triste, sfiduciato. Con i pochi che riescono a rivolgergli un saluto o una parola di conforto ostenta ottimismo, ma dentro di sé è inquieto e nell'angusta gabbia dove è stato fatto accomodare in manette per prendere parte all'udienza non riesce proprio a stare fermo. A sorvegliarlo non uno, ma ben cinque poliziotti che scoraggiano chiunque cerchi di avvicinarsi a Zaki: solo la sua avvocatessa Hoda Nasrallah ha diritto a rivolgergli la parola.

Photo credit: Michele Lapini - Getty Images
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"Te lo ricordi ancora l'italiano, Patrick?" – gli chiede una voce amica. "Sì, così così. Io studio" – risponde lui, senza nascondere la sorpresa. "Come stai?" – gli domanda, stavolta in inglese, un'inviata di Repubblica. "Bene, sto bene, non è poi così male qui – risponde Zaki, che approfitta di questa finestra di libertà per mandare un breve messaggio all'Italia e agli italiani che da mesi seguono con preoccupazione la sua vicenda –. Grazie. Grazie davvero a tutta l'Italia. Torno presto. Io torno presto. Voi non vi dimenticate di me". Proprio come i protagonisti degli antichi miti greci, Patrick chiede solo di essere ricordato. La sua però non è una gloriosa epopea, ma un'insopportabile ingiustizia, odiosa anche ai più cinici e indifferenti.

Photo credit: Michele Lapini - Getty Images
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La sopravvivenza di Patrick Zaki dipende in gran parte da quanto saranno capaci i rappresentanti delle istituzioni a non spegnere i riflettori su questa triste vicenda. Anche se ormai la speranza di un'assoluzione sembra avere abbandonato la sorella e il padre del ragazzo: l'auspicio per la prossima udienza di dicembre è che si concluda con una condanna lieve che definisca con certezza il termine di una pena, altrimenti destinata a non trovare fine.

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