Le tante squalifiche di atlete dalle Olimpiadi ci fanno chiedere se non sia ora di cambiare le regole

·5 minuto per la lettura
Photo credit: FADEL SENNA - Getty Images
Photo credit: FADEL SENNA - Getty Images

Brianna McNeal, la campionessa olimpica 2016 nei 100 metri ostacoli che il mese scorso si è qualificata con la squadra statunitense, non avrebbe mai pensato di dire a nessuno, se non a suo marito e, come ha poi spiegato, al suo consigliere spirituale, dell'aborto che ha avuto nel gennaio 2020. Certamente non l'avrebbe voluto condividere con il World Athletics, l'organo di governo mondiale dell'atletica leggera, tantomeno con l'opinione pubblica. Qualcosa, a posteriori, aveva vagamente lasciato intuire, quando, intervistata dopo la qualifica nella finale delle prove olimpiche, aveva detto: "Voglio piangere in questo momento. Ragazzi, non capite quello che ho passato quest'anno. Sono solo molto emozionata". 

GUARDA ANCHE - I grandi esclusi dalle Olimpiadi

Poco dopo, tutto è cambiato. McNeal, 29 anni, è stata infatti sospesa per cinque anni per "manomissione nel processo di gestione dei risultati" in relazione al fatto che non avesse effettuato un test antidoping, due giorni dopo l'aborto. L'atleta s'è giustificata dicendo che in quel momento era "a letto per riprendersi dalla procedura" e di non aver sentito l'ufficiale antidoping arrivare alla porta d'ingresso della sua casa a Northridge. In altre due interviste, McNeal ha ripercorso la vicenda, sottolineando quanto si stesse sentendo "obbligata a divulgare le informazioni personali" per combattere un divieto di doping e per riabilitare il suo nome. 

Questo contenuto non è disponibile a causa delle tue preferenze per la privacy.
Per visualizzarlo, aggiorna qui le impostazioni.

Per ora, però, la sua difesa non ha convinto la Corte Arbitrale dello Sport in Svizzera, che in una decisione rilasciata venerdì 9 luglio, ha confermato la sua squalifica di cinque anni, il che significa che McNeal non avrà la possibilità di difendere il suo titolo olimpico e salterà i prossimi due Giochi estivi. La corte ha anche aggiunto un'altra penalità, tale per cui McNeal è ora squalificata da tutti gli eventi dal 13 febbraio 2020 al 14 agosto 2020 e per questo dovrebbe rinunciare a tutte le medaglie, i premi e i soldi vinti in quel periodo. Delle autorità antidoping dello sport, la campionessa americana ha detto aggiunto: “Dicono che stanno proteggendo gli atleti puliti, ma io non mi sento affatto protetta. Mi sento come se fossi stata giudicato per questa decisione così importante che ho preso e che ha davvero influenzato per sempre la mia vita".

Ma le storie di atlete eliminate all'ultimo dalle Olimpiadi 2020 sono molteplici. La scorsa settimana, anche la sensazionale Sha'Carri Richardson, centometrista favorita per l'oro, ha fatto notizia, questa volta non per la sua velocità incredibile, ma perché è risultata positiva alla marijuana. L'Agenzia mondiale antidoping vieta l'uso di cannabinoidi, perché sostiene che possa essere pericoloso per l'atleta assumerne, che non aderisce allo “spirito dello sport” e che può dare un "miglioramento delle prestazioni" per alcuni atleti. (Sebbene siano necessarie ricerche più conclusive, una revisione accademica del 2017 ha rilevato che il THC non migliora le prestazioni aerobiche). 

Questo contenuto non è disponibile a causa delle tue preferenze per la privacy.
Per visualizzarlo, aggiorna qui le impostazioni.

Le prime parole di Sha’Carri Richardson su quanto emerso sono state un'ammissione: "sono umana", ha scritto su Twitter. La velocista non ha, dunque, alcuna intenzione di cercare scuse. Potrà solo dimostrare che l'assunzione della sostanza è avvenuta lontano dalle competizioni e che non le ha dato alcun vantaggio in gara. Il tipo di sostanza e l'età potrebbero aiutarla a incassare una squalifica minima: ma già un solo mese di stop non le consentirebbe di partecipare alla prova individuale.

Questa settimana, Christine Mboma e Beatrice Masilingi, due diciottenni della Namibia che aspiravano alle Olimpiadi, sono state escluse dalla corsa dei 400 metri alle Olimpiadi perché, come riportato dal Comitato Olimpico Nazionale della Namibia, i loro livelli naturali di testosterone sono stati ritenuti troppo alti. Questa sentenza si basa sulla controversa politica del World Athletics sugli atleti con differenze di sviluppo sessuale (DSD), che richiede che i livelli di testosterone di tutte le concorrenti donne scendano al di sotto di un certo livello se partecipano a determinati eventi. Questa regola non si estende agli atleti di sesso maschile. La settimana prima, l'ostacolista di 400 metri CeCe Telfer, la prima donna apertamente transgender a vincere un titolo NCAA, è stata ritenuta non ammissibile per la competizione nelle prove a ostacoli dei 400 metri perché i suoi livelli di testosterone non soddisfano le regole di idoneità per l'evento. Per gli uomini, in sostanza, il testosterone naturale più alto della media è un vantaggio competitivo, mentre per donne è una minaccia per la loro carriera. 

Questo contenuto non è disponibile a causa delle tue preferenze per la privacy.
Per visualizzarlo, aggiorna qui le impostazioni.

Questa nuova ondata di squalifica ci dice, forse, che alcune delle attuali linee guida delle competizioni sportive hanno un impatto pesante ed ingiusto sulle donne, in particolare sulle donne di colore e sugli atleti che potrebbero non rientrare nella definizione arbitraria di genere del World Athletics. "L'atletica leggera - scrive Megan DiTrolio su Marie Claire Usa - ha un disperato bisogno di mettersi al lavoro, con la consulenza di esperti e con l'ascolto del feedback degli atleti, nella stesura di nuove linee guida. Questo lavoro è duro e complicato; queste conversazioni possono essere impegnative. In un certo senso, è un territorio inesplorato. Ma questo non lo rende indegno o inutile. Molte delle attuali sentenze sono redatte con il pretesto di far rispettare l'equità. Ma ci sono modi per promuovere l'equità nello sport senza calpestare anche il diritto di un atleta a essere trattato in modo giusto". 

Come spesso abbiamo detto, parlando di un topic complesso come quello delle atlete transgender (perché il dibattito è a senso unico e riguarda le persone che hanno compiuto transizione da maschio a femmina), è davvero tempo di rendere lo sport accessibile e veramente inclusivo per tutte le persone, comprese quelle che, secondo alcuni, non si adattano alle norme di genere prescritte. È tempo di eliminare l'alleanza performativa e fornire supporto agli atleti in gravidanza o che stanno cercando di rimanere incinta, che sono mamme, che allattano, che hanno abortito o che cercano cure riproduttive. È tempo di rendere la salute mentale di tutti i corridori una priorità assoluta. È tempo di fare i conti. Mentre celebriamo le Olimpiadi a più grande partecipazione femminile come sono queste di Tokyo, non dimentichiamo quelli che non hanno avuto la possibilità di arrivare, per motivi forse non del tutto sensati, sulla linea di partenza. Il tema è immenso, ma mai come ora abbiamo gli strumenti per poter provare a navigarlo. 

Il nostro obiettivo è creare un luogo sicuro e coinvolgente in cui gli utenti possano entrare in contatto per condividere interessi e passioni. Per migliorare l’esperienza della nostra community, sospendiamo temporaneamente i commenti sugli articoli