Le voci dei rivoltosi pro Trump che hanno invaso il Campidoglio: cosa dicono, cosa pensano

Di Enrico Pitzianti
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Photo credit: BRENDAN SMIALOWSKI - Getty Images
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From Esquire

Trump aveva chiesto ai suoi supporter di marciare verso il Campidoglio per “dare l’orgoglio necessario ai repubblicani più deboli per riprendersi il paese” e lo aveva fatto senza giri di parole: “stiamo per incamminarci su Pennsylvania Avenue”, aveva detto, e così è stato. I rivoltosi trumpiani hanno marciato verso il luogo simbolo della democrazia statunitense e lo hanno fatto per bloccare la conferma simbolica del voto di novembre, vinto da Joe Biden. E ci sono riusciti, i parlamentari sono stati scortati all’esterno e il Capitol Building è stato invaso e momentaneamente occupato. Si è trattato di un evento eccezionale, mai accaduto prima, che molti osservatori hanno definito surreale, soprattutto perché non c’è stata una risposta netta delle forze dell’ordine, che in alcuni casi hanno dimostrato estrema gentilezza verso i riottosi golpisti, accettando di scattare selfie con loro, accompagnandoli giù per le scale a braccetto o lasciando per ore in bella vista un cartello con su scritto “Pelosi è Satana” su un’auto governativa (Nancy Pelosi è la presidente democratica e italoamericana della Camera).

Che la situazione si facesse così critica non era previsto, ma sul posto erano comunque presenti vari giornalisti, sia a seguire la manifestazione che dentro al Campidoglio, dove si tenevano i lavori per la conferma del presidente eletto Joe Biden e della sua vice, Kamala Harris. Alcuni dei reporter hanno intervistato i manifestanti, sia prima che dopo che si dimostrassero dei golpisti. Lo ha fatto per esempio Aymann Ismail di Slate, che ha seguito prima la manifestazione, poi l’assedio e infine ha seguito l’“esercito di Trump” fin dentro alla sede del parlamento federale in cui ha fatto irruzione. Dal racconto di Ismail si capisce innanzitutto che la manifestazione aveva sin da subito brutte intenzioni, e che non si è trattato di pochi isolati estremisti, “è quasi finita! Ci andiamo a prendere il Campidoglio!” gli ha urlato un manifestante già ore prima che venissero rotte le finestre, calpestati documenti, distrutte parti del mobilio e vandalizzati muri e porte con scritte come “Uccidere i giornalisti”. Quei giornalisti, poco dopo, sono stati attaccati davvero a bastonate e le loro apparecchiature in certi casi rubate o distrutte, come una videocamera di Associated Press. Insomma, si è trattato di una pagliacciata, ma di una pagliacciata molto concreta e pericolosa: al momento si ha notizia di 13 feriti e 4 morti.

Durante le interviste dello stesso Ismail i supporter di Trump si sono giustificati dicendo che “questo è niente in confronto a cosa fanno gli antifa”, e che la loro era una “protesta pacifica”. A quel punto il giornalista di Slate ha fatto notare agli intervistati che erano entrati con la forza, e armati, nella sede del parlamento, e come risposta ha ottenuto “be’, almeno non stiamo distruggendo niente”, così ha mostrato loro delle foto di oggetti e parti dell’edificio distrutte, ma senza riuscire a far capire ai suoi interlocutori l’assurdità di ciò che stavano affermando. Uno dei cartelli che rende meglio l’idea era quello brandito da una donna (il gruppo “Women for Trump” è stato tra i primi ad appoggiare la marcia di ieri) che diceva “Se fossimo stati di sinistra staremmo facendo una rivolta” che è precisamente quello che stavano facendo.

Photo credit: SAUL LOEB - Getty Images
Photo credit: SAUL LOEB - Getty Images

Anche un giornalista dell’Atlantic, Jeffrey Goldberg , era presente sul posto e ha descritto scene di vero e proprio fanatismo, come quando un gruppo di manifestanti gli ha detto che la loro intenzione era di “fermare il furto delle elezioni” perché “se non lo fa Mike Pence allora deve farlo qualcun altro”. Fanatismo politico, ma anche religioso: altri manifestanti hanno detto più volte a Goldberg che Trump secondo loro è “un agente di Dio e di suo figlio, Gesù Cristo”. Non a caso insieme alle bandiere con su scritto in stampatello “TRUMP” c’erano anche quelle “JESUS 2020”. Il simbolismo para-religioso e da fanatici paranoici era rappresentato soprattutto con lo sciamano di QAnon, Jake Angeli, un trentenne complottista di Phoenix che è stato molto fotografato perché entrato in Campidoglio vestito da bufalo, cioè uno degli animali più rappresentativi della tradizione dei nativi statunitensi, oltre che di un passato mitico della nazione intera.

L’assurdità della serata di ieri si è vista anche in alcuni plateali controsensi: i manifestanti avevano le bandiere con la “thin blue line”, cioè una bandiera americana ma in bianco e nero e con una sottile linea blu che rappresenta le forze di polizia (il motto è “Blue lives matter”, contrapposto all’originale “Black lives matter”) eppure hanno urlato alle (pochissime) forze dell’ordine presenti “Traditori!” e in alcuni momenti di tensione le hanno attaccate con gas lacrimogeni, bastoni e la minaccia concreta di uno scontro armato. Ma d’altronde i manifestanti che hanno obbedito all’invito golpista di Trump si lamentavano, a loro volta, di un golpe dei democratici. Di cui però, a differenza del tentativo sovversivo di ieri, non esiste alcuna prova.