L'esperienza del teatro in carcere diventa un documentario, emozionante

di Ilaria Solari
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

From ELLE

Sei donne sedute su un palco rispondono alle domande del pubblico. L’ultima arriva come una stilettata: la vostra vita avrebbe potuto essere diversa? A rispondere è una donna bionda, l’unica tra loro con un accento del Nord. Lo sguardo è duro, dietro si intuisce un carico pesante di dolore: con voce ferma risponde di no. Pochi minuti dopo la polizia riporta lei e le altre nel carcere di alta sicurezza di Vigevano, che ospita le detenute appartenenti alla criminalità organizzata, a cui è assegnato un regime detentivo separato da quello dei carcerati comuni.

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

Alcune di loro hanno alle spalle famiglie dai nomi pesanti, pezzi di storia delle organizzazioni criminali. “Donne Caino”, le definisce Mimmo Sorrentino, drammaturgo e regista, che le ha accompagnate nel progetto teatrale Educare alla libertà, aiutandole a scrivere e mettere in scena l’origine del male di cui si sono rese responsabili secondo la giustizia: un viaggio di scavo che le ha portate a esibirsi nelle aule magne delle università, nelle accademie e nei teatri. Le ha soprattutto aiutate a spezzare le catene di un destino familiare che a molte sembrava irrevocabile. Un’esperienza ora raccontata in Cattività, documentario di Bruno Oliviero su Prime Video e dal 12 marzo su Chili, CGDigital e iTunes.

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

«Ho raccolto le loro storie», ricorda Sorrentino, «ciò che mi hanno detto e anche ciò che non sapevano di avermi detto. E infine ho chiesto loro di recitare le testimonianze di altre compagne». «Quando ho sentito la mia storia pronunciata da un’altra mi sono pietrificata», confessa Carla, che ha scontato la pena e s’è rifatta una vita lontano da Napoli coi figli, ma ancora non riesce a pronunciare parole come carcere, o cella. «La psicologa dice che ho un blocco, ma il lavoro di rimozione più potente è cominciato là dentro: ed è solo nelle parole di un’altra che realizzi che quella vita era vera».

«Ascoltarle è scioccante», continua Sorrentino. «La droga, le armi, i morti ammazzati, le sparatorie: snocciolano vissuti traumatici come se non si fossero mai davvero viste, non fossero mai riuscite ad adottare uno sguardo esterno. E quando si vedono riflesse nelle parole delle altre crollano. L’affidare a un’altra la propria storia ha prima di tutto un valore drammaturgico. Ma ha anche insegnato loro a condividere, a vedere che il tuo dolore è anche il dolore dell’altra». Come ricorda Nando Dalla Chiesa, docente di Sociologia e metodi di educazione alla legalità (figlio del Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, vittima di mafia), che le ha invitate alla Statale di Milano, all’origine di quasi tutte le storie c’è la figura di un padre: «Irrompe il bisogno di fare i conti con questa tempesta di affetto e di potere», scrive in un’appendice a Il teatro in alta sicurezza (Titivillus) il libro in cui Sorrentino ha raccolto i testi e la storia di questa esperienza.

«Sono contesti familistici patriarcali», continua il drammaturgo, «dentro cui l’universo femminile è schiacciato, non ci sono modelli di donne che non siano succubi. Immaginatevi che forza dirompente ha la detenuta che scrive al marito, recluso al 41 bis, e ai familiari per chiedere di continuare a fare teatro fuori». Fuori, dove tutto è nuovo, «dove donne abituate a maneggiare milioni si ritrovano fare le badanti, le operaie e sono contente: perché col teatro hanno incorporato un metodo, sanno che le cose si possono vedere da prospettive diverse». O, come ha spiegato loro lo psicoanalista Massimo Recalcati partecipando al progetto, hanno imparano il lavoro lento del perdono, che assomiglia a quella tecnica giapponese che usa l’oro per riparare i vasi rotti: «così le crepe, le ferite diventano preziose e il perdono diventa la possibilità di fare della ferita una poesia. È una specie di resurrezione».