Letizia Battaglia: "Non voglio essere solo una fotografa, ma una donna che fa cose"

Di Eugenio Giannetta
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Photo credit: ERIC CABANIS - Getty Images
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From Harper's BAZAAR

Ho impiegato sei mesi a scrivere questo pezzo. Non ero pronto. Avrei potuto sbobinare l’intervista, fare un’introduzione, confezionarlo, titolarlo e consegnarlo, ma non volevo andasse così. Ho procrastinato e mi sono convinto che avrei potuto farlo la settimana dopo, e poi quella dopo ancora, che alla fine è diventata un mese, poi due, tre, e il resto è storia di queste poche righe. Perché scriverlo proprio adesso? Perché, semplicemente, è il momento. Volevo fosse il momento giusto, proprio come quando si scatta una foto. Volevo emergesse la vita, come in tutte le cose che ha fatto la protagonista di questa intervista. Volevo, insomma, raccontare una storia attraverso le parole di un’altra persona. Giornalisticamente ho mancato alcune occasioni per attualizzarlo: l’uscita del suo libro Mi prendo il mondo ovunque sia (Einaudi) scritto con la giornalista Sabrina Pisu, ad esempio, oppure la polemica sulle foto della Lamborghini.

Volevo questo pezzo fosse anche per lei, Letizia Battaglia, la fotogiornalista italiana più famosa e premiata al mondo. Lei che mi ha detto tre cose per cui credo si possa fare uno strappo alla regola dell’attualità. Uno: le piace il Gin Tonic, ma è in cerca della tonica perfetta, e accetta suggerimenti. Due: vorrebbe vivere per un periodo su una nave da sola, ed è riuscita a farsene regalare una. Tre: ha letto l’intervista che ho fatto al fotografo Paolo Di Paolo per Harper’s Bazaar e (scherzando) mi ha detto che non le dispiacerebbe avere un amore platonico con lui: «Ah ti volevo dire una cosa: quel fotografo che hai intervistato…». «Chi? Paolo di Paolo?». «Sì, mi è piaciuto tantissimo, è colto, intelligente… Quanti anni ha? Mica si vuole fidanzare con me?».

Photo credit: ERIC CABANIS - Getty Images
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Come hai iniziato con la fotografia?

All’inizio non fotografavo per passione o per esprimere me stessa. Ho iniziato a Milano per pagare l’affitto. Ho iniziato senza sapere niente di linguaggio fotografico o dei fotografi che erano vissuti prima di me. Lavoravo come giornalista per il giornale L’Ora, a Milano, e proponevo i miei servizi. Loro mi dicevano sempre: “E le foto?”. Una mia amica mi regalò una macchinetta e così ho iniziato, ma la passione è venuta dopo. Per tre anni a Milano ho fotografato cose meravigliose, poi L’Ora mi ha chiamata per dirigere il servizio fotografico ed ero felice di tornare a Palermo, perché ero partita come una disgraziata e tornavo con un ruolo. La passione è iniziata lì, quando ho iniziato anche a guardare cosa facevano gli altri fotografi. Diana Jarvis è stata la mia prima maestra. Poi ce ne sono stati altri e la fotografia è diventata un modo per esprimere me stessa. In quegli anni ho cominciato a raccontare la realtà tramite la fotografia e non sono mai più stata sola.

Chi era Letizia Battaglia prima di diventare una fotografa?

Ero una ragazza bellina, che cercava l’amore, la giustizia, cercava di rendersi indipendente come persona, ma ancora non lo era, perché sono nata e cresciuta davvero solo con la macchina fotografica. Prima non avevo la forza per gestire me stessa e ho fatto tante cretinate. Poi sono stata in analisi e ho trovato la spinta giusta per scoprire chi fossi. Cercavo di essere amata, più che cercare l’amore.

A marzo hai compiuto 85 anni. Che rapporto hai con gli anni che passano?

Ho una potenza quasi arrogante. Mi sento forte e interessante. Il mio corpo non è all’altezza della mia testa. Il mio corpo ha 85 anni, ma la mia testa no. La mia testa non ha età. Sono nei miei tempi, forse più avanti dei miei tempi, e il mio corpo mi fa disperare, ma mi sento bellissima.

Photo credit: NurPhoto - Getty Images
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Cosa possono fare le donne per cambiare le cose?

Le donne devono fare politica. Devono andare in Parlamento, a decidere, e devono andare in Europa. Le donne dovrebbero riuscire a capire quello che sono: madri di questo mondo che devono amministrare diversamente, togliendone il veleno. Credo che presto faremo una rivoluzione. Credo ci sia un movimento che sta nascendo. Io ne farò parte, anche se con il bastone.

Qual è oggi il valore della fotografia?

Negli anni Settanta e Ottanta ho visto grandi fotografi, i migliori. Oggi tutto questo pullulare di social, Instagram, Facebook, ha svalutato il senso della fotografia. Fotografare non è fare un bel paesaggio o un bel ritratto. Fotografare è andare oltre la banalità. E non ha importanza lo strumento, ci sono tante persone che sanno usare lo strumento, ma per ottenere quello che vuoi davvero, devi lavorarci tanto. È un lavoro che ha a che fare con la cultura, con la psiche, con la pittura del Cinquecento, con tutta la tua persona. Se sei uno che non ama le donne, fotograferai in quel modo. Se hai sofferto, fotograferai con tristezza. Oggi ci sono grandi fotografi, ma credo manchi la genialità.

Poi ad un certo punto della tua vita hai preso le distanze dalla fotografia.

Non ho mai preso le distanze. Ho fatto politica perché volevo fare di più. All’epoca c’era il movimento dei Verdi e fui eletta consigliera comunale. Ero felice perché facevo qualcosa per Palermo. È durata nove anni. La macchina fotografica la portavo sempre con me e facevo qualche scatto, ma non potevo davvero fotografare. Quando finì con la politica, tornai alla fotografia. Ma io non sono né una politica, né una fotografa, sono una militante, sono stata teatrante e regista. Non voglio essere solo una fotografa, ma una donna che fa cose.

Interrompe per una sigaretta, mi chiede quanti anni ho e mi dà in modo affettuoso del ragazzetto, poi mi dice: «Sono stanca. Possiamo riprendere domani mattina?».

Photo credit: Laura Lezza - Getty Images
Photo credit: Laura Lezza - Getty Images

*** [Il giorno dopo]

Cos’è per te la fotografia?

Guardavo poco fa il viso di Diana Jarvis. Non l’avevo mai guardata così, ma c’era una tristezza, una disperazione nel suo viso. Per me la fotografia è esprimere me stessa, tenendo a mente tutto quello che è stato fatto prima e rispettandone la composizione. Tutto ciò mi aiuta a mettere ordine nella mia vita. La fotografia è stata il sostegno della mia vita. Può essere arte o non esserlo, ma ha le possibilità per diventare arte, che per me è rivoluzione. Se un artista non è rivoluzionario, non è un artista. La fotografia è come scrivere musica o un libro, è una gran cosa per chi la sceglie.

Che influenza ha avuto sulla tua vita lavorare alle foto di mafia?

Credo che lavorare per un quotidiano come L’Ora sia stata una grande opportunità. Benché avessi già 39 anni sono cresciuta politicamente e intellettualmente. Fotografare di mafia è stato orribile, devastante, umiliante, e accorgersi di cosa stava accadendo mi ha fatta crescere con la volontà di cambiare questa situazione. Fotografare la mafia è stata tutte queste cose e anche un bel po’ di paura. Non era facile vivere una vita normale, fu devastante. Ricordo che con Franco Zecchin la sera ci guardavamo con tristezza, perché erano avvenute cose brutte, nonostante noi cercassimo tanto altro fotograficamente e umanamente. Ci suonava il telefono alle 6 del mattino e ci batteva il cuore a mille. All’epoca ho avuto anche pudore a far uscire qualche foto, ma oggi penso si debba sbattere in faccia al mondo ciò che succede. Un fotografo può avere un ruolo di denuncia. Parlo chiaro perché voglio che le cose cambino: vorrei sentire dalla mia barca in mezzo al mare che la mafia non c’è più.

Photo credit: Laura Lezza - Getty Images
Photo credit: Laura Lezza - Getty Images

Come è cambiata Palermo oggi?

La città è più moderna, le ragazze più avanti, non vedi più timore nei loro sguardi, sono come le ragazze di Milano o Parigi. C’è più vita di un tempo. La mafia c’è ancora, ma è incuneata tra politica e società e va dove ci sono i soldi, non solo in Sicilia.

Centro Internazionale di Fotografia: come sta andando?

Il centro riceve pochi soldi, ma proviamo a fare mostre importanti e far venire grandi nomi, perché è bello per i fotografi incontrarsi. Il centro è però soprattutto un luogo di resistenza, rivoluzione culturale e crescita.

Un po’ come tutto quello che ha fatto nella vita: un luogo di crescita e rivoluzione. Ci salutiamo, e le assicuro di inviarle la foto di quell’acqua tonica secca di cui sono innamorato e che vorrebbe provare per scovare il Gin Tonic perfetto. Quella foto non l’ho ancora mandata, ma lo farò. Promesso. Cin cin.