Limonov: "Tutta Europa sta insorgendo contro la tolleranza"

Nicola Mirenzi

Prima di andarsene, senza dire una parola alle persone accorse ad ascoltarlo con il luccichìo negli occhi, aveva avvertito in questa intervista di maneggiarlo con cura: “Ma che volete da noi russi? Il russo non è una persona allegra. Anzi, è testardo, spesso scontroso, un orso. Come me”. L’appuntamento con Eduard Limonov – scrittore che ha narrato la sua vita avventurosa, tra criminali moscoviti, punk sovietico, club gay di New York, e poi anche agitatore politico anti-putiniano, fondatore del partito nazional-bolscevico, il cui simbolo è una bandiera nazista con la falce e il martello al posto della svastica – è al Cremlino, palazzo romano degli anni venti, opera di Carlo Broggi, soprannominato così perché a lungo vi hanno abitato alcuni dirigenti del Partito comunista italiano: “La trovo una coincidenza splendida”, dice Limonov all’HuffPost.

È in Italia per presentare il suo romanzo, Il Boia, ancora inedito nel nostro paese, tradotto dalla Sandro Teti Editore. C’è molto sesso sadomaso, molta alta società newyorkese, molta emigrazione dell’est. Claudia Marchionni, giornalista che lavora a Mediaset, l’ha convinto ad andare a casa sua a parlarne: “Anche io, quando ero giovane, discutevo di libri negli appartamenti. Verrò”. Dopo l’intervista con noi, per un’oretta ha gironzolato per casa aspettando che gli dessero la parola. Ha firmato qualche autografo. Si è sottoposto, malvolentieri, ai selfie. Ha mangiato lardo di colonnata, qualche fettina di formaggio, burrata. Ha bevuto acqua, solo acqua, benché qualcuno, pensando alle sue vecchie performance alcoliche, avesse osato una timida bottiglia di vodka standard: “Sto terribilmente invecchiando. Tra poco, compirò 77 anni. Ho un fastidioso problema alla bocca. Non riesco a masticare bene, né posso bere alcolici. Le basta, o vuole continuare a mettere il becco dove non deve?”. 

Ha atteso, con la guardia del corpo Dimitri sempre al suo fianco, che anche l’ultimo ospite...

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