Linn, la figlia di Ingmar Bergman e la sua musa Liv Ulmann, ha scritto un libro sulla sua famiglia mitica

Di Elena Fausta Gadeschi
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Photo credit: Keystone - Getty Images
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From ELLE

Un nome ingombrante con cui si rifiutò sempre di farsi chiamare. Linn Ulmann, la più giovane dei nove figli avuti dal regista svedese Ingmar Bergman, non perdonò mai il padre di averla abbandonata all’età di tre anni insieme alla madre Liv Ulmann per convolare a nozze con Ingrid Karlebo von Rosen. Ed è forse anche per questo che decise di assumere il cognome della madre, continuando a farsi chiamare Linn anziché Karen Beate, vero nome di battesimo mai utilizzato. I suoi genitori si erano conosciuti nel 1965 quando il regista era giunto all’isola nordica di Farö per girare Persona con la bellissima Liv. Era la prima volta che l’attrice norvegese prendeva parte a una pellicola del maestro e sul set i due si innamorarono. Nell'estate dell'anno successivo nacque Linn. Ai tempi lui era ancora sposato con la pianista Käbi Laretei, ci fu uno scandalo, lasciò la moglie e si trasferì ad Hammars con Liv. Ma la loro storia durò lo spazio di appena qualche anno perché poi, nel 1969, i due si lasciarono. Linn era solo una bambina e quello della famiglia resterà un ideale a cui aspirare tutta la vita, prima nei suoi sogni d’infanzia e poi nelle sue invenzioni letterarie.

Photo credit: Sunset Boulevard - Getty Images
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Ora che Linn Ulmann è cresciuta ed è un’affermata scrittrice non ha potuto esimersi dal ripercorrere la vita dei suoi “genitori bambini”, che amavano raccontarsi storie e rifugiarsi nell’arte, dimenticandosi di quella bambina che più di chiunque aspirava a diventare grande. Nasce con queste suggestioni il romanzo di Linn Ullman Gli inquieti, l’ultima fatica letteraria della scrittrice svedese, edita in Italia da Guanda. Inquieti come il freddo mare che lambisce la piccola isola di Farö del mar Baltico, inquieti come i suoi genitori che si lasciarono e ritrovarono innumerevoli volte sui set cinematografici (Liv divenne la musa di Ingmar e recitò in dieci suoi film, l’ultima volta nel 2003 in Sarabanda), ma anche come i personaggi protagonisti di molti film del maestro, che ha sempre vissuto in maniera angosciata e problematica il suo rapporto con Dio e con la morte.

Photo credit: Sunset Boulevard - Getty Images
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Fu proprio a causa della sopraggiunta morte di Bergman che Linn nel 2007 non poté terminare le sue “conversazioni paterne”, un ciclo di sei incontri che padre e figlia avevano programmato per quell’anno per parlare della vecchiaia ed esorcizzarne la terribile paura che Ingmar provava. Aveva paura di perdere la parola, la memoria. "Invecchiare è un lavoro duro", diceva. Per questo aveva sentito il bisogno di scrivere un libro sul tema, a quattro mani con la figlia. Seguirono telefonate, lettere, incontri per raccogliere il materiale e intanto passarono i mesi. Come spesso accade nei rapporti umani il momento adatto non siamo noi a sceglierlo, ma è la vita, e quando finalmente Linn si decide a raggiungerlo, capisce di essere arrivata troppo tardi: alla fragilità fisica è sopraggiunto il declino mentale e i ricordi del padre stanno gradualmente scomparendo.

Photo credit: Ron Galella - Getty Images
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Naufragato il progetto, Linn Ulmann archivia i nastri delle loro registrazioni in soffitta dove restano per 10 anni. Nel 2017 suo marito li ritrova e l’autrice decide di riprendere in mano l’idea del romanzo, lavorando con i materiali che ha a disposizione. Non le resta che immergersi nei ricordi e reinventare la storia, mettendo il materiale biografico a servizio dell’invenzione. Ne viene fuori la storia di un padre pieno di strane manie (come quella delle finestre chiuse e delle tende tirate: aveva il terrore degli insetti e non sopportava la luce), una madre viaggiatrice e una figlia cresciuta tra gli scaffali della libreria della nonna, “che le ha insegnato a chiamare le cose con il loro esatto nome”. La storia di una bambina che non vede l'ora di crescere e che alla fine così diversa dagli inquieti genitori non è.

“Ho guardato foto e letto lettere, li ho sentiti raccontare di quando erano insieme, ho sentito raccontare di loro, ma la verità è che non si può mai sapere molto degli altri, specie dei propri genitori, di certo non se i genitori si sono sempre ostinati a trasformare la propria vita in storie, che hanno poi raccontato con sovrana indifferenza verso ciò che era vero e ciò che non lo era" – scrive l'autrice, che in questa miscela di ricordi e finzioni si scopre alla perenne ricerca di una madre e di un padre che non nomina mai nelle pagine del libro, ma che avverte il bisogno di far rivivere nel proprio passato, fatto di continue partenze, rigide regole, telefonate intercontinentali, fratelli e sorelle scoperti per caso e siderali distanze, che solo sulla carta riesce a colmare, mentre riflette sul concetto di perdita e memoria, arte e vita.