L'inquinamento nella storia dell'arte è un racconto visivo che inizia nell'Ottocento

Di Alessia Musillo
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Photo credit: Courtesy Tate Britain
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Il pittore JMW Turner non ne era completamente consapevole, ma, oggi, i pigmenti rossi e verdi che hanno colorato i cieli dei suoi dipinti sono la prima testimonianza dei livelli di inquinamento dell'aria di un paio di secoli fa. All'epoca, si sapeva poco e niente circa l'inquinamento e, anzi, nessuno scienziato fino al 1829 si preoccupò di tracciare le polveri nocive che fluttuavano nel cielo. Le fabbriche nascevano, i treni si diffondevano velocemente, i vulcani esplodevano - come nel caso dell'indonesiano Tambora, origine nel 1815 di 36 miglia cubiche di roccia frantumata nell'atmosfera e causa, l'anno successivo, di 365 giorni di fila senza estate.

Photo credit: Mike Lyvers - Getty Images
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Dura doverlo ammettere, ma, spesso, i tramonti dai colori bellissimi quanto curiosi che vediamo nei dipinti del Turner artista e incisore inglese - un po' rossi, un po' arancioni - non sono frutto della natura, anzi. Per tutto l'arco della sua vita, dal 1775 al 1851, l'intellettuale si trovò a rappresentare una natura disarmata davanti allo sfrecciare delle prime locomotive a vapore e dei primi fumi delle fabbriche. Appena prima di deporre il pennello, vide anche la Gran Bretagna affermarsi come il simbolo definitivo del potere coloniale e industriale. C'è da dire che il panorama tutto comignoli costituiva l'orizzonte preferito di Turner. Oggi che la (quasi) integra produzione del pittore inglese è in esposizione al Tate Britain, nella mostra dal titolo Turner's Modern World, dimostra quanto l'artista fosse attratto anche dalle conseguenze dei cucuzzoli dei treni in funzione o di quelli industriali accesi. Sporco ma bello, forse il lavoro più celebre è Pioggia, vapore e velocità (1844) - raffigurante una locomotiva sfrecciare sotto una pioggia britannica - e con esso Turner, per la prima volta nella storia dell'arte, immortalava l'inquinamento e i simboli della massimizzazione e del progresso. Da quel momento fino a oggi, la contaminazione atmosferica è parte integrante della produzione artistica e letteraria.

Photo credit: DEA / M. CARRIERI - Getty Images
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Dopo Turner furono i futuristi a raccontarla. Fumo e vapore si vedono bene nel quadro di Umberto Boccioni, Officine a Porta Romana, dove l'attuale Piazza Trento è un orizzonte di comignoli industriali sbuffanti che affondano nel cielo. Anche se nel ventesimo secolo non troviamo molti altri artisti a celebrare con un tale tono omaggiante l'industrializzazione, nei secoli a venire le fabbriche e il progresso ebbero la meglio sulla natura (con tutte le conseguenze di cui oggi siamo al corrente).

Dal passato più recente, cioè dagli Anni Cinquanta e Sessanta, il designer Buckminster Fuller propose di costruire un'ernome cupola geodetica sopra a Manhattan - in modo da ridurre al minimo gli effetti dell'inquinamento e i danni causati dalle tempeste di neve. Entrati nel periodo clou delle prime conseguenze del cambiamento climatico, rappresentarlo visivamente è un'esigenza tangibile per molti: se lo vediamo, esiste. Dall'artista americana Andrea Polli, che, con il suo progetto Particle Falls, rappresenta la qualità dell'aria attraverso una cascata di luci, alla ricercatice Nerea Cavillo, che, grazie al suo In The Air racconta l'inquinamento mediante videoclip, oggi l'aria è un'opera d'arte. Se Turner non lo faceva con ambizione di denuncia, non conoscendo affatto il punto in cui saremmo arrivati, gli artisti di oggi, al contrario, producono per dimostrare o manifestare quanto la situazione ci stia sfuggendo di mano. Il punto è non fare in modo che resti solo un (tentativo) artistico.