L'Italia detiene il record di giovani che né studiano né lavorano e, detto tra noi, non è carino

Di Elisabetta Moro
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Photo credit: Getty Images
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From Cosmopolitan

Li chiamano "NEET" con un acronimo inglese che sta per Neither in Employment or in Education or Training oppure, se preferite, per Not (engaged) in Education, Employment or Training. In italiano c'è anche chi li chiama "nè-nè" ma sembra quasi un vezzeggiativo e diciamo che non è proprio il caso. Comunque vogliamo chiamarli, il concetto rimane sempre lo stesso: si tratta di giovani tra i 15 e i 34 anni che, terminata la loro formazione, si trovano in una sorta di limbo, non lavorano, non studiano e spesso non sono nemmeno alla ricerca di un impiego. Vengono mantenuti dalla famiglia e sono in aumento anche a causa della pandemia e della crisi economica. Pensate che, secondo l'ultimo rapporto trimestrale su Occupazione e sviluppi sociali in Europa, l'Italia ha raggiunto numeri da record, tanto che i giovani NEET rappresentano il 28,9% mentre la media europea è all’11,6%. È un quadro preoccupante che mostra come sia importante intervenire al più presto.

"I dati ci mostrano come la crisi attuale sta avendo un impatto negativo soprattutto sui giovani e non solo sull’occupazione, ma anche sull’istruzione e la formazione", si legge infatti nel rapporto. Gli aumenti più forti del tasso dei NEET si sono visti in Austria, Irlanda (+3,4% per entrambe) e in Spagna (+3,1%), mentre la Lettonia ha registrato il calo maggiore (-1,1%). L'Italia si colloca al primo posto come numero di giovani né impiegati né studenti, risultando così il Paese europeo con il quadro peggiore seguita da Bulgaria (15,2%) e Spagna (15,1%) che comunque mostrano percentuali più basse. Questa situazione non è una novità perché sono già diversi anni che l'Italia mantiene questo triste primato, solo che - con la crisi economica - rischia di peggiorare ulteriormente. Il report mostra infatti una perdita di reddito da lavoro senza precedenti che ha colpito in particolar modo i lavoratori già svantaggiati, come i giovani e i precari con contratti a tempo determinato.

"La Commissione ha mobilitato tutti i mezzi a sua disposizione per sostenere gli Stati membri, in particolare attraverso lo strumento Sure, sostenendo i programmi nazionali di lavoro a orario ridotto", ha spiegato il commissario Ue per il lavoro, Nicolas Schmit.
"Inoltre, la nuova garanzia per i giovani sosterrà lo sviluppo delle competenze e dell’esperienza lavorativa, soprattutto in aree rilevanti per le transizioni verdi e digitali", ha aggiunto. La situazione è difficile e chi ne fa le spese sono i lavoratori meno stabili o non ancora avviati. "Porre i giovani al centro di queste transizioni sarà la nostra priorità durante la ripresa", ha confermato Schmit e noi ci auguriamo che il nostro governo si impegni su questo punto. Dire che i giovani sono il futuro non è solo una frase fatta, sostenere le nuove generazioni valorizzandole come una risorsa preziosa dovrebbe essere una priorità.