L'Italia ha il tasso di natalità più basso d'Europa, la Francia uno dei più alti. Come mai?

Di Francesca Bussi e Giulia Cappellin
·12 minuto per la lettura
Photo credit: Guido Mieth - Getty Images
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From ELLE

Bebé match: Francia vs. Italia 2-1. L'Italia ha il tasso di natalità più basso d'Europa, la Francia uno dei più alti. Come mai? L'abbiamo chiesto a due colleghe della redazione di Elle diventate mamme durante la pandemia, una a Milano e l'altra a Parigi. Leggete qui: vi accorgerete che un motivo c'è...

Francesca, mamma di Cloe, nata a Milano

"A me ha salvato Instagram. E WhatsApp e Zoom e Skype. Ma Instagram più di tutti: seguo ogni tata della nanna, consulente dell’allattamento, fata delle prime pappe che posti consigli e frasi motivazionali. Insomma: sono una neomamma nel 2021. Al proverbio africano sull’intero villaggio che serve a crescere un bambino ci credo, ma il mio villaggio è virtuale e tappa i buchi del sistema.

Photo credit: courtesy
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Prima. Ho scoperto di essere incinta mentre il mondo scopriva il covid. Questo ha reso la gravidanza prima, il puerperio poi, estremamente solitari. Ogni tanto mi dico che ho partorito di nascosto come le gatte: tappata in casa per paura del coronavirus, quasi nessuno mi ha vista col pancione. A causa dell’emergenza, il mio compagno è stato da subito escluso da ogni visita: Cloe l’ha conosciuta quando era solo un minuscolo battito cardiaco e poi direttamente al parto, senza mai vederla crescere nelle immagini sfocate delle ecografie, costretto ad aspettarmi fuori dall’ospedale. Un percorso carico di aspettative è così diventato un peso. Dico “peso”, perché il calendario di esami delle donne incinte in Italia è davvero impegnativo. Una gravidanza, soprattutto se geriatrica – termine odioso che qualcuno ancora usa per indicare chi diventa madre dopo i 35 anni – è estremamente controllata, in un Paese dove le nascite sono merce rara (Istat stima, perché ancora i dati definitivi non ci sono, che nel 2020 siano nati circa 400.000 bambini, 20.000 in meno dell'anno precedente, confermando il trend di denatalità che ha portato l'indice di fecondità al record negativo di 1,18 figli per donna).

Mi sono resa conto in fretta di una cosa: quando sei incinta, soprattutto durante una pandemia, il pubblico funziona, ci sono eccellenze come la clinica Mangiagalli, l’ospedale milanese dove ho partorito, ma avere un’assicurazione privata può spostare gli equilibri in maniera decisiva. Senza Silvia, l’ostetrica che mi ha assistita, forse non avrei affrontato il parto così fiduciosa: venivo da tre settimane di monitoraggi e un’induzione anticipata, ma la notte in cui è nata Cloe non ho mai avuto paura. È stato il momento che desideravo, con solo Marco e Silvia a incitarmi, una bolla di quiete paradossale, culminata nel momento in cui mi hanno appoggiato mia figlia sulla pancia, col suo peso esatto. E poterci far ricoverare in una camera singola, finalmente tutti e tre insieme, ci ha sicuramente aiutato a imparare a fare i genitori.

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Dopo. La maternità s’impara, a me questo sembra chiaro. Il legame biologico si fa strada da solo, a morsi. Il sapere pratico, invece, va tramandato da una donna a un’altra, ed è qui che una neomamma rischia di trovarsi spaesata: alle dimissioni l’ospedale prenota la visita di controllo per il neonato e ne raccomanda una ginecologica per la mamma dopo 40 giorni. Il resto è spesso lasciato all’intraprendenza personale; la sensazione è che il sistema dimentichi un po’ che nell’equazione c’è anche una mamma nel pieno del puerperio. Ti ritrovi a gestire insieme al papà un fagotto che maneggi come fosse un pacco bomba, tra stanchezza, acciacchi, crollo ormonale e, nel mio caso, solitudine. La paura di contagiarsi con una neonata è altissima. Ho incastrato un colloquio con una consulente dell’allattamento, venuta a casa a seguirci per una mattinata, poi di nuovo in lockdown. Per fortuna ho iniziato a frequentare i consultori familiari, scoprendo che funzionano molto bene, anche se sono ancora pochi (uno ogni 35.000 abitanti). Lì mi hanno aiutata a pesare Cloe, hanno organizzato corsi di massaggio infantile e svezzamento.

Per tutto il resto, mi sono rivolta al mondo virtuale. Nelle lunghe ore con mia figlia addormentata sul petto, ho cercato informazioni online sul misterioso mondo dei neonati. Instagram è stato una certezza, così visuale, immediato: ho capito come liberare in breve un ingorgo mammario, affrontare scatti di crescita e regressioni. Mi sono affidata alle influencer della maternità, e loro mi hanno teso una mano attraverso lo schermo. Il contatto umano con altre madri è la cosa che mi è mancata di più. La pandemia ha limitato i corsi preparto e i gruppi mamma bambino, quei percorsi gratuiti che dovrebbero aiutare le madri a fare rete. Con il pancione, ho partecipato solo a tre incontri via Zoom sui rudimenti, il travaglio, le prime ore di vita del neonato. Però l’ospedale mi ha fatto un grande regalo: ha messo in un’unica chat WhatsApp tutte le donne che avrebbero partorito nel mio stesso periodo. Sulle chat di mamme si fa spesso ironia; so bene che, agli occhi di un estraneo, anche io potrei rientrare tra quelle che chiamano “pancine”. E invece quella sfilza di messaggi col passare dei mesi si è rivelata confessionale ironico e gruppo di autoaiuto, con sedute terapeutiche in videochiamata: oltre 60 donne, ognuna con la propria storia alle spalle, che si sostengono a distanza, condividendo il bello e il brutto della vita. Dove non arriva il sistema, arriviamo noi. Il pediatra non ti risponde? Manda una foto del pannolino e ti dico se anche mia figlia fa la cacca così. Devi richiedere gli assegni familiari? Ti aiuto io con la procedura.

Speciale Famiglia. Mentre scrivo, Cloe mi dorme in braccio. Tra qualche tempo, io e il suo papà ci avvicenderemo, toccherà a lui stare a casa con lei, mentre io tornerò definitivamente al lavoro. Una fortuna inaspettata, dovuta a un regolamento interno della sua azienda, che innalza a sei invece di una le settimane di congedo di paternità. Sarà bello per loro legarsi, sarà difficile per me staccarmi dopo tanto: ho scelto la maternità obbligatoria dopo il parto proprio per avere più tempo con Cloe. Poi verrà l’asilo, scelta che abbiamo voluto fare ben consapevoli che i posti disponibili sono pochissimi persino in una grande città come Milano – 25,5 ogni 100 bambini sotto i 3 anni su scala nazionale. E le alternative, per chi non può contare sui nonni, sono molto costose. In chat si scambiano pareri e si confrontano rette. Il comune apre il bando a inizio anno per settembre: senza certezza di rientrare in graduatoria si fanno sacrifici per i nidi privati (che al mese costano più del mutuo, alcuni arrivano a 11.000 euro l’anno) e si incrociano le dita in attesa del bonus asilo nido. Anche per quanto riguarda i "ristori" statali sono ormai diventata una cultrice della materia: mi aspetta l’ultimo passaggio, l’assegno unico che da luglio spetterà a tutte le famiglie con figli under 21 a carico. Mamme, vi aspetto al varco su WhatsApp.

Giulia, mamma di Alma, nata a Parigi

La gravidanza, per i francesi, è uno dei tanti projets che costellano la vita di un individuo. Come tale, richiede di maneggiare una buona dose di burocrazia, ma ripaga in prestazioni e diritti. Arrivo dall’Italia alla fine del settimo mese, in ottima salute, esami in regola. Ma il mio dossier per la Francia è tutt’altro che in regola. Una donna francese s’iscrive a una maternità entro la quattordicesima settimana, io faccio domanda alla trentesima. I posti sembrano tutti già prenotati. Un paio di settimane prima del mio arrivo (marzo 2020) però, la mia candidatura viene accolta. Abbiamo conquistato anche noi un posto in sala parto.

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Prima. La Maternité des Lilas esiste dagli anni ’70 ed è nota per la sua militanza femminista. Sulla facciata principale campeggia un grande stendardo colorato con corpi tondeggianti di donna. Al centro la scritta “Your body is powerful”. All’interno si respira un’aria rilassata. Mentre là fuori si scatena la tempesta epidemiologica, quest’oasi per gestanti e neomamme con bebè mi sembra un luogo sicuro. Ospita un unico reparto clinico, l’Unité kangourou, dedicato ai prematuri e ai neonati più fragili. A Parigi puoi partorire in molti luoghi diversi: ospedali tradizionali, maternità pubbliche, cattoliche, private, semi-private, maisons de naissance. Oppure in casa. Il mio ideale è un parto fisiologico con bassi livelli di intervento medico. Mi illudo che, come per le altre cose importanti della vita, sia una questione di allenamento. A causa della pandemia i corsi preparto si sono fermati, così le sale yoga, le piscine. Persino i parchi sono sbarrati. Non mi resta che utilizzare gli 11 piani del palazzo per tonificarmi a livello cardiaco. Una volta un condomino, che incrocia il mio pancione nel vano scale, mi apostrofa dicendo «Le nascerà un piccolo atleta!». Il resto del tempo lo si passa online. Navigando alla ricerca dei fondamentali del parto e non solo. Instagram fornisce ispirazioni fenomenali. Profili per mamme in cerca di empowering, account di doule, professioniste di thalasso bain bébé (metodo per bagni rilassanti dei neonati). In Francia il concetto più in voga è quello di “quarto trimestre”: il postpartum non sarebbe altro che il quarto trimestre della gravidanza e può essere affrontato con naturalezza se si conoscono i bisogni specifici del corpo della donna. Mi tuffo in un mondo affascinante. La bibbia delle madri al naturale s’intitola Bien vivre le quatrième trimestre au naturel di Julia Simon (Ed. First, da settembre disponibile anche in italiano). Al suo interno tutte le risposte alle mie domande, i consigli sull’alimentazione, l’allattamento, il sesso post parto (questo sconosciuto!). Mi nutro anche di podcast. Trovo persino il racconto delle prime donne che partoriscono in pandemia. Voci che a loro modo mi rassicurano. Sento il bisogno di una sorellanza virtuale, in quel deserto di scambi umani. A mitigare la mia solitudine c’è poi la sofrologia (una tecnica di rilassamento dinamico, volta ad armonizzare corpo e mente e a trasformare le fobie in pensieri positivi), pratica qui molto diffusa. Viene proposta alle gestanti per non subire il parto ma prepararsi a viverlo in piena coscienza. Un’amica in corso di specializzazione mi propone una decina di sedute, guidandomi via Skype. Mi è di grande aiuto, anche per tenere a bada le ansie che il nuovo virus ti recapita a domicilio. A metà maggio ci "deconfinano" e Alma nasce dopo poco, fortunatamente non in isolamento. È stato un cesareo d’urgenza e il ricordo più bello è sicuramente il pelle-a-pelle che la bimba e il papà, seduti a fianco a me, hanno compiuto avvolti stretti in un paio di asciugamani. Ognuno aveva dato il suo contributo.

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Dopo. Quando ti stai riprendendo da un parto e inizi a familiarizzare con il corpo di un neonato, concentrarsi sui gesti barriera è un’impresa difficilissima. Le mascherine mi ricordano insistentemente che l’emergenza non è conclusa. Non posso ricevere visite, il partner è ammesso solo nelle ore pomeridiane e non può trattenersi la notte. È un inizio abbastanza rude, per quanto tutto il personale cerchi di sostenerci in molti modi. Al ritorno a casa, temo di essermi dimenticata tutte le informazioni ricevute. Per fortuna mi trovo in mano un plico di istruzioni che scandiscono le tappe successive. Un’ostetrica passerà da noi entro 24 ore, devo prenotare una visita pediatrica tra il sesto e il decimo giorno del neonato, la rieducazione perineale e addominale è prevista per dopo l’estate. Tutto chiaro. Ma noi, nel nuovo quotidiano, che cosa dobbiamo fare per preservarci dal contagio? L’idea di ammalarmi mi dà i brividi. Sogno di abbracciare la mia mamma, o mostrare la piccola a qualche amico. Invece evitiamo di nuovo ogni contatto. Ci consolano pizze e gelati Picard. Il congedo di paternità è stato una solida certezza in quelle prime settimane deliranti. L’azienda di mio marito aderisce al Parental Act, portando a 22 gli 11 giorni ordinari concessi al secondo genitore. La sua presenza continua lo rende ben presto il mio doppio. Una mamma perfetta e senza sbalzi ormonali. Ogni settimana dobbiamo recarci al centro Pmi (Protection maternelle et infantile) per pesare e controllare la piccola Alma. Anche lì è ammesso un solo genitore, così ci alterniamo, annotando tutto su un quaderno (le astuzie delle puericultrici sono merce preziosa!). L’equipe ci accompagna durante quell’estate, tra quesiti, inquietudini, prime conquiste e vaccinazioni. Sono attimi di condivisione, in cui germoglia la nostra coscienza di genitori.

Speciale famiglie. A settembre, con i contagi in rialzo, la decisione se affidare o meno Alma a un asilo nido è piuttosto combattuta. Un po’ alla cieca consegniamo la domanda di iscrizione prima della sua nascita, sesso e nome ancora incerti. I piccoli francesi entrano al nido a partire dai due mesi e mezzo. E vanno iscritti dal sesto mese di gravidanza. L’assistenza all’infanzia è uno dei pilastri fondamentali della società francese ed è ben regolamentata. Solo nel nostro quartiere tra asili nido, scuole materne e altre strutture si contano una novantina di indirizzi. Nidi municipali, associativi, familiari, micronidi, nidi d’impresa… Ecco svelato il segreto del tasso di fertilità francese (1,84 figli per donna), uno dei più alti in area EU. Insieme probabilmente ai sostegni fiscali, concessi in base al numero di figli. Lo scatto più vantaggioso arriva al terzo figlio, quando l’imposta sui redditi di una famiglia si dimezza. Si direbbe quasi che i francesi allarghino le famiglie per ragioni di risparmio. Noi siamo solo al primo figlio, ma questa rete articolata ci ha permesso di attraversare la bufera pandemica con qualche cinghia di sicurezza in più.

Maternità: il confronto in cifre

Tasso di fecondità In Francia è di 1,84 figli per donna, in Italia di 1,18. Congedo di maternità (obbligatorio) In Francia: 16 settimane tra prima e dopo il parto; dal terzo figlio, 26 settimane. In Italia 5 mesi (20 settimane). Congedo di paternità (obbligatorio) In Francia 11 giorni, in Italia 10. Bonus bebè In Francia, sotto un certo reddito, bonus alla nascita di 947 euro; per le famiglie con figli sgravi fiscali fino al 50% dell'imposta sul reddito. In Italia, da luglio 2021, assegno unico mensile per chi ha figli sotto i 21 anni. Nidi In Francia, accolgono bambini dai due mesi ai tre anni, sono pubblici o privati con costi variabili secondo il reddito, tutti soggetti a credito di imposta. In Italia, ci sono posti per circa un quarto dei bambini da sei mesi a tre anni. Costi variabili secondo il reddito.