Lo sfogo di Luca Argentero e Cristina Marino sul diritto alla privacy della figlia non è esagerato

Di Monica Monnis
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Photo credit: Claudio Lavenia - Getty Images
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Luca Argentero e Cristina Marino i riflettori li hanno scelti, voluti, desiderati. E hanno capito immediatamente che il pacchetto (bomba) con scritto fama e popolarità a lettere cubitali non conteneva solo, per restare in tema, tanti dolcetti ma anche più di uno scherzetto. Tipo vedere spiattellato sui giornali il resoconto di una giornata no quando non vorresti nemmeno vedere il tuo riflesso allo specchio, gli scatti di un pancino sospetto e i rumors su una presunta gravidanza pubblicati prima di aver avuto il tempo di dirlo di persona agli amici veri, i dettagli privati che spesso sono inventati e quando sono veri invece non avresti mai voluto che diventassero di dominio pubblico. Ecco, Luca e Cristina l'hanno capito e interiorizzato (a giorni alterni). Ma Nina Speranza Argentero no. Il suo status di figlia di ha nessun valore in termini di giustificazioni, il suo cognome non è il nulla osta per finire in prima pagina (a cinque mesi) con due miseri pixel sul viso, sia per rispetto del minore sia per osservanza della decisione di mantenere l'anonimato presa dai genitori. Per questo lo sfogo (sacrosanto) di Luca Argentero e Cristina Marino sul diritto alla privacy della figlia Nina Speranza deve essere uno spunto per una riflessione importante.

Le parole di Luca Argentero e Cristina Marino vomitate con veemenza contro alcune testate che hanno postato "il viso riconoscibile" della figlia Nina senza il loro consenso nascondano una verità indiscutibile. Il diritto di un genitore di scegliere il bene per il proprio figlio senza essere costretto, fondamentalmente da un estraneo, a invertite la rotta. "Siamo indignati, schifati e rammaricati di come la parola 'rispetto' venga a mancare davanti al denaro", hanno scritto in tandem su Instagram, "siamo disgustati nel vedere come i direttori di due giornali permettano che la faccia di una neonata venga pubblicata", per poi sottolineare quanto a loro avviso sia "immorale venire meno alla volontà di un genitore [...] e illegale postare il viso riconoscibile di un minore". Il discorso adesso verrà trattato "nelle giuste sedi", ma ormai il dado è tratto, e non si può più tornare indietro.

Così è arrivata la decisione "forzata" di mostrare il viso di Nina nelle storie di Instagram "per evitare accanimento e speculazione" e l'idea di far vendere ai giornali finiti nel mirino "qualche copia in meno", seguendo l'esempio di altre coppie di personaggi pubblici che per prevenire situazioni spiacevoli hanno deciso di mostrare i propri figli sui social ed essere così padroni del proprio storytelling. Ogni riferimento (non) puramente casuale a Fedez e Chiara Ferragni, che hanno scelto di mostrare da subito il volto di Leone per tagliare la testa al toro e decidere loro in prima persona cosa/come/dove/perché raccontare la loro famiglia e allo stesso tempo evitare i paparazzi sotto casa.

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Magia

A post shared by Luca Argentero (@lucaargentero) on Sep 26, 2020 at 1:20am PDT

Senza andare a scomodare la deontologia giornalistica che sarebbe qui alquanto macchinoso, il concetto di diritto alla privacy è alquanto semplice. In un mondo sempre più votato al fuori, all'essere sempre connessi e ritracciabili, al volersi mostrare a tutti costi e anche in situazioni tradizionalmente considerate riservate (specchio di una società che fondamentalmente ci vuole privi di una reale intimità), non significa che tutto sia lecito e consentito. E questo rispetto è giusto pretenderlo, tutti, nessuno incluso. Trick or treat?