L'ottimismo si impara? Sì, secondo la psicologia

Di Laila Bonazzi
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Photo credit: Justin Lambert - Getty Images
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From Marie Claire

Rinunce, rinvii e risparmi. Sono i tre atteggiamenti degli italiani rilevati dall'ultimo Rapporto Coop di settembre. Niente di nuovo per il nostro Paese. In fondo è la terza volta che lo facciamo negli anni 2000 (11 settembre, crisi finanziaria del 2008 e ora Covid-19) e in qualche modo siamo sempre andati avanti. Come sempre, però, nel mezzo della tempesta fatichiamo a vedere la luce. Per questo l'84% ha deciso di rinviare un'attività o un progetto di vita (figli inclusi) e il 73% ha modificato i comportamenti in un'ottica di risparmio.

Chiara Ferrari, che dirige la divisione Public Affairs di Ipsos, è già da febbraio che cerca di capire il nostro umore e, insieme al suo team, pone regolarmente le stesse domande nel sondaggio L'Italia ai tempi del Coronavirus. «Già la rilevazione di metà settembre conferma, come le precedenti, che tra la preoccupazione per il virus e quella per il lavoro continua a prevalere la prima», spiega Ferrari. Una tendenza che è peggiorata rapidamente nel giro di poco più di un mese a causa delle ultime notizie sul contagio da Covid-19 in Italia. Nell'aggiornamento del sondaggio di Ipsos al 20 ottobre il 65% degli intervistati è preoccupato per le questioni sanitarie, mentre il 26% di quelle economiche (perdita di reddito, lavoro, risparmi). Infatti per quasi 9 italiani su 10 siamo vicini alle seconda ondata di contagi e il timore prevalente (45% delle persone) è quello di contagiare i propri cari, specie se anziani o soggetti a rischio, più che contrarre il virus personalmente (27%). Difficile mostrarsi ottimisti di questi tempi.

Ma sono più ottimisti le donne o gli uomini? «In psicologia le differenze di genere sono quasi inesistenti: tutti gli studi in questo ambito smentiscono che ci siano differenze di atteggiamento pessimista-ottimista tra uomini e donne», chiarisce Antonella Delle Fave, professoressa di Psicologia presso l'Università degli Studi di Milano ed editor in chief del Journal of Happiness Studies. È specializzata nello studio degli effetti positivi della mente in condizioni di malattie croniche o disagio e conferma che ormai è scientificamente provato che un atteggiamento ottimista ha conseguenze positive sullo stato di benessere complessivo: «Per essere efficace si parla di ottimismo realistico, ovvero bisogna guardare la situazione nella sua interezza, individuare gli obiettivi possibili e impiegare le nostre risorse per raggiungerli. In generale gli studi transculturali non individuano negli italiani una spiccata indole ottimista, ma nella situazione attuale, per esempio, trovo che abbiano inquadrato bene gli aspetti di negatività dell'epidemia per poi affrontarla meglio: abbiamo visto il rischio e lo abbiamo messo in conto, tenendo atteggiamenti di prudenza». Delle Fave spesso illustra questi temi agli eventi del movimento Mezzopieno, che con varie attività vuole diffondere una cultura della positività, della fiducia e della pratica costruttiva, senza negare l'esistenza di nessuna delle due metà del bicchiere.

«In psicologia esistono due correnti di pensiero, che non sono in contrasto. I primi studi, degli anni 70/80, trattano ottimismo e pessimismo come caratteristiche stabili con cui le persone nascono: una persona ottimista ha aspettative positive nei confronti di eventi che ritiene importanti nella sua vita. Si chiama ottimismo disposizionale. Successivamente Martin Seligman ha teorizzato un altro approccio (tra i suoi libri, il bestseller Imparare l’ottimismo, ndr): abbiamo aspetti innati del carattere, penso a qualcuno come Alex Zanardi, ma che si possono modificare o rafforzare con l'insegnamento, i modelli sociali, le esperienze. Si parla quindi di "ottimismo appreso". Non solo nei bambini, ma anche negli adulti». Non sorprende di sentirla citare molti colleghi statunitensi in questo ambito: «Siamo società diverse e noi abbiamo una visione più disincantata. Alcuni studiosi americani hanno cercato di quantificare il margine di azione individuale in una situazione negativa, quella parte su cui abbiamo il controllo, ma nessuno studio è valido. Dipende troppo dal contesto. Quel che si può dire è che esiste sempre uno spazio di intervento, più o meno ampio. Non vuol dire che saremo in grado di ribaltare la situazione, magari però di migliorarla o di lavorare su noi stessi. Comprendere una realtà in modo realistico è il primo passo per vedere le opportunità in una circostanza sfavorevole».

Parlare di opportunità in questi frangenti sembra strano, «questa esperienza collettiva, però, andrebbe messa a valore: la pandemia è stata una catastrofe ma può diventare occasione di cambiamento», spiega Chiara Giaccardi, professoressa di Sociologia e antropologia dei media presso l’Università Cattolica di Milano. Ha appena pubblicato Nella fine è l’inizio (con Mauro Magatti, Il Mulino), un titolo ottimista? «Di speranza come passione del possibile, per parafrasare Kierkegaard. Gli italiani possiedono una capacità di resilienza dimostrata nella storia e negli ultimi mesi. Questo non significa adattarsi a sopravvivere, a "ripartire", ma reinventarsi e continuare a credere che si può vivere una vita piena di senso». Se l'ottimismo si può imparare, conclude Giaccardi, «la resilienza va sostenuta dalle istituzioni, che devono avere una visione di ciò che bisogna costruire e cambiare non solo sul breve termine».