Lous and the Yakuza, l'icona europea dell'inclusione in esclusiva per Elle

di Ilaria Solari
·7 minuto per la lettura
Photo credit: Manuel Obadia Wills
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From ELLE

Il Dilemme della canzone che l’ha resa famosa e in pochi mesi le ha procurato un successo planetario è già tutto lì, in quella voce vellutata e bollente che ha un’eco di graffi sul fondo. «Nella mia testa succedono cose strane, chérie», volteggia tra sussurri e risa Marie-Pierra Kakoma, in arte Lous and the Yakuza, alludendo al conflitto di estremi senza sintesi o composizione che anima la sua storia, la straripante personalità, la sua musica, un soffice mix di trap, r&b e pop. Divisa tra un passato “buio”, come dice lei (tra il Congo, dove è nata, le periferie belghe in cui ha raggiunto la madre esule, il Ruanda del post-genocidio, dove con la nonna ha di nuovo atteso di ritrovare la mamma, e l’ultima fuga solitaria in Belgio, quando prima di diventare famosa ha vissuto per strada) e un’irriducibile gioia di vivere: «Ero una bambina felice e lo sono ancora, nonostante tutto. Così felice che a volte mi fa male». Contrasti che palpitano anche nel nome che si è scelta: Lous, letto a ritroso soul, cioè anima, e yakuza, che in giapponese significa perdente e comunemente si riferisce al crimine organizzato: «Se vogliamo tradurlo, ne esce qualcosa come “spirito del perdente”»: Lous scherza sulle ombre con cui ha imparato a convivere. E celebra ostinatamente la sua resilienza disegnandosi sulla fronte lo stesso simbolo: una figurina stilizzata con le braccia rivolte al cielo: «Vuol dire accettazione, mi impegno ad abbracciare tutto ciò che la vita mi riserva». Compreso questo successo improvviso che ha travolto la sua vita, l’ha resa in pochi mesi bandiera europea dell’inclusione, volto di brand come Chloé e Louis Vuitton, le ha permesso di pubblicare qualche giorno fa il suo primo album, Gore, preceduto da un singolo, Amigo: «sembra una canzone sull’amicizia ma parla di me (ride): ho imparato a considerarmi la mia miglior amica, a portare pace alla mia mente. È come guarire dopo una battaglia».

Quale battaglia?

Quella della vita, o almeno del suo lato oscuro.

Per questo canta: "La vita non fa regali"?

Regali alla fine me ne ha anche fatti, ma quando ho scritto questa canzone la mia esistenza era buia. E anche ora, ogni dono che arriva è sempre associato a un grande fardello: finalmente ho visto avverarsi alcuni dei miei sogni, ma non riesco più a vedere gli amici, non riesco più a dormire. L’altro lato della medaglia è sempre abbastanza tosto.

Come descriverebbe il nuovo album?

È una ricerca costante di verità, ho cercato di essere più onesta che ho potuto, talvolta in modo brutale: in queste canzoni c’è roba cupa e cruda perché la vita sa essere cruda, persino coi bambini.

Photo credit: Courtesy photo
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Sta meglio quando accede a queste verità?

La mia mente trova pace: dicono che la verità fa male, a me dà sollievo, perché finalmente so. Non sapere, quello fa male, le menzogne uccidono. Quando sono in studio a scrivere è come se tenessi il mio cuore tra le mani, è un’esperienza unica e intima, non ne ho mai abbastanza.

Qual è la canzone di cui va più orgogliosa?

Quella non è la parola giusta, se me la sente dire mi fermi. L’orgoglio chiama in causa l’ego e questo non mi piace, cerco di tenerlo più lontano che posso dalla mia vita, ne ho già abbastanza in circolo.

Ha un'immagine molto curata: quanto c’è di Marie-Pierra in Lous?

Vibriamo entrambe della stessa energia, siamo la stessa persona. Quando mi vedete cantare Dilemme non interpreto un personaggio, tutto è basato sulle mie parole, sulle esperienze personali. Persino le scritte sulla mia faccia: le ho da quando ero piccola, mi scarabocchiavo mani, viso, ginocchia, mia madre non si dava pace, era la mia strabordante volontà di esprimermi. Anche ora, lo vede quanto parlo? Ecco, forse Marie-Pierra è più tranquilla: ama la musica classica, le piace la campagna...

Photo credit: Manuel Obadia Wills
Photo credit: Manuel Obadia Wills

Che cosa le evoca la parola inclusione?

È una parola bellissima, necessaria.

Come la fa sentire essere considerata un simbolo di inclusione per tante ragazze?

Mi rende felice, fortunata, grazie: nessuno me l’aveva mai detto. È come una medaglia, ma allo stesso tempo un fardello, onestamente, doloroso.

Perché doloroso?

Perché è arrivato così in fretta e mi mette addosso pressione. Di solito il successo arriva dopo anni di carriera, io sono diventata subito una bandiera perché in Europa non esistono artiste nere: abito i sogni di tutte queste ragazzine perché rappresento qualcosa che non hanno mai visto. E questo mi fa avere paura di fare altri errori, di attirarmi il biasimo degli adulti. Da un lato mi verrebbe da fregarmene: cresceteveli da soli i vostri figli. Ma so anche che questa responsabilità può fare di me una persona migliore.

Da role model, che direbbe alla ragazzina che è stata?

Continua così, mi hai permesso di essere quella che sono. Ma non ne avrebbe avuto bisogno, da bambina avevo una grande autostima: scrivevo, cantavo, recitavo, i miei incoraggiavano le nostre passioni e io credevo che tutto fosse possibile.

Insomma i suoi l’hanno sostenuta?

Finché non si è trattato di farne un lavoro. A quel punto si sono opposti con tutti i mezzi e posso capirli: sono entrambi medici, per la loro generazione l’unica forma di riscatto sociale era lo studio, la scuola l’unica opzione sicura per avere successo nella vita. Mi sono messa in testa di dimostrare loro che avevano torto. Ho preso pessime decisioni, tutte quelle che una diciottenne avventata potrebbe prendere. Ma alla fine tutti cresciamo da soli, i miei sono rimasti in Africa, a lungo non ci siamo parlati e questo mi ha addolorato molto. Tra le tante, è stata forse la cosa più triste nella mia vita.

Ha qualche rimpianto?

No, un rimpianto è qualcosa che ti consuma, che ti rende triste e io non voglio più essere triste, ho fatto degli errori e da questi ho imparato delle cose, è il motivo per cui non sono più così stupida. Credo piuttosto di avere dei rimorsi.

Che tipo di rimorsi?

Dopo questa catena di errori sono finita in mezzo a una strada, ho passato momenti brutti: a quel punto non avevo più cura di me stessa, mi importava solo della musica, mi dicevo: al diavolo tutto il resto. Ora ho un’energia più sana, ho a cuore me stessa.

Dal Congo all'Europa, poi di nuovo in Ruanda e ancora in Belgio: qual è stato lo shock culturale più forte?

Decisamente il Ruanda, quello tra il Congo e il Belgio è il normale shock di chi passa dall'Africa all'Europa: mi stava bene. Ma in Ruanda sono arrivata dopo il genocidio, si viveva ancora in uno stato di guerra, la gente raccontava storie atroci e io era una bambina sensibile con una grande immaginazione, facevo incubi terrificanti.

Se potesse cancellare qualcosa dalla memoria, cosa eliminerebbe?

C'è una cosa ma... Lei è una persona impressionabile? Altrimenti mi fermo.

Vada avanti, la prego.

Avevo nove anni e vivevo da mia nonna in Ruanda con mia sorella, aspettavamo che mamma ci raggiungesse, non sapevo niente del Paese, non conoscevo la lingua, ma vedevo un sacco di poveri e invalidi in giro, soprattutto gente senza gambe, essendo una bambina curiosa facevo molte domande. La risposta era sempre la stessa: “C’è stato un genocidio”. Ignoravo il senso di quella parola, qualcuno cercò di spiegarmelo con un’immagine. “Era così brutto”, dissero, “che tagliavano la testa ai bambini e ci giocavano a calcio”». Beh, sono passati quindici anni e quell’immagine è ancora un trauma per me, vivida e dolorosa nella mia mente, la cancellerei volentieri.

Photo credit: Manuel Obadia Wills
Photo credit: Manuel Obadia Wills

Qual è invece il posto o la cosa che le manca di più dell’Africa?

Sicuramente i miei genitori, che stanno là, in due Paesi diversi, ma soprattutto gli umori: il modo in cui la gente balla, ride, racconta barzellette, mi manca quel benevolo e leggero prendersi in giro. Ho avuto una vita spaventosa, ma amo da matti ridere.

Qual è la parte più africana di Lous? E la più europea?

La più africana è il mio attaccamento alle tradizioni e alla cultura. La più europea (ride) è che a volte riesco a dimenticarmi chi sono e da dove vengo. Ogni santo giorno, non faccio che ripetermi: “Oddio, questa cosa non la dovresti fare” e l’attimo dopo: “Ma sì certo che puoi, non ti fermare”. È come se dentro di me convivessero contemporaneamente un prete e uno scienziato. Gliel’ho detto, cara, succedono cose strane nella mia testa.