Luca Ricolfi: "Il lockdown era la via maestra per evitare la caduta del Pil"

Gianni Del Vecchio
·Condirettore
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Luca Ricolfi, Italian writer, Paris, France, 21st April 2017. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) (Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)
Luca Ricolfi, Italian writer, Paris, France, 21st April 2017. (Photo by Leonardo Cendamo/Getty Images) (Photo: Leonardo Cendamo via Getty Images)

Professore Luca Ricolfi, mi sembra che si stia tristemente avverando una sua “profezia”: a furia di voler far subito ripartire l’economia quest’estate, si è finiti per far ripartire il virus quest’autunno. Insomma il partito del Pil - composto da tutti quelli che hanno spinto per le riaperture e per salvare la stagione turistica - ha finito per affossare il Pil. Sto esagerando in pessimismo?

Assolutamente no. E’ da un paio di mesi che ho avanzato la congettura che i benefici della riapertura allegra nella bella stagione avrebbero potuto essere minori dei costi connessi a uno o più lockdown nella stagione fredda, quindi non sono sorpreso che questo stia accadendo. Quel che mi ha invece profondamente stupito è che, in Italia, nessuno abbia mai preso in seria considerazione questa eventualità, come se fosse ovvio che tutelare la salute implichi danneggiare l’economia. Ora il Fondo Monetario Internazionale, con uno studio molto interessante, suggerisce esattamente questo: usare i lockdown, severi e precoci, per minimizzare il numero dei morti per abitante è la via maestra per minimizzare la caduta del Pil.

Come si sono comportate quelle associazioni e lobby che avrebbero dovuto difendere la capacità produttiva italiana? Penso soprattutto a Confindustria.

Il giudizio su Confindustria e dintorni non può che essere bifronte. Hanno ragioni da vendere quando chiedono di poter ristrutturare (e assumere!) e per farlo rivendicano il diritto di licenziare. Uno Stato serio capirebbe che tenere in piedi posti di lavoro finti non può essere la strada per tutelare i lavoratori, e che – se si vuole salvare l’economia – la priorità dovrebbe essere di minimizzare il numero di imprese che chiudono, non quella di prolungare l’agonia del maggior numero possibile di imprese moribonde.

Fin qui Confindustria ha ragione, il governo torto marcio, e i sindacati né torto né ragione perché è nella loro natura (o meglio nella non gloriosa storia del sindacalismo italiano) ignorare l‘interesse generale pur di difendere quello dei garantiti. Dove invece, a mio parere, Confindustria ha torto è sulla politica delle riaperture, che è stata miope, imprudente, e in definitiva profondamente autolesionista.

Autolesionista?

Sì. Perché quando si è trattato di prendere sul serio l’epidemia (ultima settimana di febbraio), quando il professor Crisanti - l’unico che aveva i dati cruciali in mano, avendo fatto lo studio su Vo’ - invocava il lockdown immediato, quando il Comitato Tecnico-Scientifico spingeva per la chiusura immediata di Nembro e Alzano, quando io, numeri alla mano, cercavo di convincere il governo che era il momento di chiudere tutto e subito, ebbene in quei 10 giorni cruciali fra l’ultima settimana di febbraio e i primi giorni di marzo il mondo confindustriale ha avuto un ruolo essenziale nella campagna “riapriamo Milano”, “Milano non si ferma” eccetera. Una campagna irresponsabilmente sponsorizzata da quasi tutto il mondo politico, da Zingaretti a Salvini, e che ha generato la mossa chiave del “modello italiano”: cincischiare finché è possibile, e chiudere davvero tutto (anche gli spostamenti fra comuni) quando ci sono abbastanza morti da rendere la chiusura comprensibile agli elettori. Senza rendersi conto – qui sta l’autolesionismo – che ritardare e annacquare il lockdown l’ha reso più lungo, e ripetere il medesimo errore quest’estate (quando il mondo dell’economia si è battuto strenuamente per riaprire tutto il riapribile) ci avrebbe servito su un piatto d’argento la seconda ondata, che al mondo dell’economia costerà molto di più dei benefici incassati con le riaperture.

E adesso?

Adesso, a quanto pare, il film si sta ripetendo. E’ da quindici giorni che i governanti si sono convinti che l’epidemia galoppa, ma solo ora intervengono, e lo fanno blandamente, sperando che un mese di semi-chiusure di esercizi commerciali e di semi-didattica a distanza basti a sistemare le cose e metterci in condizione di “trascorrere un Natale sereno”. Senza un discorso di verità sul non fatto, e senza alcun impegno a fare nei prossimi due mesi quel che dovevano fare prima, per evitare la seconda ondata.

Spero davvero di sbagliarmi, ma la mia impressione è che le manovre di queste settimane potrebbero rivelarsi il brodo di coltura perfetto per una terza ondata, secondo la sequenza: ora chiudiamo un po’ qui e un po’ là, poi se non basta chiudiamo ancora un altro po’ ma senza pronunciare la parola-tabù ‘lockdown’, infine sotto Natale riapriamo, e diamo il via libera a tre settimane di festeggiamenti e di sciate. La sequenza perfetta per preparare la terza ondata nei primi mesi del 2021.

Qual è il livello del danno che è stato inferto al nostro sistema produttivo? Cosa si può fare per risollevarlo?

Il danno inferto nessuno lo conosce ancora, probabilmente ne avremo un’idea intorno a Pasqua 2021, quando l’Istat pubblicherà i dati di contabilità nazionale del 2020. Io ritengo che il danno apparente (ufficiale) ammonterà al 12-15% del Pil, ma quello effettivo potrebbe essere non lontano dal 20%. Questo non tanto a causa della produzione industriale, che ha già in parte recuperato il tonfo di marzo-aprile, ma a causa del crollo del settore dei servizi e delle difficoltà dell’edilizia, fortemente condizionata dall’incertezza generale e dalla paralisi della macchina amministrativa.

Perché questa distinzione fra danno apparente ed effettivo?

Essenzialmente perché nel sistema di contabilità nazionale adottato dalle economie occidentali, a causa di varie alchimie e convenzioni contabili, la spesa pubblica finisce per essere contabilizzata come nuovo Pil, anche quando è effettuata in deficit, e persino quando i servizi della Pubblica Amministrazione non vengono erogati. Quest’anno i lavoratori pubblici hanno lavorato pochissimo e guadagnato uguale, ma nelle statistiche del Pil i loro stipendi saranno contabilizzati come nuovo Pil.

Ok, ma torniamo alla domanda su quel che si potrebbe fare per risollevare l’economia…

Devo dire quel che penso veramente?

Lo dica…

Penso che sia inutile fare proposte, perché è troppo tardi. Quando proprio lei mi fece la stessa domanda, qualche mese fa, risposi con tre proposte, che andavano nella direzione di trasformare l’Italia in un “paradiso imprenditoriale”, una sorta di Irlanda del Mediterraneo, in cui la Pubblica Amministrazione paga i suoi creditori, e fisco e burocrazia non vessano le imprese. Allora si poteva ancora fare qualcosa (non necessariamente quel che proponevo io), perché il governo non aveva ancora dilapidato interamente 100 miliardi di extra-deficit che si è allegramente permesso di mettere a bilancio. Ora invece non si può più fare nulla di incisivo, perché avendo sparato quasi tutte le cartucce i margini di manovra sono diventati minimi. Basteranno tutt’al più a placare l’ira degli esercenti con i cosiddetti “ristori”.

Ha una proposta concreta, anche piccola, per aiutare le categorie più coinvolte dalle chiusure?

Sì, una piccolissima idea ce l’avrei. Mi hanno molto colpito le proteste degli esercenti, che dicono: voi ci chiudete, non vi rendete conto che noi non solo non incassiamo niente, ma abbiamo dei costi fissi – affitti e utenze, innanzitutto – che generano inesorabilmente perdite, mese dopo mese, giorno dopo giorno. Ed ecco la proposta: anziché elargire ridicoli bonus e improbabili “ristori” (che brutto termine per dire elemosine di Stato) lo Stato – ogni volta che impone chiusure – consenta a chi ha un’attività di sospendere il pagamento degli affitti, e risarcisca direttamente (nella misura del ragionevole) i proprietari degli immobili commerciali affittati.

Per un commerciante, un artigiano, un piccolo imprenditore è molto diverso, già solo sul piano psicologico, poter operare senza perdite grazie al fatto che i minori incassi sono bilanciati da minori spese fisse, o invece essere chiamato a mantenere in vita un’attività che perde, contando solo su modesti sussidi che si limitano a lenire le ferite inferte dalle chiusure.

Nella sua azione emergenziale, il governo italiano si sta comportando come se il livello di debito pubblico che stiamo contraendo non sia assolutamente un problema. Lo facciamo solo perché sappiamo che la Bce sta comprando e comprerà i nostri titoli di stato? Non è una specie di azzardo morale nei confronti dell’Europa?

Sì, lo è. Non so come ragionino al Ministero dell’Economia, ma se devo azzardare un’ipotesi temo che prevalga l’idea che il problema del debito italiano sia prevalentemente politico, non economico. Temo che, oltre alla speranza che la Bce della Lagarde resti a lungo indulgente come quella di Draghi, ci sia l’idea che siamo un paese too big to fail (troppo grande per fallire), e che alla fine l’Europa, munita di imperitura gratitudine verso chi ha disarcionato Salvini, finirà per toglierci lei le castagne dal fuoco, come una mamma premurosa con un monello un po’ discolo.

Dico questo perché, credo per la prima volta nella storia dell’Italia Repubblicana, abbiamo un ministro dell’economia scelto soprattutto per le sue buone relazioni con la burocrazia di Bruxelles, e del tutto privo di un background culturale da economista, o quantomeno da esperto di finanza pubblica

Quanto rischiamo davvero sui mercati finanziari? Quanto siamo vulnerabili?

Quanto e che cosa rischiamo è impossibile saperlo, perché non sappiamo ancora se il modo di funzionare dei mercati finanziari resterà quello dell’ante-Covid, o se in questi mesi sia intervenuto un break strutturale del meccanismo che governa la risposta dei mercati finanziari ai comportamenti delle varie economie. Quel che posso dire è che, come Fondazione Hume, ogni trimestre calcoliamo – mediante un modello matematico – il livello di vulnerabilità delle principali economie avanzate, e quindi il rischio di un repentino innalzamento dello spread sui titoli di stato decennali, come capitò nel 2011 quando l’Italia rischiò di andare in default: ebbene, i calcoli del terzo trimestre che stiamo completando in questi giorni dicono che, quando terminerà il metadone della Bce, che continua a comprare titoli di Stato, il tasso di interesse potrebbe quadruplicare (dal’1 al 4%), con conseguenze molto pericolose sulla stabilità finanziaria.

Un nuovo 2011-2012?

Non si può escludere, visto che nulla si sta facendo per evitarlo…

Alla logica dell’emergenza si aggiunge un altro fattore che pesa e non poco sulle prospettiva dell’economia e del paese per i prossimi mesi: l’incertezza. Un sondaggio Swg mostra che non è mai stata così alta. Il combinato disposto di massima incertezza e visione a corto raggio del governo non rischia di essere una miscela esplosiva?

Certamente. L’incertezza paralizza gli investimenti, deprime i consumi, induce a ridurre l’attività produttiva per minimizzare costi e rischi: un vero disastro. Quanto alla miopia del governo, alla sua incapacità di fornire un argine all’epidemia e quindi sicurezza ai cittadini, credo non vi possano essere dubbi che è il fattore chiave della tragedia che viviamo. Devo dire, tuttavia, che quella miopia riflette anche i limiti dell’opinione pubblica e la cautela (per non dire la pavidità) dell’informazione. Non credo vi siano dubbi sul fatto che, nel governo, conta più Rocco Casalino, che gestisce l’immagine pubblica di Conte, che il Comitato tecnico-scientifico, che dà pareri spesso inascoltati. Però se siamo nelle mani di un comico (Grillo) e di uno “spin doctor” (Casalino) è anche perché in Italia l’informazione non fa il suo mestiere e, anche per questo, i cittadini sono spesso passivi, rassegnati, e in definitiva incapaci di richiamare il ceto politico alle sue responsabilità. A me colpisce molto il fatto che, con i gravissimi e visibilissimi peccati di imprudenza che stava commettendo, Conte sia rimasto popolare per almeno otto mesi. E ancor più mi colpisce il modo con cui la maggior parte dei media hanno legittimato il racconto governativo (“siamo stati i più bravi”) e hanno accuratamente evitato di tallonare il governo nei mesi cruciali, quando si dimenticava di moltiplicare i tamponi, rafforzare le terapie intensive e la medicina territoriale, ampliare il trasporto pubblico locale, o chiudeva un occhio su assembramenti e movida, così preparando il disastro attuale. Del resto basterebbe un “esperimento mentale” per rendersi conto dell’anomalia.

Quale esperimento mentale?

Proviamo a immaginare che, al posto di Conte e del governo giallo-rosso, vi fosse stato Salvini, alla guida di un governo di centro-destra. Qualcuno può credere che i maggiori giornali avrebbero sorvolato sulle infinite omissioni del governo? Possiamo pensare che non sarebbero partite inchieste dettagliate, denunce, e che qualcuno non avrebbe martellato il governo con liste di domande imbarazzanti, come quelle con cui, dalle colonne di Repubblica, Giuseppe D’Avanzo mise sulla graticola Berlusconi nel 2009? E il Fatto Quotidiano, così attento a difendere l’indifendibile quando al potere ci sono i Cinque Stelle, non avrebbe improvvisamente ritrovato la sua verve giacobina e anti-governativa?

Ma non è solo questo, non è solo il fatto che l’informazione in Italia è partigiana, e quindi non riesce a svolgere con continuità la sua funzione di critica e controllo del potere. Il problema siamo anche noi, cittadini di una società che ha cambiato pelle e somiglia sempre meno a una fabbrica e sempre più a un luna park. In realtà io penso che – come una volta ebbe a dire Norberto Bobbio – abbiamo i governanti che ci meritiamo, e che se è doveroso criticarli quando ci stanno portando al disastro, non possiamo dimenticare che se ci portano al disastro con tanta spensierata incoscienza è anche perché noi non siamo più in grado di accettare alcun sacrificio che leda quelli che consideriamo ormai diritti fondamentali, come il divertimento, le vacanze, l’evasione, più in generale i riti del consumo di massa. Ve li immaginate, oggi, dei genitori che dicano ai loro figli: per quest’estate niente vacanze nei santuari del turismo di massa, pensate piuttosto a recuperare quel che non avete potuto studiare nei mesi della didattica a distanza? E’ un caso che, sulla scena pubblica, solo Antonio Scurati e Federico Rampini abbiano avuto il coraggio di fare discorsi di questo tipo? E ve lo immaginate, oggi, un leader politico che, come Berlinguer nel 1977, richiamasse i cittadini alla necessità di fare rinunce in nome del bene comune?

Sempre il sondaggio Swg ci dice che gli altri due sentimenti che crescono nel paese sono rabbia e paura. Possono davvero fornire il clima ideale per il ritorno di azioni eversive, come segnala Minniti?

Azioni eversive non credo proprio, tutt’al più penso che potrebbe aumentare la criminalità comune, italiana e straniera. Quel che invece non mi sento di escludere è la nascita di movimenti popolari alimentati dalla disperazione dei non garantiti. I governi che si autoproclamano progressisti amano molto presentarsi come strenui nemici delle diseguaglianze, ma alla prova dei fatti si rivelano formidabili macchine della diseguaglianza. In questa crisi la frattura fondamentale della società italiana, che è quella fra garantiti e non garantiti, si è enormemente accentuata, in barba alla promessa di non lasciare indietro nessuno. La realtà è che la stragrande maggioranza di pensionati, dipendenti pubblici, lavoratori a tempo indeterminato delle grandi fabbriche non hanno perso né il posto, né lo stipendio, né le tutele di cui hanno sempre goduto, mentre precari, lavoratori irregolari, artigiani, commercianti, hanno già perso o stanno rischiando di perdere quasi tutto. E’ da qui che io vedo venire i maggiori rischi, sia nel caso che il più che giustificato malcontento di questi strati venga intercettato solo dalla destra (con conseguente frattura insanabile fra garantiti protetti dalla sinistra e non garantiti aizzati dalla destra), sia nel caso che il torrente della rabbia trovi da sé il proprio alveo di scorrimento, dando vita a fenomeni come i “forconi” nostrani o i “gilets jaunes” francesi.

Un’eventualità, quest’ultima, che le recenti chiusure selettive rendono tutt’altro che inverosimile. Come si fa a tollerare che lo Stato pretenda che i gestori di ristoranti, palestre, bar si accollino ogni sorta di onere e spesa per far rispettare le regole, e quando il padrone è invece lo Stato, come avviene con treni, bus, voli Alitalia, il datore di lavoro pubblico non faccia nulla per farle rispettare, quelle benedette regole?

Ecco, questo mi sembra il pericolo: questo governo sta gettando le basi per una rivolta morale. E le rivolte morali sono tanto più pericolose quanto più sono sacrosante.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.