L'ultima riflessione di Chiara Gamberale è la lettera che tutti noi dovremmo mandare a noi stessi

Di Monica Monnis
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Photo credit: Purvi Joshi - Getty Images
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From ELLE

Trovare l'interruttore nel buio pesto, raccogliersi senza accartocciarsi. Non avrebbe potuto dirlo meglio Chiara Gamberale, lei che le parole riesce a incastrarle, allinearle per poi destrutturarle come un cubo di rubik che cambia sempre faccia ma non sostanza, e che nel raccontar(si) va a toccare quelle corde che quando vengono accarezzate fanno partire una sinfonia che risveglia sentimenti profondi e ancestrali. Nel suo ultimo libro sul lockdown, Come il mare in un bicchiere, uscito la scorsa estate, si interrogava sull'impatto della distanza e della solitudine sulla quotidianità, trovando più di un aspetto positivo nel momento forzato di introspezione. Un terremoto di magnitudo di 9.5 che però ci ha dato nuove consapevolezze e lucidità nella ridefinizione delle priorità, una crisi da cui imparare e crescere, una speranza (data dalle pagine vuote da riempire) da custodire. Tutto questo vale ancora oggi per una seconda ondata che ha elevato alla seconda paura ansia e terrore? Se lo chiede, e la sua risposta (su facebook) è la lettera che tutti noi dovremmo mandarci e leggere ogni giorno.

"Nel mio libro sul (primo?) lockdown, COME IL MARE IN UN BICCHIERE, ragiono su un certo modo di dire io, perché da ferita si faccia feritoia. Oggi però non so se sono e sarei di nuovo capace di dirlo: io", scrive la scrittrice romana finalista nel 2008 al Premio Campiello con il libro (capolavoro) La zona cieca, "perché stavolta mi sento così a disagio con chi continua a farlo, con chi si ostina a volermi parlare del SUO problemino, del SUO libro appena uscito, del SUO progetto. Ma mi sento anche a disagio con chi riesce a parlare solo del virus". Una considerazione che racchiude una sensibilità pungente, un appunto a non farsi inghiottire dall'autoreferenzialità ma senza perdere l'"io", nel saper convogliare il sé con il noi e il loro.

Photo credit: Roberto Serra - Iguana Press - Getty Images
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"Allora credo che, al solito, non sia una questione di CHE COSA, sia una questione di COME. E mi chiedo se esista un modo per raccogliersi, come questo momento ci chiama a fare, senza però accartocciarsi, sennò è davvero finita, per dire io mentre diciamo tu, lei, lui, loro e dire loro, lui, lei, tu mentre diciamo io", continua, prima di elargire (da nessun pulpito) un suggerimento prezioso, il suo "papiello da Suor Chiara" per trovare insieme l'interruttore della luce, in un buio in cui è difficile muoversi senza farsi male, senza distruggere nulla, senza spintonare gli altri. "Forse potremmo, almeno una volta al giorno, prima di addormentarci, anche provare a chiedere semplicemente ed esclusivamente: come stai? a chi immaginiamo se la stia passando pure peggio di noi. Grazie a Elisa Venco e a Bianca Cammino per averlo fatto oggi con me. Non lo sapevo: ne avevo proprio bisogno". Un gesto banale, ma potentissimo nella sua semplicità, guidato da un pensiero fisso, espresso in un altro post social da incorniciare (vedi qui sotto), ovvero di "riuscire a partecipare a quello che sta succedendo, anziché subirlo e basta, riuscire a rimanere svegli, a essere magari perfino d'aiuto, contenendo però rabbia e dolore". Ricevuto.