L'ultimo libro di Alec Soth è il racconto per immagini di una nuova contemporaneità

Di Emanuele Amighetti
·6 minuto per la lettura
Photo credit: C.Fausto Cabrera, ph. Alec Soth
Photo credit: C.Fausto Cabrera, ph. Alec Soth

From Harper's BAZAAR

Alec Soth è uno dei fotografi più influenti delle ultime due decadi per il suo lavoro di documentazione su larga scala del paesaggio sociale americano e autore di uno dei libri più importanti della storia della fotografia, Sleeping by The Missisipi. Non uno a caso, insomma. A gennaio dello scorso anno riceve una lettera dal carcere di Rush City, il Minnesota Correctional Facility. La lettera è firmata C. Fausto Cabrera, detenuto con una condanna di 26 anni per omicidio. Quarantenne, nato nei sobborghi di Minneapolis, cresciuto con la zia dopo la morte della madre quando aveva 12 anni, Chris sta scontando la sua pena dal 2003. La data di rilascio è il 2030. Chris racconta con rammarico gli eventi della sua incarcerazione: una lite in un bar di Minneapolis con il buttafuori che lo aveva maltrattato qualche minuto prima, la situazione va presto fuori controllo, finisce in una sparatoria, e ad andarci di mezzo è chi non aveva nessuna colpa. Chris passa una lunga parte del suo tempo nel carcere di Stillwater, Minnesota, dove inizia quello che lui stesso definisce come “percorso di redenzione” per pagare il “suo debito nei confronti della società”. Arte e letteratura come mezzo.

A Rush City può possedere massimo 10 libri, che insieme ai suoi oggetti personali devono stare nel poco spazio a disposizione. La loro corrispondenza dura 9 mesi, il titolo del libro nasce da una frase molto forte di Chris “We all confront the parameters of our cage eventually”. 128 pagine che sono un discorso su fotografia, razzismo, giustizia, isolamento, George Floyd, BLM, COVID-19 e la nuova contemporaneità. Qualcosa che si avvicina molto a un documento sul nuovo presente. Abbiamo fatto due chiacchiere con Soth per saperne di più.

Photo credit: Ph. Alec Soth
Photo credit: Ph. Alec Soth

Quando ti sei reso conto dell’importanza della vostra corrispondenza?

Non saprei, all’inizio ho pensato che sembrasse tutto molto interessante ma non riuscivo bene a capire dove mi avrebbe portato. Qualcosa è cambiato quando ho chiesto a Chris quali foto, se fosse stato costretto a sceglierne otto, avrebbe portato su un’isola deserta. Da lì si è aperto un mondo. Ho iniziato a mettere in discussione il mio modo di vedere la fotografia. Ho capito l’importanza che questa cosa iniziava ad avere per me a livello personale. Hai presente quando vedi qualcosa e pensi semplicemente “Wow, questo è l’inizio di un viaggio!” Abbiamo percorso tante strade da quel momento.

Nel libro si parla molto di isolamento. C’è una tua frase che mi ha colpito, parlando del ritratto dici “abbastanza vicino per scambiare energia, ma abbastanza lontano per visualizzare correttamente la distanza”.

Penso di aver sempre creduto a questa idea dello scambio ma di essere riuscito a dargli una forma vera e propria solo dopo. Uno dei motivi per cui credo di non poter essere un “puro” fotografo di paesaggio è che ogni volta che lavoro in quel modo sento che c’è una sorta di piattezza nel mio lavoro. Sono le persone a riempirlo. È l’energia dell’incontro, di questo sentire la presenza di un’altra persona che lo rende diverso. In un certo senso è come una rock band senza il cantante. C’è bisogno della sua voce, dell’energia umana. In ogni caso per me è sempre una tipologia ben precisa di scambio, dove sento di essere presente e distante allo stesso momento, mentre sto condividendo qualcosa con un’altra persona. E per quanto io sia consapevole di questo, penso comunque che la mia natura sia più vicina a quella della distanza. Ciò che è interessante del mio rapporto con Chris è che siamo sempre stati separati. Non c’è mai stata quasi nessuna vicinanza. Non ho mai sentito la sua voce fino a quando avevamo quasi finito di lavorare al libro. Non l’ho mai incontrato di persona. Ma ora sento di avere avuto con lui un’esperienza che è molto più condivisa, intensa di tante altre. Sento di essere molto più vicino a lui che a molte persone che ho fotografato. Anche se credo che sia stato uno scambio di energia leggermente diverso.

Photo credit: Ph. Alec Soth
Photo credit: Ph. Alec Soth

In che senso?

Ogni tipo di comunicazione dà forma a ciò che è condiviso. Non ci ho mai pensato davvero, ma cosa sarebbe successo se mi fosse stato assegnato di fare visita a Chris in prigione e fargli un ritratto? Sarebbe stata una cosa molto diversa. Lui sarebbe stato introverso, ne sono certo, io molto nervoso. Sta tutto nella forma di comunicazione. Per questo do moltissimo valore al nostro scambio, quello mio e di Chris, anche se non è il medium che sono abituato ad usare.

L’esperienza di Chris ha cambiato la tua idea di giustizia?

Assolutamente. Quando parlavo della mia curiosità riguardo alla prigione, all’inizio del libro, pensavo o facevo inconsciamente riferimento a documentari e film che mostrano quell’universo, quella realtà, la sua brutalità, ma non riuscivo a focalizzarmi sulla lenta e costante pressione che senti quotidianamente contro di te. Se ci pensi deve essere molto simile al tipo di pressione che c’è nel razzismo e nei suoi abusi, quel sentire costantemente che c’è qualcosa contro di te. Sentirsi in trappola in ogni momento. Questo mi ha aperto la mente, era qualcosa di cui non avevo esperienza.

Consideri Chris un’artista?

Non so se sia così chiaro nel libro ma Chris è un artista visuale. Oltre a questo è un poeta e uno scrittore. Credo che questo libro sia un dialogo tra due artisti che si parlano. Un dialogo creativo. Più di quanto sia un libro sulla prigione.

Photo credit: Ph. Bade Turgut
Photo credit: Ph. Bade Turgut

Quando hai deciso che il libro era pronto, alla fine erano passati nove mesi dalla prima lettera, no?

È stato tutto un po’ strano. Ero stato invitato a Roma per scattare la campagna di Gucci. Ho dovuto fare due settimane di quarantena e ho deciso di editare il materiale che avevo. È stato un lavoro enorme. Il materiale era dieci volte più lungo di come è uscito. Ho mandato quella versione a Chris e abbiamo iniziato a scambiarci delle idee. In quel momento ho capito che c’eravamo. Non avevo idea che sarebbe diventato un libro, né tanto meno riuscivo a vedere l’importanza di tutta una serie di contenuti che ha, dal Covid alla prigione fino a George Floyd e BLM.

The Parameters of Our Cage è un libro molto complesso, pieno di livelli di lettura, ma è forse il libro in cui la persona Alec Soth esce di più, se penso alla tua produzione.

Hai ragione, anche se è ancora qualcosa che sto processando per davvero. È qualcosa di anomalo per me. Dog Days, Bogotà, uno dei miei libri, è nato mentre stavo adottando mia figlia e parla di quell’esperienza molto importante della mia vita. Moltissimi mi hanno detto che era il loro libro preferito, proprio perché il mio più personale. E penso davvero che condividere qualcosa di personale abbia un enorme valore. Ma è qualcosa che non mi viene naturale, per niente. Per questo Parameters of Our Cage per me rimane un’anomalia.

The Parameters of Our Cage di C. Fausto Cabrera & Alec Soth è disponibile sul sito della casa editrice MACKe su Amazon.