L'Unione europea vuole regolamentare internet, di nuovo

Di Simone Cosimi
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Photo credit: JOHN THYS - Getty Images
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Si chiamano DSA e DMA. Le sigle stanno per Digital Services Act e Digital Markets Act. Sono le proposte appena presentate dalla Commissione europea, che d'altronde ci stava lavorando da mesi, per mettere mano in modo definitivo al Far West del settore digitale sotto gli aspetti dei “contenuti illegali” e della concorrenza, in particolare nei confronti dei colossi del settore.

Il percorso dei due regolamenti sarà, al contrario di quello riservato alle direttive, molto lungo. Ci dovranno lavorare in parallelo il Parlamento europeo e i governi degli Stati membri tramite i diversi Consigli tematici dedicati. Secondo alcuni il complicato iter si concluderà nel 2023. Ci sarà dunque modo di tornarci e documentarne le inevitabili modifiche, legate anche all’implementazione di queste norme e ad alcune definizioni essenziali al loro funzionamento, come quella di “gatekeeper”, che promettono di tenere banco per mesi. Così come al lavoro di lobbying che molte di queste sigle, legittimamente, scateneranno.

Photo credit: Getty Images
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Si tratta di un tentativo ambizioso di regolamentare i servizi offerti da giganti come Amazon, Facebook, Microsoft, Google Twitter, eBay e altri nel Vecchio continente e ristabilire una certa dose di “sovranità digitale” fortemente voluto da Margrethe Vestager, vicepresidente esecutiva della Commissione con delega al digitale e alla concorrenza che si porta dietro dal precedente mandato, autentico incubo dei colossi digitali. Insieme a lei ci ha lavorato Thierry Breton, commissario europeo al Mercato interno.

Il Digital Services Act si occupa dei “contenuti illegali”, un insieme piuttosto ampio che va dalla pedopornografia al terrorismo passando per hate speech e violazioni del copyright, già al centro di un’altra spinosa battaglia europea appena un anno fa, con l’approvazione delle nuove norme nella primavera del 2019. In sostanza, le novità proposte dalla Commissione intendono classificare i player del mercato digitale in diverse categorie, assegnando in modo crescente sempre più obblighi e incombenze in termini di moderazione – rigorosamente ex post, mai prima – dei contenuti. Dunque i provider internet che offrono connessione avranno, per esempio, minori prescrizioni di Facebook o Google che invece possono e devono fare molto nella moderazione dei contenuti e nella loro rapida rimozione. In generale, tuttavia, non cade la copertura legale di cui le piattaforme si servono per non dover rispondere di ciascun contenuto pubblicato dai loro utenti, qualcosa di simile alla celebre Section 230 degli Stati Uniti fortemente osteggiata da Donald Trump.

Photo credit: GETTY
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Tutti questi fornitori dovranno anche garantire – altro punto estremamente scivoloso – maggiore accesso ai loro dati interni e stilare ogni anno un rapporto sullo stato di rischio dei loro servizi, oltre a nominare un supervisore esterno che sovrintenda il rispetto delle regole. Si parla anche di informazione agli utenti su una serie di meccanismi, per esempio quelli sulla pubblicità online ma anche di rimozione automatizzata o “umana”, che tuttavia molte di queste piattaforme già forniscono. Infine, le norme rafforzano i poteri delle autorità nazionali. Le sanzioni? Fino al 6% dei ricavi mondiali.

Il Digital Market Act, invece, punta invece a tutelare la concorrenza, tentando anche di uscire dalla lunga e tribolata stagione delle maximulte che molto hanno prodotto dal punto di vista simbolico ma poco hanno mutato nella sostanza del settore. Qui entra in gioco la definizione dei “gatekeeper”, cioè delle piattaforme in assoluta posizione di forza e che possono spesso impedire o contrastare l’ingresso di nuovi player nel mercato, per esempio trattenendo e sfruttando i dati raccolti o applicando quote percentuali trattenute sulle transazioni effettuate tramite le proprie piattaforme.

Chi sono i gatekeeper? Si tratta delle aziende che abbiano registrato in Europa un fatturato di almeno 6,5 miliardi di euro in un anno o che contino almeno 45 milioni di utenti localizzati nei paesi dell’Ue (cioè il 10% della popolazione dei 27 Stati membri). Non solo: potranno essere identificati anche piattaforme dominanti che non rispondano a questi criteri ma che occupino di fatto una posizione di controllo in specifici settori.

Questi colossi non potranno per esempio favorire i propri prodotti o servizi approfittando della loro posizione dominante (vedi alla voce dei negozi digitali di app per gli smartphone, ricordate il caso Apple/Fortnite?), garantire alla concorrenza accesso partitario a dati degli utenti e alle informazioni raccolte – oppure rinunciarvi essi stessi – e liberalizzare i metodi di pagamento, per esempio svincolando gli sviluppatori, sempre rimanendo all’esempio delle app, all’obbligo dei pagamenti attraverso i propri canali o con balzelli penalizzanti. Si dovranno dunque cancellare con facilità eventuali servizi preinstallati sui prodotti nuovi e se un gatekeeper vorrà espandersi o acquisire nuove attività e aziende dovrà, come in fondo accade fin d’ora, chiedere il via libera dell’antitrust europeo.

Photo credit: Facebook
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Le sanzioni possono arrivare al 10% del fatturato mondiale dell’azienda, che significherebbe per Google e compagnia decine di miliardi di dollari, oppure al 5% delle entrate giornaliere per sanzioni limitate a un certo periodo, per esempio quello in cui verrà provato che certe regole non sono state rispettate. La prospettiva ultima, di cui si parla d’altronde anche nell’inchiesta dalla Fda statunitense e da 48 procure statali nei confronti di Facebook, può essere quella dello “spezzatino”, cioè lo scorporo di rami d’azienda in caso di tre sanzioni in un quinquennio. Se dunque una grande azienda digitale non rimedia alle pratiche sleali che consolidano o rafforzano la sua posizione dominante sul mercato, l'Ue può imporre "qualsiasi rimedio comportamentale o strutturale proporzionato all'infrazione commessa e necessario per garantire la conformità" alle norme Ue. Come appunto la separazione dei servizi europei di un gruppo.

“Non diciamo che [le Big Tech] sono troppo grandi, ma diciamo che più le società sono grandi, più devono rispondere a obblighi e responsabilità" ha spiegato Breton. Le norme "non sono contro" qualcuno, "ma per i cittadini dell'Ue, le nostre impese, la democrazia, l'innovazione, la concorrenza leale”.