Ma cosa cambia davvero l'acqua scoperta sulla Luna?

Di Simone Cosimi
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Photo credit: Michael Phillips - Getty Images
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Che ci fosse acqua sulla Luna si sapeva almeno da dieci anni. Già nel 2017, per esempio, un gruppo di ricercatori dell’università delle Hawaii, analizzando i dati della sonda Lunare Reconnaissance Orbiter, aveva individuato ghiaccio d’acqua in corrispondenza dei poli, in aree molto riflettenti e fredde, e perfino relativamente in superficie. Sempre intorno allo stesso, fondamentale tema erano tornati l’anno dopo i dati dello strumento Moon Mineralogy Mapper della Nasa della missione congiunta Usa-India Chandrayaan-1. E l’anno scorso un’altra indagine dell’università della California, sede di Los Angeles, pubblicata su Nature Geoscience si occupava dei crateri sempre nella stessa regione lunare, mai colpiti dalla luce solare e probabilmente contenenti milioni di tonnellate di ghiaccio.

Photo credit: Foto di Robert Karkowski da Pixabay
Photo credit: Foto di Robert Karkowski da Pixabay

Quindi a cosa si deve la rumorosa accoglienza di altri due studi pubblicati su Nature Astronomy di cui leggiamo ovunque da giorni ma di cui in molti casi non si è riusciti a comprendere le specificità (e a dire il vero, in certe occasioni neanche che si tratti di due indagini distinte che si occupano di aspetti piuttosto diversi dello stesso macrotema)? Ad alcuni aspetti di grande importanza, su tutti la quasi certezza di poter distinguere le molecole di H20 da quelle di composti contenenti gruppi idrossilici OH.

Nel primo articolo, intitolato “Molecular water detected on the sunlit Moon by Sofia” e coordinato dal Goddard Space Flight Center dell’agenzia spaziale insieme all’ università delle Hawaii a Mānoa, si documenta la presenza di acqua molecolare sulla superficie lunare. Come se ne è certi? Dalla “firma” spettrale registrata dall’osservatorio Sofia (Stratospheric Observatory for Infrared Astronomy), un telescopio a infrarosso frutto di una missione congiunta americana e tedesca montato su un Boeing 747 opportunamente modificato in grado di effettuare dunque osservazioni dalla stratosfera, a circa 12mila metri di altezza, eliminando il 99,9% dell’oscuramento dovuto al vapore acqueo dell’atmosfera terrestre. Cosa ha individuato? Impostando l’osservazione sulla lunghezza d’onda della luce pari a sei micrometri, ovviamente nella banda infrarossa, ha ricavano la ragionevole sicurezza che si tratti proprio di molecole di H2O e non di altri elementi o composti.

Photo credit: NASA/GSFC/USGS
Photo credit: NASA/GSFC/USGS

La presenza è documentata nel cratere Clavius, uno dei più grandi visibili dalla Terra nell’emisfero meridionale del satellite, cioè in un’area periodicamente illuminata dal Sole nell’emisfero della Luna a noi visibile. Dunque ci sarebbe acqua non solo ai poli e non solo in zone costantemente in ombra e a temperature bassissime – le famose “trappole di ghiaccio”, che d’altronde non mancano neanche all’interno di Clavius, grande 230,77 km - ma anche altrove.

“Avevamo indicazioni che molecole di H2O – che conosciamo normalmente come acqua – potessero essere presenti - ha detto Paul Hertz, direttore della Divisione astrofisica della Nasa - ora sappiamo che è lì. Questa scoperta pone nuove sfide circa la nostra comprensione della superficie lunare e pone domande affascinanti riguardo risorse utili all’esplorazione dello spazio profondo”. C’è, ma come e in quale stato? Certo sulla Luna non ci sono pozzanghere o acquitrini dove i futuri esploratori, quelli che ci torneranno dal 2024 nell’ambito della missione Artemide, potranno inzupparsi. Piuttosto, le molecole sono intrappolate e vetrificate fra i grani di sabbia e regolite probabilmente a causa dell’impatto con comete e asteroidi che ne avrebbero d’altronde consentito le reazioni utili alla loro creazione, così come i protoni del vento solare. Per estrarre un litro d’acqua da quei materiali occorrerebbero 10 tonnellate di sabbia lunare ma portarselo dalla Terra costerebbe 35mila dollari a litro. Il gioco, a patto di progettare e trasportare un sistema utile allo scopo, sarà quello in ottica immediata ma anche futura, molto remota, non solo per insediamenti umani ma anche per ricavarne l’idrogeno per possibili usi propulsivi o per l’ossigeno da usare per far respirare gli occupanti del Lunar Base Camp.

Photo credit: ARIS MESSINIS - Getty Images
Photo credit: ARIS MESSINIS - Getty Images

Il secondo articolo, intitolato “Micro cold traps on the Moon”, è invece coordinato dall’università del Colorado, sede di Boulder. I dati utilizzati sono quelli raccolti dal solito Lunar Reconnaissance Orbiter della Nasa e hanno confermato la presenza degli accumuli di acqua ghiacciata ai poli lunari. La novità è stavolta nelle quantità e nella distribuzione che trasformerebbe effettivamente i suoi poli e le zone circostanti in autentici serbatoi. Ma se ne esistono di grandi, la novità dell’indagine è che a quanto pare una certa quantità di molecole potrebbe nascondersi in “trappole” molto piccole, grandi anche come una moneta, cioè del diametro di un centimetro, per un totale di 40mila chilometri quadrati di nanodepositi ghiacciati. Una superficie molto più ampia, quasi doppia, rispetto a quanto stimato in passato. Su come potremo prelevare l’acqua da quelle piccole zone in ombra da millenni, e dove la temperatura ha raggiunto o superato i -200 gradi centigradi, rimane ovviamente da capire.

“Se abbiamo ragione – ha spiegato Paul Hayne, prima firma dello studio - l’acqua sulla Luna sarà più accessibile per ottenere acqua potabile o per il carburante dei razzi: tutto ciò di cui la Nasa ha bisogno”. Che il lavoro di chi dovrà trascorrere sempre più tempo sul nostro satellite possa giovarne è fuori di dubbio ma certo sarà un percorso estremamente lungo, specie per gli usi più sofisticati. Il prossimo passo è verosimilmente cercare di comprendere con esattezza i meccanismi che l’hanno generata.