Ma davvero è realistico isolare gli anziani per evitare il lockdown?

Di Paolo Mossetti
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Photo credit: MIGUEL MEDINA - Getty Images
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L’ultimo parere del Comitato tecnico-scientifico italiano è sembrato chiaro: sì ai lockdown regionali e locali. La bozza del nuovo dpcm? Sì al lockdown, ma nazionale. Come un cervello che non riesce a comunicare al braccio o alla gamba il movimento desiderato, questa «dittatura sanitaria» sembra piuttosto impacciata. Forse perché, nel mezzo tra il dire e il fare, c’è la politica. Che in un Occidente dove il coronavirus sembra di nuovo fuori controllo si lacera tra la razionalità della scienza e la mediazione tra interessi: sociali, demografici, commerciali, di classe. Nella Penisola, in particolare, c’è l’interesse dei governatori di non vedere la propria regione o capoluogo chiusi, e quindi di non passare per più incapaci degli altri. Ma c’è anche una piazza che esprime sentimenti contrastanti e tutti più o meno legittimi, tra cui quello di chi invece di combattere la mortalità ci scenderebbe a patti, pur di non devastare l'economia.

In una pandemia di questo tipo non esistono soluzioni ottimali, ma solo una costante ricerca di compromessi tra la protezione della «nuda vita» e il mantenimento del tessuto civile delle nazioni. C’è chi allora, partendo dai dati sulla letalità del Covid-19, ha pensato che una strategia preferibile a una chiusura a tempo indeterminato dell’economia, che potrebbe avere conseguenze socio-economiche disastrose, sia quella di dividere i giovani dagli anziani, approfittando del fatto che i primi sono enormemente meno vulnerabili al virus. Proposte di questo tipo sono state avanzate fin dagli esordi della pandemia dal governo britannico e da quello israeliano: senza grande successo, dato che hanno dovuto optare più recentemente per nuove serrate.

Agli inizi di ottobre l’idea è però tornata alla carica tramite la Grande Dichiarazione di Barrington, un appello firmato da decine di scienziati scettici sull’approccio finora adottato dai governi mondiali, e sponsorizzato da mecenati solitamente impegnati in campagne di discredito dei movimenti ambientalisti. Infine si sono aggiunti alla discussione il sito di economia La Voce e l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi). Vuoi per il fallimento dei tentativi finora portati avanti, vuoi per i firmatari delle proposte, considerati troppo vicini al mondo del turbocapitalismo e di un certo darwinismo sociale, l’idea di «isolare gli anziani» è stata finora screditata in larghi settori della medicina e dell’intellettualità di sinistra.

Photo credit: MARCO BERTORELLO - Getty Images
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In verità le proposte di cui parliamo hanno sfumature e portate diverse. Quella de La Voce ad esempio parla di scoraggiare le riunioni di famiglia ad età mista e di isolare la categoria meno a rischio, cioè i giovani, offrendo a quelli che vivono insieme agli anziani di «trasferirsi, temporaneamente, nei numerosi alberghi vuoti e mangiare nei ristoranti attualmente senza clienti» (magari con l’aiuto di un caritatevole voucher). L’Ispi si chiede cosa accadrebbe, se invece di decretare un lockdown nazionale, «superato un certo livello di guardia» decidessimo di isolare in «maniera perfetta» soltanto le persone in età avanzata, o anche solo una parte di esse.

Nessuna delle due proposte offre molti dettagli logistici affinché questo sia viabile, ed entrambe partono dal presupposto che queste strategie si sarebbero dovute tentare prima di arrivare alla situazione attuale. In altre parole, c’è la consapevolezza di ragionare più per ipotesi, e nell’eventualità di una seconda grande pandemia, che per una qualche utilità contingente. Tanto però è bastato per ad attirare a chi ne parla la scomunica delle associazioni di categoria (vedi alcune sezioni della Cgil o della Confartigianato) o persino l’accusa di «nazismo» da parte dello psichiatra Paolo Crepet.

Sembra effettivamente impensabile che un come l’Italia, che è riuscito per sette mesi a mettere sotto il tappeto le carenze del trasporto pubblico, del tracciamento e delle strutture ospedaliere (peraltro in buona compagnia in Europa) possa attrezzarsi per un trasferimento coordinato di tutti o anche soltanto una metà dei suoi 14 milioni di over-65. Secondo l’Istat, gli alberghi in Italia contengono “appena” 2,2 milioni di posti letto, mentre le seconde case sono all’incirca 5,5 milioni, ma distribuite non omogeneamente e comunque non le si può trasformare in nuove Rsa dove estranei a rischio condividono la stessa stanza. E persino i soldi e le strutture non bastano, quando non c’è una leadership oppure istituzioni che rendano più fluida la catena di comando, e credibili decisioni così traumatiche.

Photo credit: David Ramos - Getty Images
Photo credit: David Ramos - Getty Images

Senza considerare il fatto che, notoriamente, gli anziani non amano stare con altri anziani (ricordate i litigi furibondi di vostra zia con le sue coetanee durante le gite per Lourdes?) e che di tutto abbiamo bisogno tranne che nuovi radicalizzati dalle teorie del complotto su Internet con tanto, troppo tempo a disposizione. Soprattutto nel momento in cui, se anche si dovesse optare per una una proposta di «isolamento selettivo» (e non «confinamento»), non se ne conosce al momento la durata necessaria: fino all’arrivo del vaccino? Fino a che tutti gli under-65 avranno fatto da cavie facendosi infettare? Oppure per periodi lunghi qualche mese, apri-e-chiudi, a fisarmonica, giusto il tempo di rallentare l’ondata e far respirare gli ospedali? Molti esperti sono contrari all’idea di impedire tramite legge agli anziani di uscire di casa, perché una tale soluzione draconiana non risolverebbe il problema epidemiologico: la fascia di età dei nuovi contagi e dei ricoveri si è abbassata, i danni del Covid sul sistema respiratorio e nervoso sono ancora da analizzare, e anche sull’immunità ci sono diversi dubbi.

Il contraltare a questo ragionamento sensato però dev’essere a mio avviso duplice: in primis, che il rischio zero non esiste neppure in caso di lockdown totale, sul tipo di marzo, quando si poteva comunque poteva uscire e comprare l’essenziale. Se sarebbe ingiusto riservare un trattamento riservato agli over-65 per lasciare che i giovani e le imprese si abbandonino a comportamenti irresponsabili o a un improbabile «ritorno alla normalità», va detto che neppure in primavera siamo riusciti a imporre un controllo sociale di tipo cinese. Le persone che secondo alcuni non sono isolabili, insomma, non lo sono state neanche quando tutto questo ci ha colti di sorpresa e c’era più disponibilità all’impensabile: gli anziani, sia nelle case di cura che nei propri domicili, sono stati lasciati all’autogoverno individuale, mentre degli scriteriati hanno continuato a organizzare feste e tenere aperti gli uffici senza rispettare i protocolli aggirando la legge.

Un altro argomento dell’«isolamento degli anziani», o per lo meno del fatto di prenderlo in considerazione senza pregiudizi è di tipo politico: non si può lasciare l'opposizione al lockdown ai segmenti più estremisti del nazionalismo di destra e del complottismo di sinistra. Certamente è importante sviscerare, come ha fatto il sito Valigia Blu, la rete di interessi ambigui e finanziatori oscuri che si nasconde spesso dietro alcuni appelli «libertari» e altre proposte «per salvare l’economia». Ma anche chi critica questi movimenti ha i suoi difetti: ad esempio il ricorso eccessivo alla «colpa per associazione», vale a dire attaccare il presunto «negazionista» non parlando della sua tesi bensì delle cattive compagnie politiche che questo frequenta; lo stesso uso disinvolto del termine «negazionista» fuori dal contesto dell'Olocausto e dell'antisemitismo, che rischia di ritorcersi contro gli stessi che oggi se ne fanno promotori in modo dozzinale e vigliacco; il rifugio nel «principio di autorità» per cui basta un’opinione della nemesi di Trump, l’infettivologo statunitense Anthony Fauci, per concludere «oggettivamente» una discussione, senza il bisogno di discutere sul merito e sui dati.

Photo credit: Carlos Alvarez - Getty Images
Photo credit: Carlos Alvarez - Getty Images

La fandonia che scienza, competenza e tecnica siano entità neutrali ha alimentato il populismo recente, e non sarebbe utile per la sinistra immolarsi sopra ipotesi di gestione della crisi troppo rigide e asettiche. Si pensi a quanto sta accadendo in Inghilterra: avendo perduto il suo scopo primario, il Brexit Party di Nigel Farage sta per essere rilanciato come «partito anti-lockdown» che prenderà il nome Reform UK. Farage ha sentenziato che «i lockdown non funzionano» e affermato che la sua nuova formazione sosterrà una politica di «protezione mirata» solo per i più vulnerabili, in modo da consentire al resto della popolazione di sviluppare la cosiddetta «immunità di gregge».

È una mossa opportunistica, certo. Una bella gatta da pelare per i Conservatori, che hanno conquistato a dicembre molti dei voti del Labour promettendo crescita economica e sovranismo, e invece li hanno «ingabbiati» nei soliti vincoli esterni della sanità globale, della tecnocrazia e dell'incertezza economica. Ma è anche un esempio minaccioso di come funzioneranno i partiti «monocausali» nel prossimo futuro, e anche di quello che potrebbe succedere in Italia - dove il sistema elettorale è più clemente con i partiti minori - in caso di una scissione reazionaria dal M5s e dalla Lega che porti con sé le schegge dei nuovi movimenti no-euro e anti-coprifuoco.

Insomma, al momento il ventaglio delle opzioni si è ristretto sempre più: il sistema di test e tracciamento è saltato un po’ ovunque e la Gran Bretagna, la Francia, l’Austria, il Belgio, e la Germania ritornano in forme diverse ma comunque pesanti di lockdown. Al tempo stesso, la prospettiva di un vaccino affidabile entro Natale sembra svanita, ma anche se si materializzasse appare chiaro che i tempi per la produzione e la distribuzione su scala globale saranno così lenti da non lasciar presagire un 2021 sereno. Bisogna dunque avere il coraggio di discutere di ciò di cui non si è discusso abbastanza, e solo in maniera sbrigativa e sotto la minaccia della scomunica.

I fautori dell'isolamento degli anziani saranno anche cinici, teorici o superficiali, ma pongono un problema di fondo ineludibile, a cui la politica deve farsi carico di rispondere: se cure e vaccini contro il Covid dovessero tardare, come potremmo evitare un lockdown magari intermittente ma potenzialmente lunghissimo, che finirebbe per stritolare l'economia globale, con conseguenze sociali inimmaginabili? Ci vuole qualche soluzione realistica, che sia meno irresponsabile della stampa a oltranza di moneta (che richiederebbe per cominciare l'uscita dall'euro) e più fattibile di patrimoniali o espropri (che causerebbero un dissenso che il governo non sembra avere lontanamente la forza di affrontare).