Ma davvero il freddo peggiorerà ancora il Covid-19?

Di Redazione
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Photo credit: STR - Getty Images
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Il freddo fa venire l'influenza, il raffreddore, e quindi anche il Covid-19? La questione è ormai ampiamente dibattuta: per generazioni la saggezza popolare ha dato per scontato che fosse così, poi qualche scienziato guastafeste ha iniziato a sostenere che questa teoria non abbia maggiore fondamento che "rosso di sera bel tempo si spera". In effetti si tratta di malattie virali e il freddo di per sé non ha nulla a che vedere con la presenza o meno del virus.

Ma quindi? Perché ogni anno l'influenza arriva con la brutta stagione? E perché anche i contagi di Covid-19 hanno rallentato durante l'estate, nonostante locali e ristoranti aperti, per tornare a impennarsi quando la temperatura si è abbassata? Gli scienziati hanno diverse ipotesi: prima di tutto d'inverno si passa più tempo al chiuso, starnutendosi e tossendosi addosso a vicenda. Anche chi abita vicino al luogo di lavoro sarà più portato a prendere i mezzi pubblici che a fare una passeggiata, per evitare il gelo. Inoltre in mancanza di sole il nostro corpo produce meno vitamina D, il che indebolisce il nostro sistema immunitario.

D'altra parte il freddo ha probabilmente anche un ruolo diretto: diverse ricerche hanno concluso che i virus dell'influenza sopravvivono più facilmente nell'aria fredda e non troppo umida della stagione che inizia a ottobre.

Photo credit: Sergei Fadeichev - Getty Images
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Probabilmente questo vale anche per il Covid-19: come riporta il sito di The Conversation ricerche su coronavirus simili hanno mostrato che in un ambiente fresco e asciutto i virus sopravvivono più a lungo sulle superfici, e che in condizioni di refrigerazione (circa 4 gradi) possono sopravvivere addirittura un mese. A ulteriore dimostrazione di questo, si è registrato un numero abnorme di focolai negli stabilimenti dell'industria della carne, dove si opera appunto in condizioni refrigerate.

I trascorsi con altri coronavirus come la SARS e la MERS vanno però in direzione diversa, per certi versi opposta: i picchi dei focolai si sono spesso verificati in primavera o addirittura in estate.

Il riscontro più immediato che abbiamo, continua The Conversation, è quello dell'andamento del Covid-19 durante l'inverno degli scorsi mesi nell'emisfero sud del mondo. Anche in questo caso però i riscontri sono contraddittori: in Africa ci sono stati oltre 700.000 casi e picchi molto gravi, mentre in Nuova Zelanda la pandemia è stata contenuta egregiamente. Le differenze tra le due realtà sono ovviamente enormi, ma probabilmente la temperatura non è stata un fattore decisivo.

Nel complesso quindi non abbiamo certezze e probabilmente non ne avremo fino a quando in primavera si potrà fare un bilancio, ma sfortunatamente la maggior parte degli indizi porta a pensare che il freddo possa facilitare il contagio. Senza andare lontano, basta vedere l'impennata dei contagi delle ultime settimane per optare per un approccio il più prudente possibile, nella speranza di riuscire a evitare misure di contenimento drastiche come quelle del primo lockdown.