Ma davvero la vitamina D combatte il Covid-19?

Di Simone Cosimi
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Photo credit: JOSE JORDAN - Getty Images
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From Esquire

Ripercorrendo tutte le tappe dallo scorso febbraio, il Guardian è tornato a insistere sulla vitamina D come difesa contro le manifestazioni severe della Covid-19. Fino a ricostruire il percorso attraverso il quale il governo britannico, nel pieno di una seconda ondata di proporzioni drammatiche, è arrivato a decidere di distribuire integratori in grado di incidere su questo gruppo di pro-ormoni liposolubili a diverse fasce a rischio, per esempio nelle residenze assistite per anziani, per un totale di oltre due milioni di persone. E a sponsorizzarne l'impiego all’interno di alimenti di largo utilizzo come farina, latte, cereali, come si fa in diversi paesi, dalla Finlandia al Canada fino all’Australia, talvolta per legge. Si tratta, in molti casi anche se non in tutti, di paesi segnati da inverni lunghi e freddi dove è più complesso esporsi al sole per un numero di ore sufficiente ad attivare i meccanismi biologici.

Photo credit: GETTY
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In realtà vitamina D significa poco: si tratta come detto di un gruppo di pro-ormoni costituito da cinque diverse vitamine: D1, D2, D3, D4 e D5. I due elementi fondamentali sono la D2, ergocalciferolo, e la D3, colecalciferolo. Il primo si può appunto assumere anche tramite l’alimentazione, il secondo, derivante dal colesterolo, viene sintetizzato dall’organismo, a livello della cute, grazie alla sintesi da parte dell’esposizione alla luce, in particolare alle radiazioni ultraviolette B. In realtà è solo il primo passo della sua attivazione: il pro-ormone deve infatti subire idrossilazioni successive, transitando da diversi tessuti, per poter esercitare le sue funzioni ormonali. Fra queste il supporto all’assorbimento del calcio e del fosforo nelle ossa e nella stabilizzazione dei loro livelli nel sangue ma anche funzioni immunostimolanti e antinfiammatorie. Che molti esperti ritengono molto utili anche nel caso della malattia indotta da Sars-Cov-2.

Negli ultimi mesi un numero crescente di lavori ha messo in luce una probabile associazione fra Covid-19 e status vitaminico D. In un documento dell’Associazione medici endocrinologi si legge per esempio che “la diffusione del virus Sars-Cov 2, responsabile del Covid-19, è iniziata nell’emisfero nord della Terra alla fine della stagione invernale del 2019, momento in cui i livelli di vitamina D sono notoriamente ridotti. La diffusione della malattia ha avuto poi un andamento apparentemente irregolare. Infatti, la più bassa percentuale di casi e tassi ridotti di mortalità sono stati riscontrati in Paesi dove la fortificazione dei cibi con vitamina D è effettuata di routine, a causa della ridotta esposizione alle radiazioni ultraviolette B, quali la Norvegia. Invece sono state particolarmente colpite Italia e Spagna, dove il deficit di vitamina D è largamente diffuso. In tutti i paesi con più di 150 casi è documentata una correlazione tra mortalità da Covid-19 e latitudine. Un'ulteriore conferma del potenziale ruolo della vitamina D è da ricordare il dato dell’Ufficio per le statistiche nazionali del Regno Unito, che ha evidenziato una mortalità da Covid-19 più di quattro volte maggiore nella popolazione nera inglese e gallese, con livelli di vitamina D tendenzialmente ridotti a causa della pelle scura, rispetto a quella bianca”.

Photo credit: GETTY
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Tante indagini, insomma, ma molto poche prospettiche, che abbiano cioè valutato i livelli effettivi di vitamina D nei pazienti ricoverati durante la pandemia. In un caso, per esempio ("Vitamin D status and outcomes for hospitalised older patients with COVID-19" pubblicato sul BMJ), sono stati rilevati livelli di vitamina D “marcatamente più bassi nei pazienti positivi a Sars-CoV-2 rispetto a quelli negativi”. Un’altra indagine italiana, svolta al San Matteo di Pavia da un gruppo multidisciplinare su 129 pazienti Covid-19 ricoverati fra marzo e aprile sembrerebbe allinearsi a questi esiti: i ricercatori hanno cioè rilevato livelli molto bassi di vitamina D nei pazienti ospedalizzati in condizioni severe, sebbene quelle soglie non si potessero collegare in modo univoco all’esito del ricovero anche a causa delle condizioni critiche di accesso in ospedale. "I livelli sierici di vitamina D sono stati valutati a 48 ore dal ricovero ospedaliero e il 54,3% ne era gravemente carente – aveva spiegato all’inizio dello scorso mese Riccardo Caccialanza, primario di Nutrizione clinica - tuttavia, se l’adeguatezza della vitamina D possa prevenire l’infezione da Covid-19 o influenzare gli esiti clinici, deve essere ancora valutato rispettivamente da studi di popolazione e studi di intervento adeguatamente dimensionati e progettati, che potrebbero essere molto rilevanti considerato l’andamento della pandemia a livello globale".

Insomma, nonostante la scelta del governo britannico puntualmente documentata dal Guardian, e gli appelli di diversi gruppi di esperti – si ricorda per esempio una lettera dello scorso aprile sempre sul British Medical Journal nella quale un nutrito gruppo di medici indicò la correzione delle carenze di vitamina D come “un passo semplice e sicuro che offre in modo convincente un rimedio di mitigazione del Covid-19 potenziale, significativo e fattibile" – la comunità scientifica è ancora fortemente divisa.

Un esempio lampante ne siano le posizioni delle massime autorità sanitarie del nostro paese. Da una parte, in una lettera pubblicata l’estate scorsa sull'American Journal of Physiology – Endocrinology and Metabolism, Maria Cristina Gauzzi e Laura Fantuzzi del Centro nazionale per la salute globale dell’Istituto superiore di sanità sostenevano sulla base della letteratura scientifica che “adeguati livelli di vitamina D al momento dell'infezione con Sars-CoV-2 potrebbero favorire l’azione protettiva dell’interferone di tipo I – uno dei più potenti mediatori della risposta antivirale dell’organismo – e rafforzare l'immunità antivirale innata”. E l’Iss ci torna spesso, nelle sue pubblicazioni. D’altra parte il ministero della Salute include la vitamina D fra le fake news più diffuse sulla Covid-19, scrivendo nella scheda dedicata sul suo sito che “non ci sono attualmente evidenze scientifiche che la vitamina D giochi un ruolo nella protezione dall’infezione da nuovo coronavirus”. Facendo poi riferimento alla circolare del 30 novembre 2020 del ministero stesso, intitolata “Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-CoV-2”, che “ sottolinea che "non esistono, ad oggi, evidenze solide e incontrovertibili (ovvero derivanti da studi clinici controllati) di efficacia di supplementi vitaminici e integratori alimentari (ad esempio vitamine, inclusa vitamina D, lattoferrina, quercitina), il cui utilizzo per questa indicazione non è, quindi, raccomandato”.