Ma davvero Trump può riuscire a mandare a monte la vittoria di Biden?

Di Paolo Mossetti
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Photo credit: The Washington Post - Getty Images
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From Esquire

Ieri a mezzanotte - erano le 18 a Washington - Donald Trump sembrava aver perso del tutto il controllo. Di se stesso, delle sue parole - che costruivano un’insalata delirante fatta di brogli e vittorie inesistenti - del suo partito, del contesto. Persino del suo vicepresidente, che lo ha abbandonato nel momento più difficile. Sapevamo che Trump non sa perdere, lo aveva detto lui stesso più volte. Ma a un certo momento, ieri sera, ci è parso di assistere a un vero collasso, al meltdown di un uomo allo sbando rispetto alla realtà. Ci sarebbe persino margine per la schadenfreude. Ma in questo momento imperversa una domanda, tra gli addetti ai lavori e non: che farà il presidente in carica degli Stati Uniti ora che le sue speranze di vincere la rielezione passando per le urne si stanno vaporizzando?

Ormai sembra mancare soltanto, da parte di un’emittente autorevole, la «chiamata» della vittoria Biden - così si dice in gergo giornalistico - e poi sarà fatta la storia: con lo sfidante democratico che conquista la White House facendo fare le valigie a un incombente - è la prima volta dal 1992 che succede, e soltanto la quarta volta in 100 anni; peraltro, con la prima vice presidente donna della storia. Eppure Trump continua a professare la sua fede in un luogo dove crede di poter riavere indietro i voti che gli mancano, o magari per crearli dal nulla, come i soldi della Fed che però non sono stati sufficienti a «comprargli» abbastanza consenso: la Corte Suprema.

Photo credit: BRENDAN SMIALOWSKI - Getty Images
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Gli Stati decisivi che in queste ore stanno decidendo la partita, Pennsylvania e Georgia - che valgono rispettivamente 20 e 16 voti elettorale quando a Biden ne servono 17 per arrivare alla soglia fatidica - hanno visto il sorpasso all’ultima curva del democratico, soprattutto grazie ai voti delle contee di Atlanta e di Philadelphia e del voto via posta: finisse così, sarebbe lui il 46° presidente degli Stati Uniti e buonanotte. Il problema, e la fonte di ansia per i Dem, è che il margine di vantaggio in entrambi gli Stati per il momento pare minimo, al di sotto dello 0,5 per cento (ma se in Georgia i numeri resteranno probabilmente in quest'ordine, in Penssylvania è possibile che il distacco cresca di molto con il conteggio delle ultime schede). Sotto questa soglia i risultati rientrerebbero nel territorio del riconteggio minacciato più volte da Trump e dai suoi supporter più radicalizzati. In altri Stati già assegnati, come ad esempio il Wisconsin dello 0,6 per cento, il vantaggio di Biden è molto ridotto. (La soglia per poter chiedere il riconteggio varia di Stato in Stato

Non bisogna andare troppo indietro nel tempo per ritrovare scenari da incubo su elezioni finite in tribunale: si affaccia alla memoria lo spettro del 2000, in cui tutta la vittoria di Bush Jr. si decise su appena 537 voti in Florida, dopo che oltre 100 milioni di elettori si erano già espressi in un pareggio sostanziale. Decidere per chi avessero votato i pensionati di Palm Beach, ricorda il giornalista Marco Baldazzi, fu «un’impresa titanica» che mise in stallo la politica mondiale per oltre un mese. In quell’occasione, il destino del paese si decise sulla punzonatura che erano costretti a fare gli elettori di quell’unica contea sulle astruse schede per votare, e che veniva interpreta in modo diverso dai legali repubblicani e dai democratici. Oggi Trump e i suoi vagheggiano di morti risuscitati, di conteggi effettuati senza i osservatori del Gop presenti e di schede via posta arrivate troppo più in là rispetto alla chiusura dei seggi. Troppo complicato spiegare i dettagli di queste accuse, ma basti sapere che per ora tutti i principali network televisivi e la stampa che conta, anche conservatrice, sono concordi col dire che di irregolarità non se ne sono viste, e comunque non di decisive per la sorte degli Stati-chiave.

L’ondata di ricorsi della campagna di Trump in Georgia, Michigan, Nevada e Pennsylvania non pare in nessun modo avere i requisiti per condurre a una resa dei conti di fronte alla Corte Suprema come ai tempi di Bush vs. Gore.

Wendy Weiser, direttrice del programma per la democrazia del Brennan Center for Justice alla New York University School of Law, spiega che se i giudici della Corte Suprema venissero tirati troppo per la giacca «in una maniera che potrebbe minare il processo elettorale… si potrebbe verificare uno scenario di crisi». Secondo Steven Huefner, esperto di diritto della Ohio State University, «La Corte Suprema non vorrà svolgere alcun ruolo in tutto questo», e spererà in ogni caso di risultare il più neutrale possibili in questioni riguardanti le elezioni. Storicamente, la Corte non ha mai gradito ritrovarsi questo genere di cose tra i piedi.

Sebbene alla Corte Suprema esistano almeno tre giudici su nove che in passato si sono disposti ad affrontare la revisione dei risultati in Pennsylvania, e un altro paio che ha condiviso le preoccupazioni dei Repubblicani sul ricevimento troppo dilazionato delle schede elettorali, la maggioranza conservatrice che Trump e i Repubblicani al Senato hanno costruito negli ultimi quattro anni non sarà probabilmente in grado di salvare la sua presidenza. Il punto è che perché la "via giudiziaria" avesse qualche speranza ci vorrebbe un margine sottile come un rasoio o una controversia legale davvero importante in uno Stato, e i delegati di quello stato dovrebbero essere così tanti da ribaltare il risultato in caso di ricorso vittorioso. In Georgia e in Pennsylvania al momento ci si trova entro il margine che legalmente consente il riconteggio, ma un riconteggio difficilmente sposta più di qualche centinaio di voti. In Florida nel 200o la distanza era di 400 voti, in questi casi parliamo comunque di diverse migliaia o decine di migliaia.

Se poi Biden dovesse vincere Georgia, Pennsylvania, Arizona e Nevada come pare probabile dalle tendenze di queste ore, il margine di vantaggio sarebbe tale da rendere inutile, in pratica, qualunque azione di contestazione.

Photo credit: Chip Somodevilla - Getty Images
Photo credit: Chip Somodevilla - Getty Images

Questa situazone ha portato il leader della campagna elettorale di Biden, Bob Bauer, a dichiarare che se Trump dovesse insistere per arrivare a un conteggio in ogni Stato perduto tra i quattro di cui abbiamo parlato sopra, «si troverà ad affrontare una delle più imbarazzanti sconfitte che un presidente abbia mai subito da parte della più alta corte del paese». Secondo Edward Foley, esperto di diritto presso l'Ohio State University Moritz College of Law, il contenzioso sul voto altro non è che un sistema per avvelenare i pozzi da parte di Trump, indebolire la democrazia liberale e seminare il dubbio nel risultato. E non è da escludere neppure che Trump stia pensando a una strategia di intimidazione per negoziare una via di fuga da eventuali ritorsioni legali dei Democratici alla Camera, da nuovi cicli di impeachment e persino per crearsi un nuovo seguito fedele, scissionista rispetto al Partito repubblicano, per la sua carriera da imbonitore televisivo o da leader di un terzo partito alternativo ai due blocchi.

La differenza principale (e più preoccupante) tra oggi e la semiparalisi di vent’anni fa è ciò che avviene fuori dai tribunali. Allora l’estenuante riconteggio avvenne in un clima relativamente civile, in piena apoteosi del Washington Consensus, il bipartitismo ottimistico in cui democratici e repubblicani erano allineati in un sostanziale centrismo liberale e globalista.

Che succederebbe se si replicasse quell’attesa oggi, in un paese fratturato e polarizzato, dove in piazza si confrontano studenti e milizie armate, minoranze e suprematisti? E se, come paventa già Cnn, la campagna di Trump, il presidente dovesse insistere con il refrain che «l’elezione non è finita» citando imprecisate «irregolarità» nel voto. Trump ha già annunciato che non farà alcun discorso per riconoscere la vittoria di Biden. Lo staff di Biden è arrivato a dire che se il tycoon populista dovesse fare resistenza ad accettare la sconfitta, «il governo degli Stati Uniti è perfettamente capace di scortare gli intrusi fuori dalla Casa Bianca». Lo scenario però in realtà terrorizza un po' tutti per la figuraccia che rappresenterebbe per quella che ancora si considera la più grande e stabile democrazia del mondo.

Non nessun obbligo legale che un candidato sconfitto «conceda» al vincitore verbalmente, in verità: trattasi di consuetudini spesso create per unire, dopo una campagna elettorale estenuante, una nazione dall’equilibrio sociale ed etnico precario, e per favorire un passaggio di consegne pacifico. I famosi concession speech, che a distanza di anni diventano spesso memorabili - come quello di John McCain nei confronti del vincente Obama nel 2008, che sembra provenire da un’altra era geologica - fanno insomma «semplicemente» parte della cultura normativa in politica, e della sua prassi sociale. In un certo senso, il discorso di concessione è l'elemento meno rigido ma per certi versi più importante delle elezioni, perché ogni elezione ha bisogno di una fase di conflitto ma anche di una chiusura.

Del resto c'è da preoccuparsi ma non da stupirsi: Trump ha basato la sua «rivolta» proprio sull’erosione delle norme più consolidate, che riguardano anche il galateo dello stato di diritto.