Ma perché Trump ha dichiarato la vittoria anche se non ha (per ora) vinto? Cosa ci guadagna davvero?

Di Paolo Mossetti
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Photo credit: MANDEL NGAN - Getty Images
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From Esquire

Aveva detto che lo avrebbe fatto, poi ha cincischiato, ha ribadito, ha lasciato dire alla responsabile della comunicazione che aveva cambiato idea, e infine lo ha fatto davvero: stamattina presto, rivolgendosi al suo comitato elettorale stipato senza mascherine nell’ala est della Casa Bianca, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha prematuramente rivendicato la vittoria alle elezioni, nonostante l'altalena dei conteggi sia ancora in corso. Minacciando, come se ciò non bastasse, di portare tutto alla Corte Suprema per fermare la giostra.

Quello del «leader del mondo libero» non è stato un impulso del momento. Per settimane Trump ha discusso questo scenario che non è un eufemismo definire «eversivo» con i suoi consiglieri, valutando diverse ipotesi su cosa dire nel caso le proiezioni non avessero disegnato un quadro chiaro la notte del 3 novembre. Molti esperti hanno persino considerato dei worst case scenario in cui il capo della Casa Bianca non se ne sarebbe voluto andare con le buone, costringendo il paese a una estenuante battaglia civile che l’avrebbe erosa e polarizzata più di quanto già non fosse.

Photo credit: The Washington Post - Getty Images
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Infatti, tutto va come previsto. In queste ore il comitato per la rielezione di Trump lo sta ripetendo ai suoi sostenitori, senza giri di parole, in diverse newsletter che puntano al nocciolo duro repubblicano, e sui social: lottate per Trump, rispondete colpo su colpo; perché nonostante i numeri siano «ovviamente a favore del vostro presidente» la «sinistra radicale» cercherà di «fregarvi le elezioni». Toni di una aggressività che sarebbe stata ritenuta inaccettabile dalla comunità internazionale in qualunque altro paese del mondo, e invece a questo punto normalizzata proprio dalla democrazia il cui «spettacolo» veniva celebrato fino all’altro ieri.

Trump dunque ha già dichiarato vittoria in Stati in cui la gara è ancora troppo aperta e mancano ancora centinaia di migliaia di voti da contare, come in North Carolina e Georgia. Stati nei quali potrebbe vincere, se solo aspettasse la fine dello scrutinio. Ha anche indicato i conteggi in Michigan e in Pennsylvania, due Stati cruciali per il suo percorso di rielezione, dove tantissimi voti per corrispondenza non sono ancora stati inclusi, affermando che stava vincendo anche lì. Un discorso che peraltro arriva dopo mesi di accuse - giudicate dai politologi senza fondamento - nei confronti del voto via posta, che secondo Trump favorisce la frode a sue spese.

Un motivo di ottimismo per i Democratici e per le sinistre: tra le ragioni che hanno spinto Trump a sbroccare ci potrebbe essere il fatto che non ha molta fiducia nei suoi mezzi, e nei dati che arriveranno dalle urne. In Nevada, e ancor di più in Wisconsin e Michigan - territori dove Trump ha cercato di soffiare sulle ansie economiche legate alle chiusure, dicendo che i Dem avrebbero fatto fallire casinò e fabbriche -il voto delle grandi città, sempre progressista, sta profilando in queste ore un sorpasso di Biden. Per di più, anche i pacchetti di voti che restano da contare in Pennsylvania dovrebbero tendere più al blu che al rosso.

Photo credit: MANDEL NGAN - Getty Images
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In ogni caso, le dichiarazioni oltraggiose e senza precedenti di Trump cambiano poco sul piano dello scrutinio, che andrà avanti come previsto, e quindi sui risultati. In tanti in queste ore si stanno chiedendo però che cosa succederebbe se uno dei due candidati non accettasse i risultati, se il voto venisse contestato in uno o più Stati, o se addirittura la corsa terminasse con un pareggio: 269 grandi elettori per parte. Scenari che a questo punto non sono così improbabili, considerato anche che in diversi Stati i risultati potrebbero non essere noti per giorni: come la North Carolina, che continuerà a ricevere schede per corrispondenza nei nove giorni successivi al voto. La memoria torna al 2000, con il repubblicano George W. Bush e il democratico Al Gore divisi da soli 537 voti nell’ultimo Stato decisivo, la Florida, che all’epoca garantiva al vincitore 25 grandi elettori. Durante la notte elettorale alcuni media attribuirono la Florida ad Al Gore, ma poi le operazioni di riconteggio andarono avanti per giorni e alla fine la disputa legale fu risolta alla Corte Suprema, che fermò tutto e spinse il repubblicano verso la vittoria.

Ieri la presidente della Camera, Nancy Pelosi del Partito democratico, ha sottolineato che il Congresso è pronto a decidere la corsa alla Casa Bianca se sarà necessario. Ma le cose si complicherebbero ulteriormente nel caso di battaglie legali all’interno dei singoli Stati, che finirebbero quasi certamente nel circuito federale e su cui infine potrebbe essere chiamata a pronunciarsi la Corte suprema, dove è stata appena confermata la giudice Amy Coney Barrett, decisamente filo-Trump. Qualunque cosa succederà nei tribunali e nei palazzi della politica, comunque, decisamente diverso è il piano dell’ordine pubblico: parliamo pur sempre di una tornata elettorale, più serrata che mai, che si svolge dopo un’estate di disordini di piazza a seguito della morte di George Floyd, con dall’altra parte milizie suprematiste bianche che ormai Già si contano almeno otto arresti a Seattle, dove gruppi di manifestanti hanno bloccato le strade nel centro cittadino, mentre innumerevoli commercianti hanno barricato le saracinesche. In qualunque modo finisca lo spoglio delle schede, la democrazia del paese più ricco e potente della Terra sembra screditata per parecchi anni a venire.