Ma quindi, tra quanto tempo torneremo (più o meno) alla normalità dopo il Covid-19?

Di Andrea Signorelli
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Photo credit: FILIPPO MONTEFORTE - Getty Images
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Ci risiamo, è iniziato un nuovo lockdown. Regolato in base ai colori delle regioni e quindi più graduale del precedente – che sottoponeva a un regime rigidissimo anche aree tutto sommato sotto controllo –, ma che per chi si trova nelle zone rosse è in tutto e per tutto uguale a quello primaverile (con in più la possibilità di tagliarsi i capelli). Al di là della capacità, tutta da vedere, del nostro sistema economico di reggere a una seconda mazzata, resta da valutare una seconda incognita: la nostra tenuta psicologica.

Da un certo punto di vista, questo secondo lockdown è ancora più pesante del primo (soprattutto per chi sta nelle zone rosse, ovviamente). Un po’ com’è più difficile affrontare la ricaduta di una brutta malattia: si sperava che non sarebbe più tornata – non almeno in forma così grave – e invece eccoci di nuovo qui. Punto e a capo. Di nuovo chiusi in casa con la possibilità di uscire soltanto per fare il giro dell’isolato.

Quando, quindi, torneremo nuovamente a una vita più o meno normale, per quanto sempre dotati di mascherina, attenti al distanziamento sociale, incollati ai dati giornalieri dei contagi e tutto ciò che ancora per lungo tempo farà sicuramente parte della nostra quotidianità? Per il momento, abbiamo due sole certezze. La prima è che il DPCM appena varato ha validità fino al 3 dicembre (ma può ovviamente essere allungato o abbreviato in caso di necessità, così come può cambiare il colore delle regioni). La seconda è che il governo farà di tutto per riaprire almeno parzialmente la vita sociale in prossimità del Natale; non solo per preservare la festa a cui siamo più legati, ma anche per dare respiro a negozianti che, privati del 25 dicembre, rischierebbero davvero grosso.

Ha senso quindi attendersi di tornare in libertà attorno ai primi di dicembre? Un mese, in teoria, può portare risultati. Lo abbiamo già visto nel precedente lockdown: l’otto marzo iniziò la quarantena con 1.500 casi, due settimane dopo – come previsto – arrivò il picco primaverile (circa seimila casi), dopo un mese questo numero era quasi dimezzato. Si dovette attendere ancora un altro mese prima di godere di un po’ di libertà, ma va anche detto che la situazione allora molto diversa: le terapie intensive e i decessi viaggiavano su una scala diversa rispetto a oggi.

Photo credit: FILIPPO MONTEFORTE - Getty Images
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Quindi: la situazione odierna è comunque maggiormente sotto controllo, trenta giorni potrebbero migliorare l’andamento dei contagi e le festività natalizie incombono. Questa combinazione può essere sufficiente per pensare che in un mese o poco più le restrizioni si allentino. C’è però un’incognita enorme: in primavera, quanta parte dell’abbattimento della curva fu merito del caldo? Ormai lo sappiamo: il caldo indebolisce il virus, com’è stato confermato in più occasioni. Il problema è che adesso stiamo andando in direzione opposta, verso i rigori dell’inverno che dista ancora un mese e mezzo. Un’incognita, quella del freddo, che potrebbe mettere a repentaglio tutti i piani.

E quindi? Se la curva si abbasserà a sufficienza e la pressione sugli ospedali calerà, potremo essere nuovamente (e parzialmente) liberi nel giro di un mese o un mese e mezzo. A quel punto, attraverso un metodico utilizzo delle mascherine, un attento distanziamento sociale e una cauta valutazione dell’opportunità di riaprire scuole e uffici, si potrebbe forse immaginare di non ricadere per una terza volta in una quarantena sempre meno sopportabile dal punto di vista psicologico ed economico.

Forse sarà proprio questo a evitarci un nuovo lockdown: la semplice impossibilità che il sistema regga di nuovo alle serrate. Ma le cose potrebbero anche andare diversamente: le feste che probabilmente passeremo più o meno in libertà potrebbero nuovamente diffondere il virus proprio nelle settimane più fredde dell’anno, costringendoci a una nuova clausura nei primi mesi del 2021. Lasciandoci così nuovamente in attesa della primavera, del caldo e a quel punto anche del vaccino a cui sono affidate le speranze più concrete di liberarci da questo incubo.