Made in Italy è storia della moda applicata alla fiction

Di Carlotta Marelli
·3 minuto per la lettura
Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

From ELLE Decor

Made In Italy, la serie Mediaset coprodotta da Taodue Film e The Family in onda su Canale 5 ogni mercoledì dal 13 gennaio al 3 febbraio 2021, si apre con un’immagine in bianco e nero del Duomo di Milano

Siamo negli anni ’70, quando “a Milano succedeva di tutto” recita la voce narrante prima di portarci, insieme alla protagonista Irene Mastrangelo (Greta Ferro) davanti alla Triennale di Milano per una sfilata di Krizia (interpretata da Stefania Rocca) che avrebbe fatto la storia della moda italiana. La location è licenza poetica (in realtà all’epoca si sfilava in Fiera), ma le collezioni di Krizia di quegli anni rivoluzionarie lo furono davvero: mentre la moda dettava la legge delle gonne lunghe, Miuccia Mandelli vestiva le sue modelle di hot pants, sperimentando con materiali come il plissé metallizzato, il sughero, la gomma, la pelle di anguilla, di anaconda o la gomma di pesce e il metallizzato che le valsero il soprannome da parte della stampa americana di “crazy Krizia”.

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

Attraverso le avventure lavorative della protagonista di Made in Italy e delle sue colleghe all’immaginario magazine di moda Appeal (tra cui Margherita Buy nei panni di Rita Pasini, una giornalista di moda che deve molto a Franca Sozzani), si dipana la storia di una Milano ai suoi primi passi nel mondo della moda, scelta appunta da Krizia ma anche da Walter Albini (Gaetano Bruno) e Ottavio e Rosita Missoni (Enrico Lo Verso e Claudia Pandolfi), che da Firenze si spostano verso il capoluogo lombardo rompendo così una lunga tradizione. A guidarli fu Beppe Modenese, il presidente onorario della Camera Nazionale della Moda scomparso a novembre 2020: dopo aver lavorato a lungo con il marchese Bista Giorgini, l’organizzatore della prima sfilata di moda italiana a Firenze nel 1951, a metà degli anni ’60 si spostò a Milano insieme a quel piccolo gruppo di designer, cominciando a organizzare le prime sfilate e attirando le grandi firme del made in Italy come Giorgio Armani (Raul Bova in Made in Italy), Gianfranco Ferré (Silvio Cavallo), Gianni Versace (Achille Marciano).

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

Se le dinamiche si avvicinano a tratti pericolosamente a quelle de Il Diavolo veste Prada, lo scenario e le location di Made in Italy sono tutti italiani: dalla pausa pranzo al Camparino in Galleria ai pezzi di design anni ’70 con cui è arredata la redazione di Appeal (se la moda stava muovendo i primi passi in Lombardia, il design era nel suo momento d’oro), fino al magnifico atelier di Walter Albini, per il quale è stata scelta la location di Villa Necchi Campiglio.

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

Nella seconda puntata di Made in Italy i protagonisti sono i coniugi Missoni e il loro quartier generale di Sumirago (Varese), l’atelier dove ancora oggi i filati multicolori diventano capi finiti che diventa per l'occasione set delle riprese.

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo

La fiction Made in Italy prova a svolgere l’arduo compito di rappresentare il fashion system italiano cercando di “raccontare il bello in una lingua universale” per citare la Buy durante uno shooting alla Rotonda della Besana nella prima puntata di Made in Italy, trovando un equilibrio tra realtà storica e finzione tramite espedienti narrativi come la voce fuori campo che narra vicende e dinamiche sconosciute a chi non si occupa di moda o di editoria. E guardata mentre la moda prova a ripensare il suo calendario e a trovare nuovi ritmi, offre anche più di uno spunto di riflessione. A partire da quel piccolo gruppo di designer che insieme a Beppe Modenese e alla sua Idea Como aveva trovato nella collaborazione la via del successo.

Photo credit: Courtesy Photo
Photo credit: Courtesy Photo