Mai sentito parlare delle "Comfort Women"? No, ma è stata una violenza di massa da non dimenticare

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Photo credit: Rieko Honma - Getty Images
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Lee Yong-soo è nata a Daegu, in Corea del Sud, il 13 dicembre 1928. Aveva sedici anni quando, vicino alla riva di un fiume, fu catturata un militare. Venne caricata in treno e poi su una barca ad Anju diretta verso un'unità Kamikaze nella contea di Hsinchu a Taiwan. Lì venne violentata per la prima volta. "A quel tempo, non conoscevo nemmeno il termine stupro", ricorda in un'intervista, "Ho solo pensato, 'Questo è il motivo per cui mi hanno catturata'. Sarebbe stato meglio che la barca affondasse e che tutti morissimo lì". Yong-soo è una delle ultime "comfort women" ancora in vita e si batte perché quella che è stata una vera e propria violenza di massa non venga dimenticata. Con la controversa espressione "donne di conforto" ci si riferisce a tutte quelle donne e ragazzine che dal 1932 fino alla fine della seconda guerra mondiale sono state trasformate in schiave sessuali dall'esercito giapponese. Si parla di tantissime persone - oltre duecentomila - coreane, ma anche cinesi, thailandesi, taiwanesi, filippine, indonesiane, birmane e persino olandesi. Dobbiamo parlare di loro.

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Lee Yong-soo ricorda che in media era costretta ad avere rapporti sessuali con quattro o cinque uomini ogni giorno e non le era consentito riposare nemmeno durante le mestruazioni . "Bestie, erano bestie", racconta, "Un girono mi sono rifiutata di entrare nella stanza di un soldato e l'amministratore mi ha avvolto un filo intorno a ciascuna mano e ha applicato scosse elettriche. Ho gridato così forte che posso ancora sentire la mia voce". Quando alla fine della guerra è tornata a casa la famiglia non la riconosceva, lei si sentiva piena di vergogna e non sapeva che lo stesso era accaduto a tante altre ragazze. "Non ho nemmeno potuto dire alla mia famiglia cosa mi è successo", ricorda, ma poi le cose sono cambiate. Nel 1991 un'altra survivor delle "stazioni di conforto" Kim Hak-sun ha parlato pubblicamente per la prima volta del suo passato di schiava sessuale per l'esercito giapponese. Da quel momento anche Yong-soo ha trovato il coraggio di raccontare le atrocità subite, nel 2000 ha testimoniato a Tokyo presso il Tribunale per i crimini di guerra internazionale e oggi gira il mondo per sensibilizzare su questo drammatico capitolo della storia giapponese.

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Secondo diversi rapporti e in particolare uno studio sponsorizzato dalle Nazioni Unite pubblicato nel 1996, molte delle donne di conforto sono state giustiziate alla fine della seconda guerra mondiale. Coloro che sono sopravvissute hanno spesso sofferto danni fisici (inclusa la sterilità), traumi psicologici e forme di rifiuto da parte delle loro famiglie e comunità. Molte sopravvissute sono state semplicemente abbandonate dai giapponesi alla fine della guerra senza avere le entrate e i mezzi di comunicazione necessari per tornare nei loro Paesi. Nel 1991 il governo giapponese ha ammesso pubblicamente per la prima volta che le "stazioni di conforto" sono effettivamente esistite durante la guerra (anche se c'è chi nel Paese continua a negarlo). Si trattava di un programma studiato a tavolino per "sostenere" i soldati durante la guerra, una vera e propria violenza sessuale "legalizzata".

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A partire dagli anni 90 molte sopravvissute - specialmente sudcoreane - si sono organizzate per chiedere al Giappone un risarcimento. Ad oggi, però, ancora non gli è stato accordato e lo scorso aprile un tribunale di Seoul si è espresso contro le accuse al governo giapponese. “La sentenza odierna è una grande delusione", ha commentato il ricercatore dell'Asia orientale di Amnesty International Arnold Fang, "ha fallito nel rendere giustizia alle survivor di questo sistema di schiavitù militare e a coloro che hanno subito queste atrocità prima e durante la seconda guerra mondiale e che ora sono morte così come alle loro famiglie". Molte di queste donne ormai sono anziane e non sono più tante quelle che possono continuare a raccontare la loro storia in prima persone. Ecco perché dobbiamo impegnarci per custodirne la memoria.

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