Mai Tai, ci vuole un po' di dolcezza

Di Federico Di Vita
·4 minuto per la lettura
Photo credit: secret agent mike - Getty Images
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From Esquire

Sto qui a rimettere insieme le informazioni da miscelarvi in uno degli articoli che vi scrivo sui cocktail quando mi prende una voglia struggente di Polinesia – e mica lo dico così per caso, ci sono stato (in viaggio di nozze) e da allora sogno di tornare un giorno alle Isole Cook o in qualcun altro di quegli arcipelaghi capaci di far impallidire al confronto il ricordo di qualunque altro mare – ma ora sembrano così lontane quelle isole da parermi irreali. E mica ci penso per caso, ci penso perché devo scrivere del Mai Tai. Forse sapete meglio di me che il Mai Tai è un cocktail a base di rum chiaro e scuro, curaçao, orzata e succo di lime, e magari sapete pure che non è mica stato inventato in Polinesia ma negli Stati Uniti, dove a un certo tutto ciò che aveva quel fatato tocco polinesiano prese ad andar parecchio di moda. Erano più o meno gli anni ’50.

La vicenda legata all’ideazione di un drink di cui esistono davvero infinite varianti verte sostanzialmente attorno a due locali e a due contendenti. Secondo alcuni – tra cui lui stesso – il Mai Tai sarebbe stato creato da Victor J. Bergeron al Trader Vic’s restaurant di Oakland, in California, nel 1944. Oppure no. Forse a inventarlo fu Ernest Beaumont Gantt, un tale che viaggiò in lungo e in largo per i Mari del Sud (beato lui) ribattezzandosi a un certo punto sobriamente Donn Beach.

Fatto sta che la sua esuberanza fu davvero decisiva per contagiare gli Stati Uniti con l’esotica moda polinesiana – il tiki (in realtà questo concetto, piuttosto vasto, investe tutta la spiritualità polinesiana ma negli anni ’50 veniva usato anche per indicare piuttosto alla buona la fascinazione che si andava via via diffondendo circa le usanze dello screziato continente isolano) – cultura polinesiana che si diffuse negli States proprio in seguito all’apertura, a Hollywood, di “Don the Beachcomber”, il restaurant-bar a tema polinesiano di Donn Beach, che proprio lì inventò il Mai Tai, addirittura nel 1933, a sentir lui. Ma forse no. Tra l’altro le ricette dei due rivali sono differenti, ma sapete perché non è davvero così importante? Perché il trucco del Mai Tai, più che nel gusto deciso, asciutto e fruttato risiede nella sua capacità di ipnotizzarvi con l’immagine della laguna di Aitutaki, o con le gole silvestri di Haiti – e poca importa se cambia un ingrediente o due.

Photo credit: Design Pics/Tomas del Amo
Photo credit: Design Pics/Tomas del Amo

Certo è che se anche la versione di Donn Beach può vantare un indiscusso primato cronologico, a quella di Vic Bergeron sarebbe dovuto addirittura il nome del cocktail (oppure no, chissà). Fatto sta che tra le pareti del suo Trader in una notte del 1944 Vic offrì ad alcuni suoi amici tahitiani, Ham e Carrie Guild, un drink preparato con l’ausilio del suo bartender, creato mettendo insieme ciò che era dietro il bancone: del rum Wray & Nephew, un po’ di lime, dello sciroppo di zucchero, orzata e curaçao. Secondo questa ricostruzione (sarà vera? chissà), dopo averlo assaggiato Carrie Guild esclamò: “Maita’i roa ae” – ossia “molto buono!”, in tahitiano. Comunque sia andata il nome del cocktail sarebbe destinato a rimanere quello – anche se traslitterato male – e viaggiare fino ai quattro angoli del globo.

Drink simbolo dell’era Tiki, il Mai Tai come accennato si prestava a interpretazioni tendenzialmente infinite. La ricetta originale (che poi chissà qual è) in ogni caso tende a variare nel tempo a seconda della disponibilità dei rum presenti sul mercato. Negli anni ’70 Victor J. Bergeron pubblicò la sua “ricetta originale” specificando che il “rum chiaro” e il “rum scuro”, sarebbero rispettivamente stati un rum ambrato jamaicano e un rum ambrato martinicano.

Il Mai Tai divenne sempre più popolare tra gli anni ’50 e ’60, spinto anche dal successo del film Blue Hawaii, interpretato da Elvis Presley (non ditemi che appena l’avete letto non vi è venuta in mente la distorsione all’inizio dell’omonima canzone). Non è mai passato di moda il Mai Tai, lo troviamo in quasi tutte le carte dei cocktail e resta anche nella cultura popolare, per esempio è citato nel singolo “Empire State of Mind” di Jay-Z e Alicia Keys.

È praticamente impossibile tenere il passo delle infinite variazioni che ne sono state realizzate, per cui non mi resta che affidarmi alla ricetta selezionata dall’IBA (l’International Bartenders Association), che lo include nella sua lista di cocktail immortali, consigliando di prepararlo così:

Photo credit: etorres69
Photo credit: etorres69

La ricetta

  • 4 cl (8 parti) di rum bianco

  • 2 cl (4 parti) di rum scuro

  • 1,5 cl (3 parti) di orange curaçao

  • 1,5 cl (3 parti) di sciroppo di orzata

  • 1 cl (2 parti) di succo di lime fresco

Mettete tutti gli ingredienti meno il rum scuro in uno shaker con del ghiaccio e agitateli. Versate il tutto in bicchiere Highball con del ghiaccio e quindi aggiungete il rum scuro facendolo stratificare in superficie. Guarnitelo con un ibisco o con un ombrellino di carta, chiudete gli occhi e pensate al tripudio festoso di una barriera corallina.