Makkox: «Noi italiani ci siamo auto-sabotati, e ora abbiamo bisogno di verità»

Di Gianmaria Tammaro
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Photo credit: People
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From Esquire

In Nuove mappe del paradiso, un libro pieno di disegni e di vignette, di ricordi e di pensieri, Makkox ripercorre la sua vita, la sua storia, rimette insieme passato e presente, e abbozza un’idea di futuro. Parla di tutto: di talento, di Italia, di politica; parla di satira, di grillismo, di televisione e di disegni. Di fumetti, abbastanza paradossalmente, parla poco. Dice che, prima di conoscere Andrea Pazienza, per lui erano un’altra cosa. Dopo Pazienza, invece, hanno preso la forma e la consistenza della vita, delle cose conosciute, delle strade e dei marciapiedi.

Quando era piccolo, spendeva tutto quello che aveva per andare al cinema, la sua grande passione. “I fumetti”, confessa, “li comprava mia madre: Diabolik, Tex, Alan Ford. Anche Alan Ford mi ha colpito profondamente. Il tratto di Magnus era pazzesco”. Un fumetto suo, forse, arriverà prossimamente: “Ma ancora non ne posso parlare, non ho firmato nemmeno il contratto. E poi ora sto a parla’ de questo libro”.

In Nuove mappe del paradiso, edito da People e scritto con Nicola Mirenzi, si parla anche di soldi, e se ne parla apertamente, senza problemi, come di una cosa normale, necessaria, inevitabile. “Io non sono uno di quelli che li accumula”, ammette Makkox. “Di me, quando morirò, scriveranno: se ne è andato povero. Io i soldi li spendo, me li mangio. I soldi sono un modo per accedere alle cose che mi fanno felice”.

E quali sono, queste cose?
Non parlo di cose materiali, ma di cose che mi permettono di avere un po’ più di tempo libero. Perché è il tempo, alla fine, la cosa più preziosa. I soldi mi permettono di viaggiare, e sono i viaggi, poi, quelli che rimangono: sono i ricordi.

Resti un’eccezione.
Questa è una cosa che riguarda la sinistra – un certo tipo di sinistra, anzi. Quelli che quando fanno i quattrini se ne vergognano come se fosse una colpa. Come se fosse un problema. Cercano di fare le stesse cose come sempre: si vestono uguale, guidano la stessa macchina di merda. Ma anche loro riconoscono la differenza con le cose nuove, diverse, di qualità. Lo noti quando indossi un vestito fatto su misura. È un problema di tipo culturale, un pregiudizio sbagliato.

Che differenza c’è, e ti cito, tra “disegnare moneta” e “disegnare per sfizio”?
All’inizio non mi rendevo conto del valore delle cose che disegnavo. L’ho capito con il tempo. Disegnare moneta significa disegnare su commissione. Ma non è niente di sporco o di strano. Anzi. A me fa molto ridere quando sento: ti sei venduto. L’etica non c’entra niente. Tutti i giorni della nostra vita, quando andiamo a lavorare, vendiamo la nostra opera a qualcuno. Non vendiamo noi stessi; vendiamo quello che facciamo.

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Disegnare per sfizio, invece, che significa?
Quando lavori senza alcun tipo di vincolo, senza doveri, senza contratti, ti puoi anche divertire. Io questa sensazione l’ho provata quando pubblicavo le mie cose online, sul web. Per quarant’anni ho disegnato solo per sfizio, e la moneta, in quel caso, era la mia felicità: era il divertimento di chi mi stava attorno.

“A cinquant’anni ero considerato un giovane talento”, scrivi nel tuo libro; “pensa che cazzo di paese siamo”. Te lo chiedo io: che cazzo di paese siamo?
Mamma mia... Visti di fuori, dobbiamo sembrare uno di quei paesi in cui è impossibile vivere. Un paese devastato e devastante sotto tutti i punti di vista. Molti dei miei amici se ne sono andati all’estero. Della mia famiglia, sono rimasto giusto io. Anche i miei fratelli se ne sono andati. Io sono l’unico stronzo che sta ancora qua.

Perché? Per pigrizia?
Perché sono l’unico che ha trovato un modo per sopravvivere. Pigrizia no, pigrizia è l’unica parola che non pronuncio mai. Mi sono sempre mosso, per lavorare. Quando dovevo trasferirmi, mi sono trasferito. Come quando sono andato a Milano. O come quando mi sono spostato a Roma. E vivere a Roma, a me, non piace. Ho preferito prendere casa a Milano, anche se non ci lavoro.

Addirittura.
Per me Milano è come un paese. Roma, invece, è una metropoli: mi ci perdo. E poi c’è una chiusura incredibile. C’è ancora tanta, tanta lotta a Roma. Politica, pseudo-politica, calcistica. Mio Dio, quanto lottano i tifosi: e le tifoserie, a Roma, sono ovunque. A tutti i livelli. E io, in questo tipo di tensione, mi trovo molto male.

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Prima era più facile?
Forse negli anni ’80, quando ero giovane io, si trovava più lavoro. Lavoro anche più precario, più faticoso. Ma se ne trovava. Ti capitava di andare in giro, con un cartello al collo con su scritto “voglio lavorare”, e venivi letteralmente preso d’assalto. Intendiamoci: perlopiù, era lavoro nero, lavoro di braccia. Ma tra svuotare una cantina o un altro tipo di impiego, qualcosa lo trovavi. Adesso, forse, è più difficile. Non so quanti siano disposti a fare questo tipo di lavoro: un lavoro fisico. Lo fanno gli immigrati. E lo dico con sincerità, non è una frase ironica.

A te com’è andata?
Quando me la sono vista da solo, e per mia scelta è stato molto presto, non ho rifiutato mai niente. Ancora oggi, prima di dire di no a un lavoro, passo la notte a pensarci. Io sono terrone, per me rifiutare un lavoro è come buttare via il pane. E prima di buttare via il pane, lo grattugi, lo usi per altro. Chiamala superstizione, ma te lo senti dentro: se dici di no a un lavoro, alla fine la paghi.

In Italia quanto conta il talento?
Parlo come l’uomo del bar. Non so dirti quanto il percorso del talento, nella scuola italiana, sia agevole. Non so quante persone, quanti osservatori, siano impegnati nella scuola. Non critico gli insegnanti, attenzione. Ma secondo me è importante puntare su quello che i ragazzi sanno fare.

Perché?
Coltivare un talento diventa economia. Non si tratta solo di sostenere un artista. Il talento si esprime in tantissime forme, che poi possono diventare denaro. Rimaniamo sul pratico. Pensa alla scena musicale inglese. Pensa ai manga in Giappone. Tutto può diventare economia. Se le persone si realizzano, se riescono a fare quello che vogliono fare, quello che sanno fare, ti ritrovi con una società più felice.

Quando le cose vanno bene, però, tendiamo a sentirci fuori posto. Lo dici tu in Nuove mappe del paradiso.
Negli anni ‘80, eravamo talmente sicuri di essere vincenti che non ci pensavamo. In quel momento, non avevamo paura di vincere. In seguito siamo diventati pessimisti, neri. Una volta si diceva all’italiana per sottolineare la qualità di qualcosa. Nel tempo, all'italiana è diventata sinonimo di ‘na mmerda. La cosa assurda è che siamo stati noi i primi a dirlo. Ci siamo auto sabotati.

Forse è perché siamo permalosi.
Siamo permalosi, è vero. E sono permalosi tutti quelli che si sentono deboli. Chi è forte tiene botta: resiste. A noi, per una battuta, per una critica e per la satira, non ce regge ‘a pompa. Una rivista come Il Male, oggi, non potrebbe esserci. Ci sarebbero interrogazioni parlamentari in continuazione.

Ed è una cosa positiva o negativa?
Tutto quello che c’è stato prima, prima degli ultimi anni intendo, andrebbe rivisto. Ci sono tanti piccoli film, per me perfetti, che ogni tanto riguardo. Mi servono per lavoro, per capire. L’altra sera, stavo rivedendo Crocodile Dundee. E un certo punto c’è una scena ambientata in un bar newyorkese, in cui il protagonista incontra un uomo vestito da donna. Ecco, quella scena oggi non si potrebbe girare. La devi tagliere. E pure giustamente.

Perché?
Il mondo LGBTQ, ora, è un mondo che ci riguarda, che fa parte della normalità, del nostro presente; non possiamo più ignorarlo. Ma per me, uomo di una certa età, cresciuto con un certo tipo di humor, è destabilizzante. Io ci provo a scherzare, a fare una battuta. Ma non posso, perché non ne so abbastanza. Tutti quelli che sono come me, della stessa generazione, si trovano spaesati. I paradigmi stanno cambiando.

Te lo richiedo: secondo te è un bene o è un male?
È un arricchimento. Si coinvolgono altre persone, altre sensibilità. Il cambiamento non è mai morbido. E un po’ di trauma c’è sempre. Io lo trovo positivo. E lo troverò ancora più positivo quando finalmente potrò fare la mia battuta. Quando sarà davvero parte della normalità, del sentire comune di tutti.

Cos’è che ti fa paura?
I discorsi che riguardano la censura. Quando i diritti vengono negati. Quando sento dire: nelle scuole andrebbero insegnati sia l’evoluzionismo che il creazionismo. Quella sembra un’aggiunta, ma è un passo indietro. Ed è grave.

Quando è cominciato l’impoverimento del linguaggio della politica?
Con Bossi, riguardava solo una parte dell’Italia. Ma è con Berlusconi che è diventata una cosa mainstream. Quel suo famoso discorso a Publitalia, in cui diceva: dovete parlare al pubblico come se fosse un bambino di 11 anni, e neanche tanto sveglio, è eclatante. È diventata una regola politica, non solo pubblicitaria. E quando una cosa funziona, la adottano anche gli altri.

Qual è il problema?
Se da una parte posso accettare l’ambiguità di un politico, che rimane sé stesso ma che decide di cambiare il suo linguaggio per farsi capire, per avvicinare più persone, dall’altra non posso accettare un politico che è così e basta, che non ha nient’altro. In politica, oggi, c’è chi parla così sempre. Non solo per farsi capire. In politica, sono entrati i riti da bar.

Ma perché le persone non reagiscono? Anche davanti all’evidenza.
Perché hai la sensazione di poter parlare di tutto, in questo modo. Tendiamo sempre verso il comodo, verso il risparmio di energie. Se fossimo costretti ad evolvere, a migliorare, a informarci, sarebbe una fatica. Invece così è tutto più facile. Loro parlano, e noi li capiamo. E magari è una presa per il culo, ma chissenefrega: non dobbiamo fare sforzi, ci diciamo, e va bene così.

Tu cosa ne pensi?
È una volgarità che mi lascia schifato. Anche perché io partecipo a questo gioco. Non me ne tiro fuori. I grandi della satira si sono quasi tutti ritirati quando hanno visto questo nuovo, terribile andamento.

Spesso, c’è come una tendenza a chiudersi a riccio.
E invece questo problema andrebbe affrontato, non ignorato. Mi dispiace quando le stesse slide, le stesse immagini e le stesse frasi vengono utilizzate sia a destra che a sinistra. Quando nessuno fa nessuno sforzo. E anziché provare a migliorare l’altro, ci si abbassa allo stesso livello. Cambiano le agenzie pubblicitarie, ma il linguaggio è lo stesso.

Quando avete parlato della tua idea per un tuo film, Domenico Procacci ti ha chiesto: perché dovremmo cercare di migliorare i fasci?
Ma con chi pensiamo di vivere, qui in Italia? Che piano hanno a sinistra per questo paese? I fasci, o i simil-fasci, non sono pochi. Anzi. Se la sinistra vince, che si fa? I fasci devono sparire? Come loro vogliono far sparire i migranti? Devi, perché devi, cercare di migliorarli. Una persona che diventa più consapevole diventa anche più ragionevole: ne sono convinto.

Senti di essere un privilegiato?
Mi sento fortunato. Non mi piace la parola privilegiato, perché a volte può sottintendere altro. Mi sento fortunato, perché una buona dose di culo ci vuole. Privilegiato, forse, lo sono in questo periodo: con il lockdown, con la pandemia. A me, rispetto a tanti altri, è andata bene. Ma non sento di trovarmi in una posizione che non ho meritato. Non ho tolto niente a nessuno.

Cos’è la felicità per un disegnatore?
Pensavo di saperlo. Pensavo che fosse riuscire a rendere la propria passione il proprio lavoro. Ma poi c’è quel discorso che abbiamo fatto prima, sulla committenza. Se ti commissionano qualcosa, non sei più così libero. La felicità per un disegnatore è avere tempo per poter disegnare. Tutte le volte in cui sono stato infelice, ero stanco e non avevo tempo e non potevo disegnare. Come quando facevo il traslocatore. Era una roba che mi distruggeva.

E per te, invece, che cos’è la felicità?
Faccio bilanci in continuazione, e li faccio per convincermi della mia felicità. Diciamo che sono abbastanza felice, ecco. Ma è difficile: è veramente difficile. Se potessi non fare tutto quello che faccio per vivere, non lo farei. Se potessi disegnare esclusivamente per me stesso, lo farei.

La televisione italiana come sta?
Le cose cambiano, non muoiono. La tv italiana è più viva che mai. Ed è cambiata tantissimo da quando ci sono tutti questi canali on demand e le piattaforme streaming. È la tv generalista che è un po’ affaticata. Quella chiave lì, forse, ha fatto il suo tempo.

PropagandaLive è, sotto questo punto di vista, un’oasi nel deserto.
Perché quello che facciamo assomiglia poco alla televisione generalista. Il nostro è uno spettacolo: guardiamo pochissimo in camera e guardiamo tanto il pubblico che abbiamo davanti. E secondo me, il teatro, quel tipo di intrattenimento, ha ancora molto da vivere.

Di che cosa c’è bisogno oggi?
C’è troppa poca verità. Vedo ovunque finzione, falso entusiasmo, sorrisi finti. E noi, invece, c’abbiamo bisogno proprio di questo: di verità. Soprattutto adesso.