Mario Martone con Qui rido io a Venezia 2021 ci regalerà molto più che un viaggio nel teatro d’epoca

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Photo credit: courtesy
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Era già spettacolo la cronaca della vita sentimentale e artistica di un grande del teatro napoletano, Eduardo Scarpetta, autore di Miseria e nobiltà. Già saremmo stati sazi e felici. E invece Mario Martone con Qui rido io, in Concorso, ci regalerà molto più che un viaggio nel teatro d’epoca.

Toni Servillo reincarna ogni sussulto e bravata del popolarissimo e smisurato capocomico Scarpetta, ma quel che affascina nel progetto di film è il ritratto della bizzarra vita famigliare dell’autore di ‘Na Santarella, vero padre padrone, scompostamente affettuoso e vorace: riconosce il figlio illegittimo di Rosa De Filippo e la sposa, da lei avrà Vincenzo (lo interpreta Eduardo Scarpetta trisnipote), ma il mattatore è un capofamiglia che non conosce i limiti della creanza. Porterà in casa un’altra figlia nata fuori dal matrimonio, e poi ancora un altro erede, frutto della relazione con Anna, sorellastra di Rosa, mentre nella casa a fianco cresce i tre figli avuti da Luisa, nipote della moglie, tre ragazzini per sempre figli di N.N., seppur non destinati all’oblio, poiché di nome fanno Eduardo, Peppino e Titina De Filippo. Per tutta la vita chiameranno “zio” il papà che non li riconosce e da questo corto circuito di abuso patriarcale, per paradosso, fiorirà una famiglia artistica fra le più importanti.

Amare eppure salde, sono le donne del film, interpretate da Maria Nazionale e Cristiana dell’Anna. Una storia italiana maiuscola, eppur costellata di piccolezze e infamità, un’avventura nel teatro popolare, con Scarpetta che per ambizione sfida pure D’annunzio in un lungo processo che lo vedrà vincitore ma disilluso. E così quella scritta spaccona, “Qui rido io”, scolpita sulla facciata della sua immensa villa al Vomero si trasforma presto in un ghigno: da affermazione di potenza ad amara ammissione di egoismo.

Il film promette di essere anche un irresistibile viaggio sentimentale dell’autore sulle note della tradizione napoletana, che riemerge piena, senza la nostalgia che non può più essere quella di un tempo, ma ricca di lucida passione. Tutto attualissimo, nonostante i costumi, il Vate, le candele in palcoscenico, la miseria e la nobiltà, quelle cose che pensavamo impolverate e che promettono di illuminarci su cos’è stata la nostra storia sotto la legge del Padre, soprattutto quando, per nasconderlo, lo si chiamava Zio.

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