Massimo Cacciari: "Il Covid privilegia i garantiti. Per i precari si va verso la piena disoccupazione"

Maria Elena Capitanio
·Giornalista e scrittrice
·5 minuto per la lettura
BOLOGNA, ITALY - SEPTEMBER 24: Italian philosopher and author Massimo Cacciari presents his latest book "The Work Of The Spirit" during the Le Voci Dei Libbri Festivaò at Sala Borsa Hall on September 24, 2020 in Bologna, Italy. (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images) (Photo: Roberto Serra - Iguana Press via Getty Images)
BOLOGNA, ITALY - SEPTEMBER 24: Italian philosopher and author Massimo Cacciari presents his latest book "The Work Of The Spirit" during the Le Voci Dei Libbri Festivaò at Sala Borsa Hall on September 24, 2020 in Bologna, Italy. (Photo by Roberto Serra - Iguana Press/Getty Images) (Photo: Roberto Serra - Iguana Press via Getty Images)

“Con il Covid aumentano e si aggravano le disuguaglianze sociali tra settore pubblico e settore privato, ma anche tra chi lavora all’ombra delle multinazionali e chi invece fa l’artigiano o il ristoratore”. Parla senza mezzi termini il filosofo Massimo Cacciari, che a colloquio con HuffPost descrive lo scenario italiano alla luce della pandemia con un realismo a tratti crudo, addossando la colpa dell’attuale situazione a un germe che ha radici antiche, “un processo che è in atto da trenta o quarant’anni e che la crisi sta acuendo in modo drammatico e rapidissimo”. A suo avviso manca una politica industriale” e, in questo senso, “i grandi treni sono andati tutti perduti, a cominciare dal nucleare”. Il governo? “Raffazzonato, ma non ha colpe, però ora potrebbe intervenire sulla redistribuzione del reddito”.

Il virus ha travolto le ‘classi sociali’ per come le conoscevamo prima? Il piccolo e medio imprenditore, un tempo invidiato, rischia di diventare povero nel giro di pochi mesi e il dipendente pubblico, con il posto fisso garantito, persino canzonato da alcuni film, avrà comunque le vacanze garantite?

Non è che cambiano le classi, anche perché questo concetto di classe oggi è un po’ difficile da definire. Diciamo che il Covid ha aggravato le diseguaglianze sociali e che insieme all’imprenditoria sono molto in difficoltà i dipendenti dell’impresa piccola e media. Intendo dire che non c’è solo il titolare dell’impresa, ma tutti i lavoratori, tutti gli addetti a certi settori, in particolare quelli collegati alla filiera turistica, dove lavorano milioni di persone, e quello di cultura e spettacolo, che in Italia è strettamente collegato ai movimenti del turismo.

Rispetto a prima del Covid ai dipendenti pubblici non è cambiata molto la vita a livello economico.

C’è quella differenza lì, tra pubblico e privato, che sta aumentando sempre di più. Mentre una volta poteva essere una differenza solo tra settori che avevano la garanzia del posto di lavoro e altri più o meno precari, adesso c’è un settore che è abbastanza assicurato o completamente assicurato, mentre un altro che non è più semplicemente precario, ma che va verso la piena disoccupazione. Quelli che prima erano garantiti, sono ancora più garantiti e quelli che una volta non erano poco garantiti, adesso lo sono ancora meno.

C’è un discrimine anche tra settori.

Alcuni settori vedono aumentare i propri profitti, come quello dell’e-commerce, dell’informatica e dei big data, mentre tutto il settore oggi collegato agli esercizi commerciali, all’artigianato, alla piccola-media industria, è in una sofferenza bestiale.

Le politiche in che direzione dovrebbero andare, dovrebbero cambiare dispetto all’’epoca pre-Covid?

Certo, dovrebbero tenere conto di questa situazione e cercare di spalmare per quanto possibile i sacrifici, è evidente. Si dovrebbe stare attenti al fatto che alcuni stanno sempre peggio e alcuni, come ho già detto, vanno meglio. Ci sono settori difficilmente colpibili perché legati a imprese multinazionali.

La risposta economica al Covid scelta dal governo è quella giusta? Cosa ne pensa della manovra?

È tutto un rimando, un rinvio, si va avanti così, con questo blocco dei licenziamenti, con questa cassa integrazione e si continuerà in questo modo fino alla fine dell’anno. Anche i 40 miliardi sono 40 miliardi di aiuti che non dico che non si debbano fare, ma il problema è che manca una politica economica, una politica di redistribuzione del reddito, una politica sociale e fiscale che tenga conto delle condizioni di cui abbiamo appena detto e cioè dell’aggravio delle differenziazioni e degli squilibri.

Alcuni critici sostengono che l’attuale esecutivo abbia un atteggiamento in qualche modo anti-industriale, è d’accordo?

Sono quarant’anni che in Italia non c’è una politica industriale: come si fa a gettare una croce su questo governo? Sono quarant’anni che si inseguono le situazioni di crisi cercando di parare in qualche modo. Una volta è Taranto, poi era Bagnoli, poi Alitalia, poi questo, poi quest’altro. Non si è mirato su alcun settore, non si è incentivata una linea di ricerca rispetto alle altre. Anche la Confindustria che critica questo governo, con che faccia parla? Qual è stata la strategia attivata da parte della Confindustria, ammesso che essa esista ancora come entità politica, culturale e sociale? L’Italia è un disastro a livello di classe dirigente, non è colpa di questo governo raffazzonato.

Raffazzonato non è proprio un complimento però.

È un governo messo in piedi per far fuori Salvini a cui non si può chiedere una risposta del genere.

La tendenza economico-sociale del Paese si può ancora invertire?

Non credo. Io spero che si faccia quello che si può fare, ma non si può di certo inventare una politica industriale. I grandi treni sono andati tutti perduti, le poche imprese italiane che erano grandi gruppi industriali ormai sono in mani straniere o si sono trasferite all’estero. Manca il soggetto che la fa la politica industriale.

Dove può intervenire il governo?

Deve sostenere i più colpiti, non però aumentando il debito, ma con politiche di redistribuzione adeguate. Poi, i soldi del Recovery fund devono essere usati per grandi infrastrutture, perché lì c’è un moltiplicatore grande anche per l’occupazione. Due, formazione vera, scuola e ricerca, così da formare la gente che può riuscire a inventarsi il proprio lavoro e la propria occupazione. Infine, solidarietà, sennò sfasci tutto.

La radice dei problemi di oggi a suo parere è da ricercare trenta o quarant’anni fa. Ci ricorda cosa era successo?

Questo Paese ha mandato a remengo tutte le risorse che aveva negli anni settanta e ottanta. L’errore più grande è stato non aver puntato, dopo la crisi petrolifera dell’inizio degli anni settanta, su due o tre settori fondamentali, come la chimica fine o il nucleare. Si rende conto cosa sarebbe stata l’Italia se avesse avuto la politica energetica tipo la Francia? Ma le tangenti da noi hanno bloccato tutto, fine della storia.

Questo articolo è originariamente apparso su L'HuffPost ed è stato aggiornato.