Massimo Teodori: "Negli Usa c'è una crisi politica molto marcata"

STRINGER / AFP

AGI - "Non parlerei di crisi istituzionale relativamente a quanto sta accadendo negli Stati Uniti, ma piuttosto di una crisi politica molto marcata". Così Massimo Teodori, ex parlamentare del Partito Radicale, professore universitario e storico, commenta con l'AGI le ultime notizie della politica americana, in particolare la perquisizione dell'Fbi nella dimora in Florida dell'ex presidente Donald Trump.

"Una crisi istituzionale - osserva Teodori - avviene infatti quando una istituzione è in pericolo, in conflitto. In questo momento nessuna istituzione è in pericolo, a differenza di quanto è accaduto il 6 gennaio 2021 con l'assalto al Campidoglio: in quel momento la crisi istituzionale dipendeva dal fatto che lo sconfitto alle elezioni presidenziali, Trump, non riconosceva il risultato e cercava di ribaltarlo attreverso metodi truffaldini. In quel caso si poteva parlare di crisi istituzionale. Adesso no, mentre si può parlare di una crisi politica molto marcata di un'America che è profondamente divisa in due parti con l'ala trumpiana che ha radicalizzato il partito repubblicano e non si rassegna a giocare entro il quadro legale, istituzionale. Trump continua a sostenere che ha vinto le elezioni e che è stato quindi vittima di un furto elettorale. Questo è il suo refrain. C'è dunque una spaccatura politica chiarissima della società americana e della politica americana ed è evidente che questa divisione si sta riproducendo per le elezioni di Midterm in programma a novembre e probabilmente andrà avanti fino alle prossime elezioni presidenziali del 2024 se Trump insisterà nella volontà di presentarsi".

Ma questa radicalizzazione politica da parte di Trump porterà risultati alle elezioni di Midterm?

"Questo non possiamo dirlo. Secondo i sondaggi i repubblicani sono in vantaggio. Si tratta di vedere se conquisteranno, oltre al Senato, che è relativamente facile alla luce del risultato alle scorse elezioni, anche la Camera dei Rappresentanti, cosa più difficile data la distribuzione dei seggi e considerando che sono tutti collegi uninominali. Negli stati più popolosi come quelli della costa occidentale e della costa orientale, in particolare la California da una parte e New York e la Pennsylvania dall'altra, sono tradizionalmente a grande maggioranza democratica. Se si ribaltano anche questi grandi stati allora è possibile che ci sia una maggioranza repubblicana in entrambe le Camere e questo diventa pericoloso perché l'organo tradizionalmente di garanzia, che è la Corte Suprema, con l'immissione di tre giudici da parte di Trump, è in questo momento schierata su posizioni politicamente iper conservatrici che ne hanno cambiato la natura di magistratura sempre molto equilibrata, moderata nelle sue sentenze, come si è visto con la sentenza sull'aborto".

E quest'ultima, osserva ancora Teodori, "può creare la sopresa nell'elettorato femminile. C'è stato già qualche segno nelle elezioni parziali primarie che si sono svolte in diversi stati, compresi stati profondamente repubblicani, dove si è visto che il consenso è diminuito e questo viene attribuito proprio allo spostamento di voti tradizionalmente verso i democratici a causa dell'elettorato femminile. Ma è tutto da vedere perché il voto negli Stati Uniti, soprattutto nei cosiddetti 'swing states', è molto mobile e può cambiare con lievi margini".

Biden in difficoltà sul fronte interno potrebbe prendere posizioni più dure nei confronti della Cina, in particolare su Taiwan?

"Il rapporto con la Cina è da sempre conflittuale. Pechino diventa sempre più un concorrente economico, finanziario, geopolitico. È un dato di fatto indipendentemente dalle questioni interne degli Usa. La visita a Formosa della speaker della Camera Nancy Pelosi, può essere invece stata una mossa pensata per le ripercussioni interne: Pelosi ha mostrato che i democratici hanno un atteggiamento duro nei confronti della Cina e, quindi, non possono essere accusati di avere un atteggiamento morbido con Pechino".