MasterChef 10, seconda serata e prime profezie

Di Federico Di Vita
·6 minuto per la lettura
Photo credit: Sky
Photo credit: Sky

From Esquire

La notte di Natale the show must go on ed ecco dunque in onda la seconda puntata di MasterChef (ancora una volta divisa in due episodi – non che io capisca poi troppo questa scansione ma tant’è). Non posso che mettermi lì e guardarla, del resto tanto non ho messo il naso fuori di casa ed essendo stati solo in due ci siamo presi la vezzosa libertà di mettere in tavola la cena della vigilia già alle 19:30, oh, avevamo fame. Per prima cosa faccio quella che forse, ma non posso prometterlo, è l’ultima osservazione diegetica sul meccanismo del programma. Nel primo dei due episodi si sfidano in prove con un tocco da contrappasso dantesco i grembiuli grigi scaturiti dal primo round, ovvero quei concorrenti che non avendo ottenuto il pass diretto per accedere alla scintillante cucina di MasterChef devono vedersela in un’ultima sfida all’ultima spadellata per varcare la fatidica soglia, o soccombere.

Le prove di questo primo episodio sono strutturate in forma di piccoli contrappassi danteschi, chi aveva mostrato troppa esuberanza nella scelta degli ingredienti dovrà imbastire un piatto il cui ingrediente centrale sarà una patata lessa; chi si era buttato con fiducia cieca sul pesce, dovrà realizzare quattro distinte cotture del filetto di manzo; chi aveva presentato dei piatti particolarmente brutti, dovrà sforzarsi di realizzare una parmigiana di melanzane più bella possibile (che i giudici nemmeno assaggeranno); e non ricordo cosa avesse combinato chi è si è visto infliggere la temibilissima prova relativa alla realizzazione di tre salse: la besciamella, la salsa Aurora e la salsa Mornay. Il primo dei due episodi scorre così tra test e test andando a definire l’insieme dei fatidici 21 grembiuli bianchi, gli aspiranti chef migliori d’Italia – come un po’ pomposamente proclama più volte la voce fuori campo. Ventuno che poi diventeranno venti già alla fine del secondo episodio ma andiamo con ordine.

Photo credit: Sky
Photo credit: Sky

Dicevo ormai troppe righe più su che desideravo fare un’ultima (forse) osservazione diegetica, relativa cioè al meccanismo del racconto – invero forse anche troppo sincopato (almeno per i miei gusti). Posso dirla ora questa cosa ma potrei dirla anche in qualunque altro punto, perché è il montaggio stesso di ogni snodo decisivo di MasterChef a funzionare immancabilmente così. Le cose si svolgono più o meno in questo modo: il concorrente presenta il piatto che ha preparato per una certa prova, i tre chef-giudici-supremi iniziano a parlare valutandolo – stacco – in un ipotetica stanza iperurania compare il concorrente contrito, che (nella finzione scenica) è in attesa del giudizio eppure ce lo vediamo teletrasportato in questo luogo tipo confessionale del Grande Fratello (del resto MasterChef è un talent e non può non pagare più di qualche tributo al capostipite del genere), luogo in cui si interroga sul suo imminente destino e soprattutto se è Cristiano frigna (ma tranquillo Cris, mi sembri abbastanza scarso da poter smettere di soffrire a stretto giro) – stacco – i tre chef emettono il verdetto – nuovo stacco – il concorrente è di nuovo nel confessionale, magari dopo un cambio di grembiule che ne ha sancito la vittoria o la sconfitta definitiva, e commenta il risultato acquisito.

Questo meccanismo, molto mosso e piuttosto thrilling, è ovviamente assai fasullo, perché – insomma – è molto difficile immaginare che mentre i giudici stanno esprimendo il loro parere tutta la situazione venga congelata per permettere al concorrente di esprimere a caldo i suoi pensieri nel confessionale; il tutto provoca in me una certa sospensione dell’incredulità, penso che queste parti siano registrate (prima o dopo cambia poco) e che buona parte del programma sia così troppo costruita.

Detto ciò non pensiamoci più e passiamo al secondo episodio della puntata natalizia, in cui la classe è formata e cominciamo così a prendere le misure a quelli che saranno effettivamente i concorrenti in gara per il titolo di MasterChef n. 10. Ho detto che a entrare nella classe sono in 21, e appena entrati ecco pronto un pressure test destinato a scremarli immediatamente: a rotolare sarà la testa di Camilla e possiamo dirlo subito tanto non abbiamo fatto a tempo ad affezionarci (lei ci resta malissimo, piange proprio – per molti di questi partecipanti MasterChef è la vera occasione della vita, mi verrebbe da dire soprattutto per quelli che platealmente non saranno in grado di giocarsi la vittoria finale). Il pressure test mette in palio un grembiule nero, quello che costerà a Camilla l’eliminazione, e consisterà nella preparazione di un piatto tutto nero, per fare il quale ci sarà la possibilità di scegliere tra una serie di prodotti tutti molto scuri. Qui dico una cosa: la prova era dotata di una notevole ambiguità, non tutti i concorrenti hanno realizzato piatti effettivamente neri, del resto avrei ragionato come chi non lo ha fatto: se mi metti una serie di ingredienti a disposizione io pure penserei di poterli usare, insomma più che un errore dei concorrenti questo mi è sembrato un passo falso degli chef (o meglio degli autori).

Photo credit: Sky
Photo credit: Sky

Ma al di là di questo dettaglio, cominciamo a prendere le misure con i caratteri e la tempra dei personaggi: il primo a volare in balconata, cioè al riparo da scherzi del destino, è Maxwell, attempato Don Giovanni statunitense, divertente e garbato, c’è da sperare che resti in gara. Molto buffo anche l’idraulico fiorentino Giuseppe, o “trombaio”, come si dice da quelle parti – anche lui potrà regalare una linea comica finché ce lo troveremo tra i fornelli. In questa prima puntata astutamente la regia non indugia su quelli che mi paiono i concorrenti che hanno davvero il potenziale per arrivare in fondo, in particolare quelli che mi sembrano i due più preparati vengono in questo episodio inquadrati appena: parlo di Antonio, studente di chimica degli alimenti, giovane, tecnicamente preparatissimo e molto consapevole dei propri mezzi; e di Alessandra, una studentessa di giurisprudenza cagliaritana, che quando si mette a fare la pasta fresca (unica cosa su cui fino a questo momento si è cimentata) mostra mani nientemeno che di fata.

A questi due aggiungo la più giovane di tutti i concorrenti, la romana Irene, con i suoi capelli variopinti, che si è dedicata alla cucina per affrontare il mostro dei disturbi alimentari: e già questo prendere il toro per le corna mostra un bel carattere, se la nomino qui è però perché la sua fantasia e la sua tempra sono davvero promettenti. Mi sbilancio sin da ora, il vincitore uscirà tra questi tre – e poi vediamo a marzo come è andato il mio pronostico, gli altri faranno più che altro volume. Questo volume tuttavia è proprio quello che riempirà queste prime puntate, in cui come vi ho detto Antonio e Alessandra quasi non sono stati inquadrati.

Il fotogramma che più mi ha colpito dell’ultimo episodio è stato infatti quello in cui Antonio sorrideva mefistofelico dalla balconata mentre Francesco Aquila – il buffone vestito come Salt Bae di cui già vi avevo parlato la scorsa settimana – enumerava la lista di decine di ingredienti appena infilate nel piatto da presentare agli chef. Il sorrisetto di Antonio era infatti derisorio e sottile, per altro Francesco Aquila, con la sua ingenuità e la sua strafottenza, resterà in gara ancora un po’, anche perché gli autori rinunceranno a fatica a uno conciato in quel modo che oltretutto secondo me alla fine si difende pure abbastanza. Ultima menzione per il copione Monir, che ha plagiato la zuppa di cozze di Valeria rischiando non poco l’eliminazione, al prossimo turno a rischiare saranno lui, Cristiano e Marco – e con quest’ultima profezia chiudo il mio intervento (se non ci azzecco potrei smettere di espormi, vediamo).