The Mauritanian è un film potente, duro ed emozionante e va visto anche se fa (e vi farà) male

Di Letizia Rogolino
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Photo credit: Berlinale 71
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Gli Academy Awards non l’hanno presa in considerazione, ma Jodie Foster ha vinto il Golden Globe 2021 per la sua interpretazione in The Mauritanian, film presentato alla Berlinale 71 e in arrivo su Amazon Prime Video (la data di uscita ancora non è stata resa nota).

Il film, diretto da Kevin MacDonald, si basa sul libro di memorie di Mohamedou Ould Salahi, protagonista di una tra le più inquietanti uscite dal campo di prigionia di Guantanamo Bay degli ultimi vent’anni. L’ex combattente anti-comunista, muhajideen in Afghanistan negli Anni 90, è stato catturato e consegnato alle autorità statunitensi dopo l’attacco terroristico dell’11 Settembre e detenuto per 12 anni a Guantanamo senza un processo, torturato e costretto a una falsa confessione. E rilasciato solo quando lo Stato ha finalmente riconosciuto senza valore la sua confessione, poiché ottenuta con la forza.

The Mauritanian è un film potente, duro ed emozionante che prova a raccontare l’accaduto, descrivendo le dinamiche familiari del protagonista, la sua indignazione e la sua intera storia che lo ha reso un esempio e una testimonianza vivente della brutalità che può essere giustificata in alcuni luoghi del mondo. Strappato improvvisamente alla sua famiglia e dal suo paese, Salahi si è ritrovato in un freddo carcere violento e sporco, senza gli strumenti e l'opportunità di provare la sua innocenza.

Photo credit: Berlinale 71
Photo credit: Berlinale 71

Il film inizia con la cattura di Salahi, interpretato magistralmente da Tahar Rahim, mentre sta partecipando a un matrimonio nel suo paese di origine. In breve tempo ci troviamo a vivere il suo caso in tribunale e i vari giorni di prigionia. La sceneggiatura di MB Traven, Rory Haines e Sohrab Noshirvani si muove su diversi filoni temporali, ma gli eventi sono orchestrati attentamente e con dovizia di particolari, coinvolgendo lo spettatore nella storia. Jodie Foster è Nancy Hollander, l’avvocato difensore di Salahi, che accetta di seguire il suo caso insieme a Teri Duncan, la sua socia interpretata da Shailene Woodley. C’è anche Benedict Cumberbatch nei panni del procuratore militare ed ex pilota, il cui migliore amico era su uno degli aerei che hanno colpito le Torri Gemelle l’11 Settembre 2001.

MacDonald riesce a costruire un thriller-legal drama che, oltre a seguire la vicenda giudiziaria e tratteggiare i contorni dello scenario politico di quegli anni, si concentra molto sulla crescente disperazione di un uomo innocente al centro di una bufera, il cui rapporto con il mondo che lo circonda cambia drasticamente oltre la sua volontà. E intorno a lui cambiano anche i vari personaggi coinvolti: Hollander entra in contrasto con il suo idealismo, mentre il procuratore - uomo religioso sincero e duro - inizia ad avere dei dubbi.

Forse il film sarebbe stato più fluido tagliando alcuni dialoghi troppo lunghi in stanze anonime, che rallentano il ritmo della narrazione rendendolo a tratti noioso. E anche i flashback prendono troppo spazio, ricordando fatti superflui e ridondanti, non necessari. Tuttavia, da non perdere i titoli di coda in cui il vero Salahi, sorridente e ottimista, canta un brano di Bob Dylan, nonostante tutto quello che ha vissuto.