May French Sheldon, la viaggiatrice che esplorò da sola l’Africa incontrando 35 tribù tra 800 e 900

Di Sara Mostaccio
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Photo credit: Photos.com - Getty Images
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From ELLE

May French Sheldon non si era mai immaginata come la perfetta moglie dedita ai figli e alla casa. Tra i suoi amici c’erano i più famosi esploratori a cavallo tra ‘800 e ‘900 e voleva scoprire anche il mondo anche lei. Così un giorno se ne partì per l’Africa.

Scrittrice, editrice…

Quando nasce a Bridgewater, Pennsylvania, in un giorno di Maggio del 1847 si chiama ancora Mary French. È figlia di un ingegnere civile e di una spiritualista che pratica il galvanismo tra la migliore società di Boston e New York. Mary studia sia negli Stati Uniti che all’estero specializzandosi in arte ma interessandosi anche alla medicina.

Nel 1876 sposa Eli Lemon Sheldon, un banchiere con il quale si trasferisce a Londra dedicandosi all’editoria. Nel frattempo ha iniziato a farsi chiamare May, ha ha tradotto Flaubert ed è diventata autrice lei stessa. Scrive saggi, racconti, romanzi. Ma la sua fama sta altrove: nel suo viaggio africano.

Ispirata dai racconti di viaggio di Henry Morton Stanley, amico degli Sheldon e spesso ospite del loro salotto, nonché appena rientrato dall’Africa, nel 1891 si imbarca un’impresa che nessuna donna aveva tentato prima: parte, sola e senza compagnia, per esplorare l’Africa Centrale e Orientale.

…e viaggiatrice

In verità sola non è, la accompagnano quasi 200 tra portatori e servitori locali. Ma non ha con sé né il marito né un accompagnatore bianco, cosa che crea enorme scandalo. Tutti, con una sola eccezione, tentano di dissuaderla: “Abbandona questa follia, sii ragionevole”. L’eccezione è il marito che la sostiene totalmente nel suo proposito. Neanche i giornali sono teneri. Dileggiano i motivi che l’hanno spinta a partire. Non avendo intenti scientifici, liquidano la faccenda come “curiosità femminile”. Per non dire dell’orrore alla notizia che sola comanda quasi 200 uomini, inaccettabilmente inappropriato!

Le autorità britanniche in Africa rifiutano di fornirle il loro aiuto ma lei si risolge direttamente al sultano di Zanzibar che non solo le fornisce tutti i servitori di cui avrà bisogno ma dirama un avviso: che chiunque la incontri le porti rispetto. Il suo entourage prende a chiamarla Bebe Bwana, in swahili Piccolo Capo. Nessuno di loro è abituato a prendere ordini da una donna, o addirittura non hanno neanche mai visto una donna bianca, ma May sa come farsi rispettare. Ammette persino di far ricorso alla frusta. È una donna di saldi principi con un’enorme fiducia in se stessa, non si farà certo mettere i piedi in testa solo perché viaggia senza compagnia maschile.

Nel cuore dell’Africa

L’itinerario comincia da Mombasa in Kenya e prevede di raggiungere il Lago Chala ai piedi del Kilimangiaro al confine con la Tanzania. “Mi ritrovai a tentare di penetrare una cintura di alberi della foresta primordiale che qualche evento vulcanico aveva sbattuto contro la roccia e che appariva impenetrabile come una palizzata. I portatori aprirono una via a colpi di roncola attraverso cui riuscii a strizzarmi per ritrovarmi dall’altro lato in bilico su una roccia sospesa su un’altra roccia, ogni movimento sembrava compromettere il mio equilibrio.”

Spesso avanzare le richiede l’agilità di un gatto per non ritrovarsi in fondo a un burrone, altre volte finisce in un letto di foglie secche che la sommerge fino alle ascelle. Ma non si perde d’animo, che importa se l’abito si insozza, sta vivendo la sua più grande avventura. È un piccolo prezzo da pagare per ascoltare il canto di mille uccelli mai uditi e il rumore di miriadi di scimmie tra gli alberi. Ma soprattutto incontrare le persone, anche se spesso si creano incomprensioni. Come quando il sultano di Zanzibar si stupisce del fatto che non abbia figli e suo marito non abbia preso altre mogli per averne. Tra i Maasai nota che il prezzo di mercato per una moglie è la metà di quello necessario per una mucca.

Il suo bagaglio comprende per lo più cibo ma anche moltissimi doni da offrire alle tribù incontrate lungo la via. Il suo scopo esplicito è proprio quello di entrare in contatto con le popolazioni locali, conoscere i loro leader, scoprirne cultura e tradizioni. Ne incontrerà 35. Si interessa a pratiche mediche, cibo, rituali, feste. Prende nota dell’abbigliamento, dei gioielli, dei rapporti tra uomini e donne. E quando incontra il capo della tribù si abbiglia sontuosamente. Ha portato apposta un abito da sera ricamato, una tiara, una parrucca bionda e persino una spada cerimoniale. Per una donna che viaggiava da sola in aree culturalmente così distanti, mantenere un aspetto decoroso come ospite era importante non solo per guadagnarsi il rispetto altrui ma anche per mantenere intatto il proprio senso di identità. Durante il viaggio poteva pure inzaccherarsi di fango fino ai capelli, ma quando si presentava al capo tribù era sempre perfettamente acconciata.

Nonostante sia una bizzarra donna bianca è quasi ovunque accolta con benevolenza e nelle occasioni in cui si accorge di non essere la benvenuta si tira indietro e rispetta il desiderio di non ricevere intrusi. Le avevano predetto mille sventure, tutto sarebbe di certo andato storto a una donna tanto cocciuta da volersene andare in Africa da sola. Invece va tutto a meraviglia. A parte un uomo sbranato da un leone, certo… annota nel libro che racconta questo viaggio. Un altro incidente la riguarda personalmente: durante il viaggio di ritorno cade nel fiume da un ponte alto 6 metri.

Il ritorno in Congo

Il reportage di viaggio Sultan to Sultan non solo racconta il suo incredibile viaggio nel cuore dell’Africa ma solleva anche questioni relative alla aggressiva politica di penetrazione nel territorio da parte delle potenze europee, primo fra tutti il Belgio in Congo. Per May le tribù africane non sono primitivi da assoggettare o civilizzare ma persone con una cultura propria da imparare a rispettare. Il successo del libro è tale che Mary si impegna per anni in un tour di conferenze in tutta Europa, negli Stati Uniti e in Canada. È anche tra le prime donne ammesse alla Royal Geographical Society.

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Rimasta vedova poco dopo il suo ritorno, nel 1905-1906 torna in Africa e nel corso del viaggio sigla anche un accordo per avviare una coltivazione di gomma in Liberia che gestirà personalmente. Ma già incombe la guerra, di ripartire non se ne può più parlare per un pezzo. Così May si imbarca in un nuovo ciclo di conferenze, stavolta allo scopo di raccogliere fondi per la Croce Rossa. Muore a Londra nel 1936.