Mentre il mondo si preoccupa per loro, le donne afghane sono (coraggiosamente) scese in piazza

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Photo credit: Anadolu Agency - Getty Images
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La prima volta che ha parlato alla stampa, lo scorso 17 agosto, dopo solo 48 ore dalla presa di Kabul, Zabihullah Mujahid, che si definisce portavoce dell'Emirato islamico, ha scelto la via della moderatezza, con un discorso che intendeva essere rassicurante, in particolare modo per l'Occidente ."Abbiamo l’intenzione di rispettare i diritti delle donne - ha dichiarato solo poche settimane fa - Mujahid - sotto il sistema della Sharia. [Le donne] lavoreranno spalla a spalla con noi. Vogliamo rassicurare la comunità internazionale che non ci saranno discriminazioni". Poi, rispondendo a una domanda, il portavoce alzò ulteriormente l'asticella dell'apparente neo "progressismo" degli estremisti islamici: "Permetteremo alle donne di lavorare e studiare all’interno del nostro sistema."

Ma sono in pochi a credere realmente all'aria di cambiamento del nuovo regime, tant'è che se anche ad oggi i funzionari talebani non hanno decretato l'obbligo del burqa, ma solo dell'hijab, questa, nei primi due giorni dopo la conquista della capitale le vendite del capo che copre interamente il corpo della donne sono balzate fino a 40 al giorno, da che erano meno della metà. Ma la realtà che è testimoniata in questi giorni dalle donne afghane, che stanno scendendo coraggiosamente in piazza sia ad Herat che a Kabul, è ben lontana da quelle che ormai sembrano essere conclamate bugie del governo talebano. E le reali intenzioni di chi oggi sta al potere, si stanno man mano manifestando, come da peggiori presentimenti. I talebani, infatti, all'inizio avevano promesso alle donne che i loro diritti sarebbero stati protetti, ma solo all'interno di un ordinamento islamico che non hanno definito.

Certo è che le ultime dichiarazioni di Mujahid, che da ex portavoce dei talebani è stato appena nominato ministro della Cultura, si sono parecchio indurite: "Non ci saranno donne ministro - ha ufficializzato - perché lo vieta la Sharia, poiché una donna non può rivestire un ruolo di eccessivo prestigio. Ma vedrete che ce ne saranno nel governo e che non calpesteremo i loro diritti. Le donne potranno continuare a insegnare e a lavorare, perfino se sono poliziotte. Vent’anni fa, non c’erano le tante scuole e università che ci sono oggi. Tra il 1996 e il 2001 impedimmo a quasi tutte le ragazze di studiare perché non sapevamo bene come comportarci con l’istruzione femminile. Oggi, però, che di licei e di atenei ce ne sono fin troppi, non vieteremo di certo alle studentesse che intendono continuare a frequentarli. Ma dovranno farlo separatamente dai maschi, come impone la legge islamica. Inoltre, dovranno tutte indossare un vestito nero, con un niqab che coprirà loro il volto". Secondo le testimonianze delle manifestanti, tuttavia, le cose stanno andando molto peggio di così. "Da quando i talebani hanno preso il controllo - ha detto una di loro al Guardian - non sono più andata nel mio ufficio. Non ho cercato di tornare al lavoro, perché so che mi faranno del male se lo faccio."

Insieme a lei, decine di donne sono scese sabato 4 settembre nelle strade della capitale per rivendicare il diritto al lavoro, un ruolo in ogni futuro governo e un posto al tavolo delle discussioni con i talebani. La protesta è iniziata con 50 donne, che hanno marciato verso il palazzo presidenziale. Razia Barakzai, 26 anni, manifestante, ha detto che tutte loro sono state "fermate vicino all'ingresso del ministero delle finanze, dove i talebani ci hanno "circondate" e ci hanno impedito di proseguire la marcia verso l'ingresso del palazzo". Barakzai ha detto ad Al Jazeera che i talebani hanno usato sia spray al peperoncino che gas lacrimogeni per cercare di sbarazzarsi della folla. "Siamo state calme e pacifiche per tutto il tempo, ma loro volevano fermarci, ad ogni costo". La manifestazione di sabato è almeno la quarta che le donne di Kabul e della città occidentale di Herat hanno organizzato per rivendicare i propri diritti in un futuro governo guidato dai talebani. Barakzai ha detto che i talebani che hanno cercato di accerchiare i manifestanti indossavano striscioni rossi e portavano armi e che a suo avviso non si trattava di "normali forze armate talebane".

I filmati condivisi dalla rete di notizie afghane TOLO news hanno mostrato uno scontro tra le guardie talebane e alcune delle donne. Nel video, si sente un uomo al megafono che dice alla piccola folla "passeremo il vostro messaggio agli anziani". La sua voce sembra calma, ma verso la fine del video, si sentono le donne urlare, con un attivista che dice "perché ci state picchiando?". Il video dell'attivista afghana Narjis Sadat che sanguina dalla testa è stato ampiamente condiviso sui social media: la donna sostiene di essere stata violentemente picchiata dai combattenti militanti, durante la protesta. Dal canto loro, i leader talebani su Twitter (dove sono attivissimi) hanno respinto le accuse mosse dai video condivisi online sulle violenze durante le proteste delle donne. Il capo della Commissione culturale, Muhammad Jalal, ha affermato che queste manifestazioni sono state "un deliberato tentativo di causare problemi", aggiungendo che "queste persone non rappresentano nemmeno lo 0,1% dell'Afghanistan".

Sempre Mujahid ha anche aggiunto, tuttavia, che quattro uomini che hanno aggredito le donne e i giornalisti sono stati arrestati. “Venivano da un posto di blocco - ha detto al Guardian - Hanno maltrattato le donne e un giornalista di Al Arabiya. La polizia del dipartimento di intelligence è arrivata, ha messo la situazione sotto controllo e li ha arrestati". Tuttavia, si è rifiutato di garantire il diritto di protestare quando gli è stato chiesto se le donne potessero uscire di nuovo in strada in sicurezza.“Non è il momento di protestare - ha spiegato - perché [il controllo dei talebani] è nuovo. Dovrebbero essere pazienti e aspettare che il governo si stabilisca, quindi potranno avanzare richieste. Chiediamo alle persone di non causare disagi a se stesse e alle autorità”. Gli sforzi dei talebani, insomma, per liberarsi della loro immagine storica di brutalità e oppressione, già gravemente minata dall'ordine che tutte le donne, tranne le operatrici sanitarie, debbano rimanere a casa dal loro lavoro, sono stati ulteriormente intaccati dalla gestione violenta della protesta di sabato. E il promesso confronto con le attiviste rimandato, a chissà quando, mentre ad oggi la scelta più sicura rimane quella di non uscire di casa.

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