"Mia figlia, 13 anni, e la sua vita sessuale sul web" Quello che un padre non avrebbe mai voluto

Di Marco Parisi
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Photo credit: Photo by Matei Marcu on Unsplash
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From ELLE

Ho guardato dritto dentro i segreti digitali dei ragazzi, e non è andata bene. Questa è una storia personale sulla tredicenne inquieta che mi avvelena il sonno – mia figlia – cominciata l’anno scorso, quando Luna (la chiamerò così) frequentava la seconda media e per me era poco più che una bambina, eppure non lo era già più.

Un giorno di marzo 2019 una mia amica, che è anche mamma di un’amica di Luna, mi ha dato appuntamento lontano dal solito bar della scuola e con grande imbarazzo mi ha raccontato che esistevano foto «intime». Foto di Luna.

Per quanto questo genere di informazioni sia una tragedia per un padre che ama come amo io mia figlia, e per quanto episodi simili talvolta finiscano con conseguenze drammatiche, il tema qui non è il revenge porn e la feccia che se ne macchia. Il punto è il contesto.

L’infanzia di mia figlia è finita il giorno in cui ha ricevuto il suo primo telefono cellulare, un dono per la cresima (la Curia stabilisce che «È bene ricevere la cresima all’età in cui cominciano le tentazioni»: quanta ironia).

A 11 anni le è bastato poco per padroneggiare il mezzo. Più lo usava più ci rimaneva agganciata, fino a farne un uso compulsivo. E mentre cambiava pelle per entrare nel nuovo mondo, notavo distrattamente (la distrazione, grave errore) che smetteva di leggere, giocare ai Lego, guardare la tivù o accarezzare i cani per strada. Da principio ha avuto Whatsapp e Musical.ly (oggi si chiama TikTok) per mostrarsi in balletti e coreografie. Infine ha scaricato Instagram, la mia bestia nera. Luna non mi ha detto che aveva una sotto-app collegata di nome Thiscrush, che permetteva di ricevere commenti anonimi. Commenti spesso orribili, tanto che ricordo di una ragazzina di Roma che si è uccisa per le offese ricevute. Anche a Luna hanno scritto frasi indecenti (tra cui, testualmente, «Fai schifo culona di m... Ti inc... a sangue»). Volevo denunciare ma non l’ho fatto (altro grave errore) perché mi dissero «tanto è inutile». Credo che questa app sia stata disattivata, ma adesso ne va di moda un’altra altrettanto anonima che si chiama Tellonym e su cui varrebbe la pena vigilare. Insomma, è stata la prima volta che ho percepito l’aberrazione di questa libertà digitale.

Per scaricare social come Instagram servirebbero 13 anni ma nessuno controlla e l’età è scesa tanto, da quel che so. A 9 o 10 anni già accedono e fanno i balletti su TikTok. Io non avevo voglia né tempo di capire davvero come funziona quel mezzo: l’avevo declassato a divertimento per ragazzi (mio terzo grave errore) e ho accettato l’idea che fosse un mondo esclusivo in cui non dovevo mettere becco. È l’omertà collettiva di questi ragazzi: chi fa entrare gli adulti è bollato come uno “snitch”, un delatore, un infame. Ma quando ho saputo della foto intima, ho aspettato che Luna si addormentasse e ho spiato fino al mattino dentro il suo telefono, decine di chat e altro materiale sui vari social. La notte più difficile della mia vita.

C’erano foto di lei che svapava, di baci saffici. C’era soprattutto il sexting sui messaggi privati di Instagram. Immagino che per i ragazzini sia il modo di affacciarsi alla sessualità, loro già ipersessualizzati che con un cellulare in mano accedono a qualsiasi porcata del web. Quella notte ho visto imberbi chiederle selfie del seno (rappresentato dall’emoj della pera) e del fondoschiena (una pesca), per poi mandare foto e video del loro membro in erezione (che in emoj è una melanzana) e il tema era se fosse grosso o meno. Più di un ragazzino ha scritto cose qui irripetibili e mandato video mentre si masturbava. Li ho visti con i miei occhi, pischelli infoiati. Lei mandava foto in costume, poi in reggiseno, poi senza, rispondendo anche ad alcune richieste pressanti. Quando Luna si è rifiutata, uno di questi bambini ha cominciato a chiamarla troia, puttana, cessa, a dirle che i maschi la cagano solo perché sperano in qualche lavoretto (detto con parole più crude). Per contro, quella che credevo il mio tesoro anima candida, non solo partecipava a questo genere di conversazioni, ma lo faceva bestemmiando selvaggiamente. E in casa non diciamo mai parolacce. Mi sono reso conto di aver cresciuto una sconosciuta. Ho visto anche una foto che la mostrava allo specchio, nel bagno di un locale, la maglia tirata su quanto bastava per abbassare la coppa del reggiseno. La data del file mi ha sorpreso: quella sera eravamo al ristorante per festeggiare il compleanno di mia moglie e ricordo che Luna si era alzata per andare in bagno prima dell’arrivo della torta. Oggi la banalità del male è anche questo.

Sui social non c’è neanche bisogno di conoscersi di persona per procedere con questi approcci. Instagram è usato un po’ come Tinder. Scorrendo i profili, se vedi qualcuno che ti piace gli scrivi il DCP, «dico cosa penso». Tipo: «Non male, da conoscere meglio». Si danno i voti. Carino 8, simpatico 9, eccetera. Poi qualche volta la relazione si approfondisce scrivendosi e mandandosi foto. A volte degenera, come ho raccontato. Luna aveva la mia fiducia e l’ho ripescata in una specie di “sottosopra” come quello di Stranger things: un mondo parallelo al nostro ma popolato di pericoli di cui gli adulti non hanno percezione. Tantomeno loro. Tra miliardi di connessioni quotidiane si aggirano piccoli e grandi mostri. I coetanei fanno incetta di foto proibite e le girano agli amici su Whatsapp, ma poi possono arrivare a enormi gruppi che si formano su Telegram (decine di migliaia di persone). Certi maniaci archiviano il materiale in “biblioteche” chiamate “mega”, con tante cartelline suddivise per nome della ragazza (quando c’è), e poi scambiano o vendono, questo non lo so. L’anticamera del dark web.

Non rivelerò qui cosa ci siamo detti con mia figlia all’indomani di quella nottata. Ma la mia pena ha superato la mia rabbia. Ho visto l’umiliazione, e nelle settimane successive il pensiero che potesse farsi del male mi opprimeva. Molte ragazze, in questa generazione fragile, per qualche motivo hanno poca autostima e cedono quote di dignità per un po’ di considerazione e riconoscimento.

Ne ho parlato con una counselor, che mi ha suggerito di vigilare da lontano sulle sue esperienze perché ogni generazione ha le sue, basta che siano con coetanei. Poi ho parlato con uno psicologo, che invece mi ha suggerito di essere severo perché – sto brutalizzando il concetto – in questi anni i ragazzini sono cresciuti al centro dell’attenzione degli adulti come “numeri uno” cui far prendere ogni decisione e su cui riversare il nostro benessere. Esseri speciali che però un bel giorno scoprono che speciali non sono e in mancanza di figure genitoriali forti cercano conferme attraverso l’aspetto e il successo sociale. La femmine usano il potere del corpo, i maschi quello della forza e del coraggio. Schemi antichi, versione digitale.

Pensavamo, noi cinquantenni cresciuti in anni di cazzeggio e droghe, che saremmo stati pronti alla sfida generazionale, che i nostri figli non ce l’avrebbero data a bere mai. Invece i genitori come me devono riprendersi. Imparare velocemente la responsabilità del controllo. Mostrarsi attenti e capaci di grandi “no”, pretendere l’accesso al telefono con tutti i codici e poi investire del tempo per studiare quelle tecnologie. E per parlare con loro. Ma il consiglio più concreto che posso dare è: niente telefono fino ai 14 anni.