Mia Hansen-Løve: ecco quando "regia fa rima con terapia"

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Photo credit: Getty Images - Hearst Owned
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Diafana e chic in tutta semplicità, come sanno esserlo le francesi, a quarant’anni appena compiuti Mia Hansen-Løve è l’autrice star del raffinato Bergamo Film Meeting (24 aprile – 2 maggio 2021) che le dedica la retrospettiva dei suoi film, tra cui Il padre dei miei figli, Eden, Le cose che verranno. Un lungo romanzo sentimentale e famigliare dai toni sempre leggeri e colti, intrecci sentimentali e letteratura, più che un sospetto di autobiografia per lei, figlia di filosofi, che ha cominciato recitando in due film di Olivier Assayas, ex compagno di vita da cui ha avuto la figlia Vicky nel 2009. Da allora, solo regia: "L'assoluto del set che per me è terapia, catarsi e a cui non saprei rinunciare, anche se la battaglia è sempre più difficile, si tende a dare meno spazio al cinema in sala, riducendolo a piccolo culto. Io resisto, rinunciare sarebbe come perdere la fede". Al prossimo Festival di Cannes vedremo il suo film tanto atteso, Bergman Island, girato sull’isola di Fårö dove viveva il regista svedese, Tim Roth e Mia Wasikowska sono una coppia di sceneggiatori che muove la scrittura tra realtà e finzione. "Il mio cinema", dice la regista, "parte dalla memoria per reinventare ciò che si è vissuto, le presenze che non ci sono più, ma senza flashback o costumi, la memoria per me è nel presente, lo irriga e non c'è bisogno di artificio".

In quest’anno di pandemia e sale chiuse, il cinema è più che mai memoria, silenzio.

E per me lo è stato davvero. Il Covid s’è subito portato via mio padre e tre mesi dopo è nato il mio secondo figlio Søren. Ho vissuto questa pandemia nella misura più intensa possibile, tra morte e nuova vita. Il cinema l’ho messo fra parentesi.

Il Bergamo Film Meeting la celebra nella sezione Europa Now!. Lei si sente un’autrice europea?

Sono francese, lo dice il passaporto, ma avendo origini danesi e austriache ho ereditato una cultura cosmopolita, intessuta di letteratura e filosofia, di una forma di melanconia certamente più europea che francese.

Nel suo cinema c’è però sempre un balzo di ironia. Quella frase culto di Isabelle Huppert in Le cose che verranno: "Ho perso mia madre, mio marito mi ha lasciato per una più giovane, i figli se ne sono andati e io finalmente mi sento libera!"…

C’è un valore terapeutico nella leggerezza, nello humor. Nella vita si può scegliere di trovare tutto magnifico o di disperarsi perché la realtà, è vero, è crudele, ma bisogna rimanere lucide. Non voglio raccontare storie finte o irreali, ma allo stesso tempo desidero andare verso la luce, verso un piccolo miracolo.

Finali aperti, famiglie e amori complessi. Il suo è un cinema femminile?

Ho sempre pensato fosse un po' così, ma sulla questione di genere voglio essere chiara: le donne non hanno l’esclusiva della femminilità, ci sono uomini che la coltivano e ragazze che prediligono il lato maschile. Quello che davvero ho scelto di fare è non mostrare mai la violenza, si può esserne coscienti senza per questo pubblicizzarla, metterla in scena con il pretesto di denunciarla e assecondare in realtà il piacere voyeuristico. Nei miei film resta fuori campo.

Ha iniziato giovanissima recitando in un film di Assayas, Fin août, début septembre. Quando ha deciso di non fare più l’attrice?

Non l’ho mai deciso perché non ho mai fatto l’attrice. A 17 anni ho incontrato Olivier e ho girato otto giorni nel film, a 20 ho fatto un piccolo ruolo nel suo Les destinées sentimentales. Da allora ho scelto la regia, non ho interpretato nient’altro. Ho fatto otto film da regista, lavoro da venti anni, ma non riesco a convincervi che non sono mai stata, e non ho mai voluto essere, attrice.

È facile conciliare il lavoro di mamma e quello di cineasta?

Nooo. Prima di tutto non è facile essere madre, poi non è facile esserlo, avere un lavoro e per di più fare la regista. È una lotta, ma bisogna provarci. E così il 31 maggio sarò sul set a Parigi per il mio nuovo film Un beau matin, con Léa Seydoux. Gireremo negli ospedali, ma il film è ambientato nel periodo prima della pandemia ed è la storia della relazione di una donna con il genitore gravemente ammalato. Ho già evocato al cinema mia madre, questo è il film che dedico a mio padre Øle.