Michela Cescon ha il volto di una ragazza per bene, il cuore arrabbiato e la pancia sgrammaticata

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Photo credit: Fabio Lovino
Photo credit: Fabio Lovino

Tre figli dai nomi lievi, Angelica, Violetta e Giovanni, e un compagno di lungo corso, Stefano Barigelli, direttore della Gazzetta dello sport. Insomma, Michela Cescon, così rassicurante e quotidiana, “una ragazza perbene” come appuntò Matteo Garrone sul suo quadernino dopo averla vista a teatro e prima di sceglierla come protagonista di Primo amore nel 2004. L’attrice, che ha recitato con Ferzan Ozpetek e Marco Tullio Giordana, interprete di raffinati autori eppur notissima per Braccialetti rossi, un David vinto per il ruolo della moglie di Pinelli nel Romanzo di una strage, scolpita dalla dura scuola teatrale di Luca Ronconi, parrebbe prediligere il basso profilo, il popolare quartiere Testaccio, il risotto fatto in famiglia. E invece no, non è solo così, anzi: il suo primo lungometraggio da regista Occhi Blu con Valeria Golino che debutta al Festival di Taormina è, per sua stessa ammissione «un film cattivo. Io sono doppia, un’arrabbiata Cescon si nasconde dietro la facciata. E meno male che non lo sembro, e meno male che non sono prosperosa, e meno male che non sono bellissima perché è questo il fisico che deve avere un attore, capace di mimetizzarsi. Il film, spregiudicato, mi assomiglia, io non sono moralista né perbenista, sono sgrammaticata». E, infatti, in Occhi blu, c’è una Roma insolita e un po’ schizzata, ci sono la notte, le rifrazioni e il vuoto intorno, i maschi da stereotipo, il Commissario (Ivano De Matteo), il Francese, un ottimo Jean-Hughes Anglade, e il ragazzo di borgata Matteo Olivetti. E poi c’è lei, Valeria (Golino), fluida nella tuta di pelle, rapinatrice in motocicletta e casco integrale. Motori e solitudine, fotografia esaltata di Marco Cocco, interni geometrici e futuristi inventati dalla regista appassionata di design, mogli da spavento, amori zero, forse malamente infranti, destinazione ignota. Valeria parla poco, scappa. Sempre.

Photo credit: Simona Pampallona
Photo credit: Simona Pampallona

Valeria Golino è bella più che mai, e il film ha un certo grado di ferocia, perfino un po’ “amorale”.

Sa ero un po’ stufa di questi ruoli scarni che ti regala il cinema italiano, da regista ho deciso di sfidarlo con una protagonista che spiazza. E con una scelta di genere, il noir, anzi il polar francese perché mi diverte. Avrei potuto percorrere una via autoriale, dire chissà cosa, spiegare grandi verità, ma al fondo io non so cosa dire rispetto alla vita, non ho questa presunzione. Dall’attrice si aspettavano un film di dialoghi e sceneggiatura, invece è soprattutto visivo. La storia è un pretesto, un’atmosfera, con Valeria in tutina su sfondi da graphic novel, altra mia passione.

Avevate già lavorato insieme…

Con Valeria avevo girato un corto Con un soffio, poi presentato a Venezia. Lì ho capito che avevo la vocazione, che dovevo insistere sulla regia. Alla Golino per Occhi blu ho chiesto di “fare poco”, di placare le “faccette” e tutte quelle cose in cui un attore noto si rifugia perché si sente protetto. Era a nudo ed è stata bravissima, mi ha seguito, ha un istinto invidiabile, le ho regalato il ruolo che avrei voluto per me. Adesso sto provando con Anna Foglietta e Paola Minaccioni la mia messa a teatro di L’attesa, rilettura di un altro testo-chiave al femminile di Remo Binosi. Sono Ariete, dunque sono competitiva, ma non oppositiva: mi piace lavorare con le colleghe, le amo, voglio che siano bellissime e bravissime.

Un Revenge Movie a Roma, si può?

È cattivo proprio perché è un film sulla vendetta, senza ipocrisie. E con due grandi scommesse, la prima riguarda proprio Roma a cui volevo togliere il tono da borgata, nel mio film ci sono le tangenziali, l’Ostiense, l’architettura industriale. Il cuore però è la Piramide Cestia illuminata dalla luna e contro si staglia Monia, una ragazza/ragazzo , l’amore del Commissario. Un tempo il volto simbolo di Roma era la Magnani, nel 2021 ho pensato potesse essere solo un personaggio randagio perché questo è la Capitale, né uomo né donna, né vecchia né giovane. Città randagia.

Valeria Golino, un po’ fumetto Kriminal , è l’altra sua scommessa?

(Ride) È bellissima, finalmente un personaggio femminile che non viene spiegato, che non appartiene a nessun cliché, non puoi dire di lei che è Amante, Moglie, Madre, non è né buona né cattiva. È una che fugge ma che non vuole mai andarsene definitivamente. Non sappiamo bene chi sia, son convinta che il femminile in questo momento sfugga alla rappresentazione, mentre i ruoli maschili sono già determinati, condannati, poracci!, allo stereotipo. Il film vorrebbe aprire delle porte su ciò che sarà la forma del femminile da qui ai prossimi anni. Ambizioso no?

Sì. È abbastanza arrabbiata per riuscirci?

Lo ero molto di più prima di cominciare i film e per tutti questi cinque anni in cui l’ho scritto. Nel tempo mi sono pacificata, la rabbia corrispondeva alla mia fatica nel trovare ruoli che mi piacessero e alla ricerca di quei finanziamenti per il film che un uomo avrebbe avuto in metà tempo. Si chiama fatica di “genere”. Ora ho capito che devo risolvermela da sola senza aspettare gli altri, sorprenderli alle spalle. Detto questo resto convinta che il segno artistico debba essere un po’ arrabbiato e mi piace che si veda.

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