I miei primi 40 anni: la storia di Marina Rinaldi che ha sublimato le donne e le loro curve

Di Marta Saladino
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From ELLE

Ogni rivoluzione, anche se sfocia sempre in un’azione dirompente, tradisce un moto persino armonico. Un lavorio incessante, a tratti imperscrutabile e sommesso, che sovverte e smuove. Così, con silenziosa resilienza, Marina Rinaldi ha scardinato le regole che volevano incasellare le forme a semplici taglie, ha smussato i pregiudizi sulle curve, demistificato i preconcetti e le associazioni di idee che in passato soggiogavano le plus size nel limbo della menopausa, accompagnando la femminilità a una nuova consapevolezza. Più semplicemente, ci ha fatto diventare donne, nell’accezione più nobile del termine. Proprio come il suo marchio, che quest’anno festeggia il traguardo dei 40 anni - l’età della consapevolezza, appunto - e che noi ripercorriamo insieme tra racconti, stralci e copertine d’epoca che sono stati traguardi e conquiste, attraverso i ricordi di Lynne Webber, managing director di Marina Rinaldi dal 2012.

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Dall’infanzia all’adolescenza, alla meglio gioventù, fino all’età della ragione. Se dovesse scandire queste quattro decadi, quale aggettivo userebbe per definirle?

Nei primi anni '80, quando nasce il brand Marina Rinaldi (che fa parte del gruppo Max Mara, ndr), la sensibilità è diversa e la parola che meglio descrive la donna è proprio ingenuità. Gli anni '90, invece, vedono una figura avventurosa, arricchita da interessi. Se nel 2000 si scopre più assertiva, è nel 2010 che, grazie anche alle nostre testimonial, diventa rivoluzionaria e consapevole. Per arrivare ad oggi, nel pieno embodiment dell’inclusività.

Quali sono i requisiti fondamentali di un capo Marina Rinaldi?

Qualità nella scelta dei materiali e sartorialità nella costruzione, che deve essere avvolgente e accarezzare il corpo. Le donne non devono essere ingabbiate, coercizzate dentro abiti stereotipati, ma al contrario sublimate. Concetto che per noi si traduce in coerenza nella missione e nella creazione dalla taglia 50 in su. E anche in giù.

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Come festeggerete questo traguardo?

Con una serie di Anniversary T-shirt che rivisitano schizzi d'archivio; la capsule Denim Heritage, che riedita le collezioni degli anni '80 (con etichette che diventano elemento decorativo); The Icons, micro progetto di quattro cappotti iconici, uno per decennio, reinterpretati usando la pelle. E con la sartorialità di Antonio Berardi...

Un aneddoto di questi 40 anni?

Quando abbiamo saputo della gravidanza della testimonial Ashley Graham avevamo timore che si affiancassero due stereotipi, e che si associasse la fisicità alla maternità. Poi alla fine abbiamo sfidato i cliché, perché fa parte del naturale corso della vita no?

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Un abito-simbolo per ogni epoca?

Per gli anni '80 il tailleur alla Melanie Griffith in una Donna in carriera, che si deve affermare anche attraverso il modo di vestire. Nei '90 il cappotto: avvolgente, caldo, duraturo. Lo slipdress nel 2000 per esprimere la fierezza delle forme; il jeans dieci anni più tardi, come cult versatile e trasversale che abbracciava la modella Crystal Renn, mentre nel 2020 la sartorialità di capi classici con collab esclusive e tagli couture.

Siete stati precursori anche nella scelta delle modelle…

Sì, ognuna ha segnato la sua generazione. Come Sandra Milo, fotografata negli anni '80 da Fabrizio Ferri – lei aveva una cinquantina d’anni, e per l’epoca quell'età si legava alla morbidezza della donna – o India Hicks immortalata da Peter Lindbergh nei '90. È nel nuovo millennio, però, che le top hanno mostrato con fierezza la loro bellezza, diventando una nuova generazione di modelle come Carré Otis.

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Poi c'è stato il punto di "rottura"...

Ashley Graham ha infranto il soffitto di cristallo della moda. Questi sono gli anni dei social, sono cambiate le regole del gioco e lei ha attirato l’attenzione, creato un nuovo linguaggio. Ha colpito per le sue perfette imperfezioni nobilitando la cellulite, il post parto. Non si parla più di curvy – parola che non amiamo – ma di body positivity.

Non vi piace la parola curvy perché, nata con l’intento di sdoganare, è finita quasi con il ghettizzare la fisicità delle donne?

La semantica è un mondo a sè. Si tende poi a ridurre tutto a: "Che taglia porti? Come fai a essere così bella con quelle forme?". Marina Rinaldi è stata pioniera di una pura rivoluzione ante litteram.

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Come si è evoluto il vostro manifesto size-inclusive nel tempo?

Siamo state noi, negli anni '80, a infrangere un tabù coniando il termine "taglie comode". Ha fatto storia la pubblicità del metro con le misure 104-84-108 e lo slogan: "Bella centimetro più centimetro meno". E dieci anni dopo, la campagna di Rosemary McGrotha con la frase provocatoria: "Dopo la 46 le donne dicono che non hanno nulla da mettersi: bugiarde". Il passaggio dirompente è stato nel 2000 con il claim: "Style is not a size, it’s an attitude", dove smettiamo di usare la taglia e mettiamo in prima fila lo stile. Infine, con Ashley, siamo passate dalla diversity all’inclusivity.

Qual è il vostro pensiero ora che molte campagne in tutto il mondo stanno inneggiando alla body consciousness, e promuovendo immagini di donne curvy svestite?

Siamo in controtendenza. Funziona un po’ come il termine "curvy": non basta mettere una modella mezza nuda in copertina per far abbracciare il valore dell’inclusività. La sfida non è svestirla ma vestirla. E bene.

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Parlando di materiali, avete sempre puntato su tessuti top quality...

È nella nostra natura guardare a fibre nobili, eterne, che hanno il dna della sartoria maschile. Anche se recentemente abbiamo cominciato a virare verso quelle sostenibili, con la capsule Voyage for our planet. L’inizio di un percorso.

Il più grande stereotipo combattuto?

Scucire l’etichetta che la taglia fosse un’antitesi al concetto di eleganza, e che non si potessero osare le fantasie. Ecco perché le sinergie con i designer sono state un’arma per la nostra battaglia. Siamo partiti con Tsumori Chisato, poi Stella Jean, Fausto Puglisi, Roksanda e adesso Antonio Berardi e la sua sensuale sartorialità che ha vestito Precious Lee, nuovo volto e corpo di MR.

Quali sono stati i territori “incontaminati” ed extra settore che avete scoperto?

Sicuramente le calze – molte donne non le portavano perché salendo di taglia i collant canonici diventano lunghissimi – e così pure la lingerie, i capi sportivi e la linea sposa.

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Troppo spesso il concetto di donna con le forme è stato relegato a un immaginario caricaturale alla Botero. Quali sono invece le vostre reference artistiche?

Le donne floride e luminose di Rubens, o La Maja vestida di Francisco Goya: non sono quadri che giudicano, ma sublimano. In America, ad esempio, si tende ancora ad associare le plus size a una classe sociale meno abbiente; in Italia ci salviamo inneggiando alla bellezza mediterranea. Negli anni, con le collaborazioni artistiche, abbiamo dato ulteriore eco al nostro messaggio. La moda è tutt’altro che frivola.

Si abusa spesso della parola “accettazione”, che però nasconde un retropensiero di rassegnazione. Qual è invece il segreto di MR per vivere il proprio corpo?

La chiave di tutto è l’amore, la profonda conoscenza di sè. La grande bellezza.