I migliori romanzi del 2020

Di Redazione
·14 minuto per la lettura
Photo credit: Sellerio
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From Esquire

Durante il 2020 abbiamo letto tanto, un po' per il tempo a disposizione che sembrava infinito, un po' per sostenere le librerie e il mondo dell'editoria colpito così duramente dalla pandemia. Abbiamo raccolto i nostri romanzi preferiti di quest'anno. Siete ancora in tempo per recuperarli.

Terra alta, Javier Cercas

(Guanda)

Photo credit: Guanda
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Anche se l’omicidio dei proprietari dell’azienda più importante della Terra Alta (nella provincia di Tarragona) fa da cornice a tutta la storia, sarebbe riduttivo definire questo libro un romanzo giallo. Questo, come tutti i romanzi di Cercas, sfugge a qualsiasi etichetta, e ci regala un altro personaggio indimenticabile, Melchor, giovane poliziotto cui viene affidato il caso, ex galeotto, lettore fortissimo, che non beve alcol ma Coca-Cola e riesce a dormire solo quando c’è rumore. Il romanzo (traduzione di Bruno Arpaia), in cui si sovrappongono i piani temporali da un capitolo all’altro, si muove sulla trama de I miserabili di Victor Hugo, il romanzo preferito del protagonista, che prova a decifrare la realtà attraverso la sua esperienza di lettore e di essere umano. D’altronde, come mi disse una volta Cercas in un’intervista, “non è possibile la letteratura senza ambiguità, visto che la vita è essenzialmente ambigua”

(Giorgio Biferali)

Topeka School, Ben Lerner
(Sellerio)

Photo credit: Sellerio
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Al momento di esprimere la mia preferenza per le varie liste di fine anno ho sempre riflettuto con grande serietà e dispendio di energie intellettuali: visto da fuori, potrei aver ricordato quel meme col tizio indeciso su cosa premere tra due bottoni rossi perfettamente identici. Non escludo, dal 2019 a ritroso, di averne anche parlato a cena, tono grave e fronte aggrottata. Quest’anno, che pure l’atmosfera favorirebbe un pericoloso peggioramento della mia condotta, mi trovo invece più sereno e sicuro – e, vi assicuro, con la fronte ben distesa: il libro del 2020, per me, è Topeka School di Ben Lerner. O meglio, la traduzione che ne ha fatto Martina Testa per Sellerio, visto che il romanzo di Lerner, in originale, è uscito nel 2019, e aveva l’articolo The nel titolo.

I motivi del perché sia un libro ottimo e importante, o forse del perché sia piaciuto a me, sono innumerevoli. Intanto è un’opera sul linguaggio, una specie di battaglia romanzesca fra Dibattito e Dialogo, e sulla parola come grande potere (da cui derivano grandi responsabilità). Poi è un libro non-di-trama, dalla struttura perigliosa, che parla di gente super colta con paturnie da super colti e fa un uso scellerato del cambio di prospettiva: una scommessa da spudorati, sia per l’autore che per gli editori, vinta grazie al modo in cui Lerner scrive (con la bacchetta magica, probabilmente).

Infine, contiene le dieci righe più belle in cui mi sia imbattuto quest’anno – dopo quelle che chiudono il capitolo 15 nell’Ulisse tradotto da Mario Biondi (La Nave di Teseo), fuori gara. Però non ve le cito, così magari lo comprate e le cercate da soli. In sintesi, Topeka School è il tipo di creatura libresca che vorrei dominasse il futuro: un romanzo che mette al centro di tutto l’esattezza e la bellezza delle parole con cui è stato scritto, e in barba a ogni tipo di canonico equilibrio tra inizio, svolgimento e finale, irrispettoso di qualsiasi previsione, riesce a farne un’opera d’arte.

(Nicola H. Cosentino)

Autobiografia del Rosso, Anne Carson
(La Nave di Teseo)

Photo credit: La Nave di Teseo
Photo credit: La Nave di Teseo

Nella mitologia greca, la decima fatica dell’eroe Eracle fu uccidere Gerione – mostro a tre teste – per impossessarsi della sua mandria di sacri buoi rossi. Nel sesto secolo avanti Cristo, il poeta Stesicoro s’immedesimò nel mostro per scrivere la Geroneide, di cui rimangono solo frammenti, quasi avesse “realizzato un poema narrativo coerente per poi strapparlo in mille pezzi e interrarlo in uno scrigno insieme ad alcune liriche, qualche appunto di studio e una manciata di avanzi di carne”.

Così Anne Carson, poeta e classicista canadese, dissotterra quello scrigno, lo scuote, raccoglie i frammenti sparsi, la carne ormai putrida, mescola, reinventa, poi lascia che il composto trasmuti, viaggi in un’altra epoca e in un altro luogo. Autobiografia del Rosso (pubblicato nel 1998, ritradotto quest’anno da Sergio Claudio Perroni per La Nave di Teseo) è un romanzo in versi che libera il mito nel quotidiano, rivelando tutta la sua alterità.

Il Rosso del titolo è Gerione, un mostriciattolo vermiglio, cresciuto su un’isoletta nel nord dell’Atlantico, con una madre adorata e distratta e un fratello prepotente. Ha delle ali dalla trama di pizzo, che gli spuntano dalla schiena e lo fanno sentire diverso. Una notte, alla stazione dei pullman, incontra Eracle, in “uno di quegli istanti/che sono l’opposto della cecità”. Gerione, quattordicenne impacciato, ed Eracle, poco più grande ma già sicuro del suo fascino: “Erano due anguille superiori/ sul fondo dell’acquario e si riconobbero come due corsivi”. Inizia così un amore profondo e tormentato, che fa fremere d’inquietudine le ali di Gerione e lo costringe ad affrontare circospetto un desiderio fatto di spine.

Tra i frammenti di Stesicoro affiorano echi di poeti moderni come Dickinson e Whitman, il lirismo e le frizioni di Carson, i “ma proprio non riesci a scopare senza pensare?” pronunciati a bruciapelo. Un’immagine dell’amore ombreggiata e inquieta, dove il corpo è uno sconosciuto sempre un passo avanti alla mente.

(Alessandra Castellazzi)

L’ospite e altri racconti, Amparo Dávila
(Safarà)

Photo credit: Safarà Editore
Photo credit: Safarà Editore

Il più bel libro di racconti del 2020, ma forse anche il più bel libro di narrativa tout court del 2020, ma forse anche il più bel libro di tutti gli ultimi 20 anni, è uno smilzo volume di pezzi scritti in un momento imprecisato del secolo scorso, ad opera di un’autrice messicana morta proprio quest’anno, a 92 anni, e qui praticamente sconosciuta: Amparo Dávila. O almeno, sconosciuta finora: perché adesso con l’uscita de L’ospite - per Safarà, quelli di Alasdair Gray e Murnane, traduzione di Giulia Zavagna - Dávila sta raccogliendo un po’ di meritata e tardiva notorietà.

Sono racconti misteriosi e inclassificabili, popolati di presenze indefinite e inquietanti, velocissimi da leggere e impossibili da scordare. È un mistero che non si scioglie, una oscurità che non s’illumina neanche per esplodere, una tensione che non trova la catarsi finale. Poe, Kafka, Borges, Shirley Jackson: sono alcuni degli incredibili nomi a cui è stata avvicinata, ma ancora più incredibile è che questi paragoni non sono affatto azzardati. Addio Amparo Dávila, benvenuta.

(Dario De Marco)

Reality, Giuseppe Genna
(Rizzoli)

Photo credit: Rizzoli
Photo credit: Rizzoli

Scrivere un romanzo pandemico a pandemia in corso è una sfida che solo un vero scrittore poteva portare a termine senza che il risultato apparisse imbarazzante. O inadeguato alla situazione. O invecchiasse rapidamente. Con Reality, Giuseppe Genna ha saputo farsi carico di questa sfida, vincendola. Uscito poco dopo la fine del primo, vero lockdown, il romanzo di Genna mostra come la scrittura, più di altre forme d’espressione, abbia saputo essere all’altezza della situazione che ci è stata imposta dal virus: confrontarci con una minaccia invisibile, di cui possiamo far esperienza solo indirettamente, grazia ai suoi effetti.

L’io narrante di Genna si fa così occhio, istanza del vedere e veggenza. Viaggia per le città deserte, autocertificando il proprio lavoro di testimone, per portare noi lettori a contatto con gli spazi invisibili della crisi che viviamo. Attraversiamo così le terapie intensive, dove i pazienti boccheggiano nell’ultimo spasmo di morte; le centrali operative, dove le istanze del controllo che abbiamo introiettato si materializzano nei fisici tonici dei militari; le stanze del potere, dove vengono comunicate le decisioni che governano le nostre vite. La scrittura di Genna fa delirare questi spazi e le figure che essi emanano. Crea un riflesso di noi lettori, un golem, e gli dà vita, affinché, confrontandoci con lui, noi si possa imparare qualcosa a proposito di noi stessi e del modo in cui abbiamo deciso di vivere i tempi che ci sono stati dati in dote.

(Flavio Pintarelli)

Nella quiete del tempo, Olga Tokarczuk
(Bompiani)

Photo credit: Bompiani
Photo credit: Bompiani

Il miglior romanzo di quest'anno è in realtà per me una riedizione di un libro incantato: Nella quiete del tempo di Olga Tokarczuk, ripubblicato da Bompiani dopo esser apparso in sordina per ben due volte (prima E/O poi Nottetempo, strane variabili di ricezione dei capolavori!). Forte del Premio Nobel come super riflettore, la Tokarczuk qui appare distante dalle riflessioni odeporiche di I vagabondi e più legata ad una narrazione "naturale" già presente in toni quasi ambientalisti in Guida il tuo carro sulle ossa dei morti.

Nel romanzo si raccontano, per capitoli che cambiano prospettiva e tempi (o meglio Tempi), le vicende della comunità di Prawiek “un luogo al centro dell’universo" protetto da quattro Angeli e segnato dallo scorrere di fiumi che paiono più divinità che corsi d'acqua - ma anche dall'incursione della violenza storica, dalle guerre e dai pogrom. Ricco di quella magia inquieta che da est soffia con i venti di Chagall e Gogol' fino a giungere a un Pavic, un Esterhazy, un Hrabal, il romanzo ha un tono austero ma coinvolgente, dove le vicende umane e quelle naturali spesso si incontrano in possibili metamorfosi. E dove l'autrice non ha paura a invocare Dio come personaggio, proponendo così un'eccellente fiaba metafisica, in tempi in cui pare impossibile, almeno dalle nostre parti.

(Sara Marzullo)

Ferdydurke, W. Gombrowicz
(Il Saggiatore)

Photo credit: Il Saggiatore
Photo credit: Il Saggiatore

In un’ipotetica classifica mondiale degli autori più strani, stranianti e idiosincratici Witold Gombrowicz occuperebbe quasi certamente una posizione sul podio. A lungo osteggiato dal regime del suo paese (autoesiliandosi dal quale lo scrittore ha maturato una caustica antipatia verso qualsiasi forma di realismo, per così dire, sociale), fa un’impressione bizzarra immaginare che oggi i polacchi si ritrovino a leggere come un classico, magari a scuola, pagine selezionate di questo ossessivo maniacale geniale perverso e nerissimo giullare letterario. E non solo perché l’oscenità e l’erotismo ammiccano in ogni parte della sua opera: ridurre alla devianza (o al polimorfismo) sessuale le astruse costruzione mentali di questo romanziere sarebbe tradirne la vasta portata, che fila dalla satira sociale alla speculazione filosofica, dalla commedia grottesca all’inabissamento nei più oscuri meandri della psiche.

Cosmo è certamente la summa maxima di tutto ciò, ma è Ferdyduke il suo libro più letto e famoso, non meno bello del primo (se ne può discutere) ma certamente più accessibile. La storia di Giuso, un giovane scrittore trentenne che si ritrova catapultato come studente tra i banchi di una scuola superiore senza che nessuno, come nei nostri peggiori incubi, si accorga dell’assurdità della situazione, è stata riproposta quest’anno dal Saggiatore in una nuova versione “tradotta da Irene Salvatori e reinventata nella nostra lingua da Michele Mari”. Considerato che Mari è abituato a piegare e deformare l’italiano non meno di quanto Gombrowicz ha fatto con il polacco, e considerata la grande influenza che la cerebralità viscerale del secondo ha esercitato sul lavoro del primo, l’operazione risulta decisamente virtuosa. Traditrici per definizione, anche le traduzioni più ardue possono a volte risultare, se non fedeli, comunque molto intime.

(Carlo Mazza Galanti)

Canto degli alberi, Antonio Moresco
(Aboca)

Photo credit: Aboca
Photo credit: Aboca

Come ricorderemo in futuro il tempo incredibilmente assurdo che stiamo vivendo? Quella di Covid è la prima epidemia della storia dell’uomo che è stata raccontata in tempo reale da chiunque grazie ai social network, ma la letteratura è il racconto per eccellenza. In attesa della rielaborazione che nei prossimi anni, grazie anche a un maggiore distacco temporale, porterà molti scrittori e scrittrici a interrogarsi sulle cause e sulle conseguenze di questa assurda catastrofe inspiegabile, Antonio Moresco brucia le tappe con il Canto degli alberi.

Lo scrittore mantovano è infatti tra i primi a misurarsi con questo evento epocale attraverso un’opera di letteratura, ovvero di finzione. Anzi, di autofiction: nel libro, il protagonista che parla in prima persona sembra essere proprio Moresco. Come lui, infatti, da Milano ritorna dopo anni – per motivi che rimangono nascosti – alla città natale di Mantova. Qui lo sorprende il lockdown, che lo costringe a convivere nuovamente con i ricordi dolorosi della sua infanzia, legati ad ambienti e atmosfere da cui si era allontanato senza rimorsi anni prima.

Nella forzata solitudine dei mesi più duri, l’unica compagnia delle sue giornate in un piccolo appartamento del centro è una musica misteriosa, su cui il protagonista si interroga. Impossibilitato a chiedere ai vicini, si lascia quindi trasportare fuori casa sfidando il coprifuoco e scopre di potere attivare una segreta forma di comunicazione con gli alberi. Abbandonandosi sempre di più alla loro compagnia – esseri viventi ben più comprensivi e meno pericolosi degli umani –, il protagonista scopre non soltanto l’origine della musica misteriosa che gli faceva compagnia, ma anche il senso più profondo dell’esistenza, che gli alberi – non basando la loro esistenza sulla limitata quantità di tempo che agli umani è concesso vivere – conoscono e condividono con lui. Un romanzo originale che ribadisce il potere della letteratura di indagare l’esistenza dell’uomo.

(Iuri Moscardi)

Tamarisk Row, Gerald Murnane
(Safarà)

Photo credit: Safarà Editore
Photo credit: Safarà Editore

È vero, il mio libro dell’anno è uscito in Italia nel 2020 ma in realtà è stato pubblicato nel 1974, e per di più la storia che racconta comincia nel 1947, quando dalle radio ancora arriva la gioia lontana per la fine della guerra mondiale. Proprio questa eco di ripartenza, di tensione alla crescita, è uno degli elementi che mi hanno più catturato. Esistono poi i romanzi senza tempo, e gli autori che appena li leggi diventano istantaneamente qualcosa che senti sia tuo, e allora Tamarisk Row appartiene al primo gruppo, e Gerald Murnane al secondo. Per il New York Times siamo nientemeno che di fronte al «più grande scrittore vivente di lingua inglese di cui la maggior parte delle persone non ha mai sentito parlare», e se questa formula può sembrare una di quelle frasi tronfie buone per un blurb, be’ leggendo Tamarisk Row si capisce che non è affatto così.

Ci troviamo in Australia settentrionale, nella regione di Victoria, dove vivono il giovanissimo Clement Killeaton assieme alla madre e al padre Augustine, impicciato con le scommesse dei cavalli. Clement ascolta la musica, pensa alle ragazze e a quello che vorrebbe fare con le ragazze; immerso in questo paesaggio di polvere e luce – penso di poter accostare Tamarisk Row a certi momenti nei romanzi di Cormac McCarthy – riceve un’educazione cattolica, e Murnane è bravissimo a filtrarla attraverso gli occhi di un ragazzetto. Dal padre, Clement eredita la passione per i cavalli, e così costruisce un ippodromo immaginario nel retro del cortile di casa.

Nel corso del romanzo seguiamo la formazione del ragazzo e l’evoluzione dei suoi pensieri; nel caso di Murnane lo stile si fa storia, anche per la modalità della trama, raccontata per frammenti e con titoli che già illuminano la lettura («Augustine si intrattiene con altri cattolici appassionati di corse», «I ragazzi della St. Boniface succhiano il latte dalle pietre»). Con Murnane veniamo precipitati nel fitto di giornate dense, afose, in una parola vitali, estremamente vitali; ed è di questo che abbiamo bisogno.

(Liborio Conca)

La mischia, Valentina Maini
(Bollati Boringhieri)

Photo credit: Bollati Boringhieri
Photo credit: Bollati Boringhieri

Il mio romanzo dell’anno è anche uno degli esordi letterari più fulminanti che mi sia capitato di leggere di recente. La mischia di Valentina Maini racconta la storia di Gorane e Jokin, due gemelli figli di terroristi dell’ETA che si perdono e si cercano tra Bilbao e Parigi attraverso concerti drum & bass, scrittori egocentrici, eroina, ragazze da Nouvelle Vague e fantasmi familiari e storici. Da un lato è la storia di un amore personale e di una catastrofe collettiva irrimediabilmente intrecciati. Dall’altro però è anche una riflessione sulle storie e sulla loro capacità di generare mondi, e per questo è un romanzo profondamente metanarrativo che, come una lanterna magica, proietta le ombre di Bolaño e Agota Kristof, di Clarice Lispector e Burroughs.

Come nel Bolaño dei Detective selvaggi e nei primi romanzi di Jennifer Egan, nessuno è chi dice di essere e tutti sono spie in una guerra fredda dei sentimenti: il risultato è quello di un prisma psichedelico, una voce che come quella di un ventriloquo è molte voci, un’opera che brilla di colori che cambiano a ogni pagina ed esplode in ogni direzione sulle linee di un desiderio travolgente. Insomma, un romanzo di potenza rara, non solo scritto benissimo (Maini è una poetessa e si vede, le parole bruciano) ma capace, e questo oggi è davvero poco comune, di collegare la superficie della forma alla materia viva che si agita nel fondo dell’anima. Sarebbe un libro incredibile anche se fosse il lavoro di un’autrice affermata, il fatto che sia l’esordio di una trentenne ha qualcosa di paranormale.

(Gianluca Didino)