I migliori saggi del 2020

Di Redazione
·15 minuto per la lettura
Photo credit: Quodlibet Studio
Photo credit: Quodlibet Studio

From Esquire

Oggi più che mai approfondire e capire il mondo, leggere analisi e osservazioni trasversali, viaggiare tra le pagine e farsi spiegare qualcosa, nel modo più bello e interessante possibile. Abbiamo selezionato i migliori saggi del 2020 secondo noi:

La scommessa psichedelica, a cura di Federico di Vita
(Quodlibet)

Photo credit: Quodlibet
Photo credit: Quodlibet

Un saggio di multiforme ingegno, come multiforme è il tema che tratta: la psichedelia. Passato, presente, futuro: la storia, dai riti misterici all’LSD, dal peyote a Goa, da Huxley a Leary. La situazione attuale, il cosiddetto rinascimento psichedelico: sperimentazioni scientifiche e uso terapeutico - per depressione, dipendenze, PTSD, ansia da fine vita - caute riaperture e legalizzazioni, microdosing. Le mille direzioni e realtà in cui gli psichedelici possono essere - e già sono - la svolta, la chiave d’interpretazione, la strada da percorrere: arte e letteratura, creatività digitale e feste, mistica e politica, meme e gnosi.

L’importanza di un libro si valuta dai suoi contenuti, senza dubbio, ma se a questi corrisponde un adeguato impatto sociale, tanto meglio. A poche settimane dall’uscita, già si può ascrivere al libro curato da Federico di Vita il successo nel raggiungimento dell’obiettivo minimo: suscitare un po’ di dibattito, far parlare di sé e quindi del tema fuori dalla bolla, fare cucù nei media mainstream rompendo il muro di timidezza e perbenismo che segrega qualsiasi argomento percepito come “droga”.

L’ho scritto e lo ripeto: se Come cambiare la tua mente di Michael Pollan è una summa, è la Bibbia, La scommessa psichedelica è la via, è il Vangelo. Quando le porte della percezione saranno aperte, questo libro ci apparirà per ciò che realmente è: infinito.

(Dario De Marco)

Che cosa vediamo quando leggiamo, Peter Mendelsund
(Corraini)

Photo credit: Corraini
Photo credit: Corraini

Necessario come le lezioni di Cortzar e di Nabokov, come Fame di realtà di Shields, questo non è un semplice saggio, è un racconto, un racconto di viaggio, un reportage, un romanzo, anzi no, un metaromanzo, un memoir, una lezione di autoanalisi. Per “che cosa vediamo”, l’autore intende “che cosa immaginiamo”, in linea con la cosiddetta visibilità calviniana. La lettura, qui, torna ad essere concepita come esperienza, come un atto impossibile da raccontare, perché quello che ci rimane non è altro che un falso ricordo. Da qui tante domande, sappiamo com’è fatta Anna Karenina? Se un personaggio ci viene descritto nei minimi dettagli, siamo sicuri che sia più facile da immaginare? Se il testo è come uno spartito musicale, noi siamo il direttore dell’orchestra e allo stesso tempo il pubblico? “Un libro aperto – ci ricorda l’autore – agisce come una tenda, uno schermo: la superficie della pagina argina il mondo, lasciando fuori i suoi stimoli chiassosi, e incoraggiando l’immaginazione”. Un capolavoro (tradotto da Maria Teresa de Palma), pieno di disegni, ritagli, fotografie, figure sulla pagina, pubblicato da una delle poche case editrici italiane che concepisce ancora i libri come opere d’arte.

(Giorgio Biferali)

Red Mirror, Simone Pieranni
(Laterza)

Photo credit: Laterza
Photo credit: Laterza

Scordatevi la Silicon Valley, il nostro futuro – nel bene e nel male – si sta scrivendo in Cina, dalle parti di Pechino, Shenzhen e non solo. Per chi è appassionato, affascinato o incuriosito dai temi dell’innovazione digitale e del suo impatto sulla società, è giunto il momento di staccare gli occhi dalla costa ovest statunitense e gettarli invece sulla Repubblica Popolare Cinese: è lì, più che nei classici luoghi che fino a oggi hanno popolato il nostro immaginario tecnologico, che bisogna guardare per capire le potenzialità dell’evoluzione tecno-politica in cui siamo attualmente immersi.

Se la Silicon Valley si è venduta per decenni come il luogo in cui si costruiva un futuro utopistico – il mondo connesso, l’informazione che viaggia senza censure, la libertà d’espressione ai suoi massimi – salvo poi scoprire che il mondo che si stava creando era radicalmente differente; l’evoluzione seguita dal mondo digitale e tecnologico cinese è molto diversa e prende il via, come scrive Pieranni, proprio perché “Facebook, YouTube, Twitter e compagnia rischiavano di ‘inquinare’ lo spirito socialista cinese”. E così, la censura non ha fatto che “fomentare un mercato digitale interno floridissimo, spogliato dalla fastidiosa concorrenza di super-aziende straniere”.

Grazie anche al massiccio supporto statale, alla nascita di colossi digitali che non hanno nulla da invidiare a quelli occidentali e alla ferrea determinazione del mondo della ricerca, oggi, in Cina, l’uso di piattaforme come WeChat – che viste dall’Occidente sembrano sbarcate dal futuro – sono la normale quotidianità. Non solo: la Cina è all’avanguardia nel campo dell’intelligenza artificiale (soprattutto nel riconoscimento immagini), nel 5G, nei computer quantistici, nella creazione di smart city e sta anche dando una forte impronta alla cultura pop globale, grazie ad alcuni dei più importanti autori contemporanei di fantascienza (basti citare Pechino Pieghevole di Hao Jingfang).

In tutto questo, non si possono ignorare gli aspetti distopici dell’avanzata digitale cinese, che sono anzi approfonditamente analizzati da Pieranni, sgombrando anche il campo da alcuni equivoci mediatici occidentali. Tra il sistema dei crediti sociali in corso di costruzione, l’abuso terrificante del riconoscimento facciale, lo sfruttamente intensivo dei lavoratori, ciò che oggi sta avvenendo in Cina va tenuto attentamente d’occhio: per evitare di imboccare anche noi la stessa strada.

(Andrea Daniele Signorelli)

Dark Deleuze, Andrew Culp
(Mimesis)

Photo credit: Mimesis
Photo credit: Mimesis

Chi è Dark Deleuze? È un personaggio concettuale. Cosa significa? Significa che Andrew Culp, in aperta polemica coi suoi gioiosi seguaci, ha creato un calco in negativo di uno dei filosofi contemporanei più influenti: Gilles Deleuze. L’autore americano ha potuto farlo intraprendendo un corpo a corpo con il pensiero di Deleuze, durante il quale ne fa emergere i tratti più apertamente negativi. Il suo obiettivo è quello di sfatare il mito di un Deleuze certificatore di questo mondo, per mostrare come, nel fondo buio del pensiero del francese, alberghi una radicalità irriducibile. Evocato dalle formule contenute in questo grimorio, come un Grande Antico, Dark Deleuze emerge dalle profondità del tempo si staglia su questo mondo proiettando su di esso quell’ombra in grado di abolirlo.

Il breve, denso saggio di Culp diventa in questo modo un manuale d’istruzioni per obliterare il mondo, così com’è, e per sostituirlo con qualcosa di completamente nuovo, tutto ancora da costruire a cui l’autore dà il nome di “comunismo”.

(Flavio Pintarelli)

Underland, Robert McFarlane
(Einaudi)

Photo credit: Einaudi
Photo credit: Einaudi

Il miglior saggio di quest'anno è un libro uscito forse troppo tardi e che speriamo di portarci dietro per tutto il 2021. Si tratta di Underland. Un viaggio nel tempo profondo di Robert McFarlane da poco pubblicato per Einaudi. Un'esplorazione del "mondo di sotto", dello spazio geologico della terra, spazio magico, innervato di radici e miceli, usato dall'uomo per ascoltare i messaggi che vengono dalla dark matter stellare, o per custodire e seppellire le cose più care come nelle tumulazioni dell'Era del Bronzo. "Nel mondo di sotto riponiamo da sempre ciò che temiamo e desideriamo perdere e ciò che amiamo e desideriamo salvare", basterebbe la chiusa del vertiginoso capitolo introduttivo per comprendere il portato di senso e di poetica di questo saggio di nature fiction, al quale la stessa definizione di nature fiction sta stretta.

McFarlane accompagna il lettore tra i cunicoli e i sotterranei di questo "deep time" umano e terrestre assieme, tra le Mendip Hills e i rifiuti nucleari della Finlandia, tra il nostro Carso, le catacombe di Parigi e la Epping Forest di Londra (qui in compagnia di un altro geniale narratore del Simbiocene, Merlin Sheldrake!) e vi si immerge mettendo in questione le categorie della soggettività e dell'esperienza stessa. Scendere nelle viscere fangose, oscure e brulicanti della Terra sembra, in "Underland", un ritrovare nella catabasi una sintonia intima con il mondo deturpato dall'Antropocene, una sintonia bella e spaventosa assieme nella quale ci giochiamo tutto.

(Alessandro Raveggi)

Ripartire dal desiderio, Elisa Cuter
Minimum Fax

Photo credit: Minimum Fax
Photo credit: Minimum Fax

Nei suoi discorsi pubblici, Esther Perel dice che di fronte al dolore abbiamo due opzioni: sopravvivere o godere - e lo dice sapendo esattamente di cosa stiamo parlando quando parliamo di dolore. Possiamo passare tutta la vita, ci ricorda, a piangere i nostri morti, a vivere frugalmente, a impersonare un sentimento di penitenza. Oppure possiamo goderci tutto quello che chi se ne è andato non ha potuto esperire - in un certo senso è una responsabilità anche questa. Non mi pare un caso che il saggio di Cuter, che parla di metoo, di consenso, ma soprattutto di sesso e conflitto sia nato durante i mesi dell’astinenza (dalla felicità e dai suoi succedanei), mesi di lockdown in cui il comandamento era essere sobri e comportarsi bene, rispettare gli altri, essere morigerati perché era più giusto così - non che di per sé queste cose siano sbagliate, ma Cuter riesce a raccontare bene come queste siano tendenze che precedono di molto le misure precauzionali, sono tendenze che abbiamo assunto, assorbito e riprodotto senza porci troppe domande, proprio perché aiutavano a non porci troppe domande.

In questo saggio scorre la cosa che chiamiamo desiderio e, se letto bene, cioè senza volerne trarre una lezione, ma come macchia di Rorschach, facendosi guidare dalle schegge da cui è formato, può offrire un ottimo programma di disintossicazione dal Fare la Cosa Giusta. Più che il libro del 2020, Ripartire dal desiderio è l’augurio e il comandamento per il 2021, la celebrazione del desiderio come “rivoluzione permanente, quasi la negazione dell'utopia realizzata una volta per tutte,” come scrive Cuter, perché “è proprio per questo che il sesso ha qualcosa da insegnarci sulla politica: perché non è una soluzione, ma l'inizio del problema."

(Sara Marzullo)

Teoria dell’eteronimia, Fernando Pessoa
(Quodlibet)

Photo credit: Quodlibet
Photo credit: Quodlibet

“Teoria dell’eteronimia” è la raccolta dei principali testi in cui Pessoa riflette sulla sua abitudine di usare eteronimi (e dove naturalmente precisa la differenza tra pseudonimo ed eteronimo). Può essere letto almeno in due modi:

1- Come un trattato di poetica firmato da uno dei maggiori scrittori del novecento europeo.
2 - Come un importante testo sapienziale.

In quanto 1 il libro si offre agli addetti ai lavori e agli appassionati del poeta portoghese come un illuminante strumento di analisi e approfondimento critico.
In quanto 2 il libro è una lettura fondamentale per chiunque abbia voglia di porsi poco inflazionate domande intorno alla continua, diabolica, ineludibile coazione a essere se stessi, a essere qualcuno, a essere qualcosa, a fissare la propria vita dentro un universo densissimo di infiniti atomi di egotismo rigorosamente interconnessi. Oltre ad affrontare le vette metafisiche che comunque si apriranno alla lettura di questo prezioso volume sarà quasi inevitabile, al momento di affidare nuovamente la narrazione di sé (di quale sé? quale narrazione? voluti da chi? e perchè?) a quegli enormi e rapaci dispostivi di produzione di autobiografismo di massa che sono gli ambienti social nei quali trascorriamo il meglio del nostro tempo, sarà impossibile - dicevo - per il lettore non fermarsi almeno un attimo a pensare.

Se reputate che il punto 2 sia la solita tiritera da moralista tecnofobo, potrete comunque conservare “Teoria dell’eteronimia" come (punto 3) livre de chevet e raffinata introduzione a quella specie di ego-dissolution quotidiana che chiunque suo malgrado sperimenta ogni notte, addormentandosi.

(Carlo Mazza Galanti)

Il Grande flagello, Massimo Tedeschi
(Scholé)

Photo credit: Scholé
Photo credit: Scholé

Pochi luoghi come le province di Brescia e di Bergamo si sono trovate a dovere gestire, praticamente da un giorno a quello successivo, l’epicentro dell’epidemia di Covid-19 in Italia. Tutto il mondo ha condiviso con bresciani e bergamaschi la dolorosa impotenza di non riuscire a fermare il contagio; un dolore sentito ancora più profondamente dagli abitanti di queste terre laboriose, solitamente lontani dai riflettori, convinti che rimboccarsi le maniche senza lamentarsi ma spaccandosi la schiena di lavoro sia la soluzione per tutto. Stavolta, purtroppo, non è stato così. Il merito di avere spinto il mondo intero – e speriamo anche gli elettori italiani – a interrogarsi su cosa, in quei drammatici mesi, non abbia funzionato (sempre ricordando che un’epidemia non è qualcosa di programmabile), va ai giornalisti.

Tra loro, Massimo Tedeschi – giornalista bresciano con una lunga esperienza nei quotidiani locali – prova a tracciare un bilancio con questo saggio, ricco di voci umane e anche di numeri. Tedeschi ha il pregio di farci leggere un lavoro di ricostruzione basato sulla sua voce, che nella prima parte del libro parte dalla fine per tornare all’inizio, ma raccogliendo anche le testimonianze di quelli che sono stati chiamati ad affrontare l’emergenza in primo piano, come i sindaci e i vescovi delle due città. Il tutto è arricchito da un prezioso Diario di bordo in cui Tedeschi elenca, a partire da gennaio, i dati presi dai quotidiani nazionali e poi – con l’avanzare dell’epidemia – da Giornale di Brescia, Eco di Bergamo e dalle edizioni locali del Corriere della Sera.

Una lettura necessaria, ora che la tempesta sembra essersi calmata, perché elenca dati, emozioni e reazioni, a perenne ricordo di quello che è stato. Nella speranza di fare prima o poi chiarezza sui motivi e sulle responsabilità di quello che la politica lombarda poteva – e doveva – gestire meglio.

(Iuri Moscardi)

Demonologia Rivoluzionaria, Gruppo di Nun
(NOT)

Photo credit: Not Nero Editions
Photo credit: Not Nero Editions

Ne ho già parlato nella mia recensione, chiamata giustamente Generazione Demonica, e dico solo che è un ottimo regalo di Natale per introdurre al culto della Sinistra della Mano Sinistra e pensionare una volta per tutte Babbo Natale.

(Matteo Grilli)

Un’altra fine del mondo è possibile, Pablo Servigne, Raphaël Stevens, Gauthier Chapelle
(Treccani)

Photo credit: Treccani
Photo credit: Treccani

Da tempo cercavo un saggio che raccontasse non tanto la crisi climatica in sé, quanto la nostra incapacità di affrontarla. Questo libro colma bene la lacuna, e lo fa indicando un potenziale punto di fuga che, una volta tanto, non segue la traiettoria di un cinico catastrofismo. Servigne, Stevens e Chapelle partono dall’analisi delle scorciatoie cognitive che ci impediscono di vedere il problema, per poi passare a una dimensione più sociale e culturale, un campo d’indagine riassumibile sotto il termine ombrello di “collassosofia”. Il mondo che conoscevamo (o che pensavamo di conoscere) è già finito, e mentre facciamo di tutto per evitare che questo collasso assuma i connotati di un annientamento vero e proprio, possiamo imparare a cambiare modo di guardare e di vivere su questo pianeta.

Sì, perché si fa presto a parlare di fine del mondo, ma le narrazioni apocalittiche di cui ci siamo nutriti da un secolo a questa parte inquadrano sempre un mondo desolato e devastato, dove a far compagnia a macilenti sopravvissuti rimanevano a malapena gli scarafaggi e qualche arbusto malato. Più la crisi climatica si sviluppa, più diventa chiaro che questi paesaggi post-atomici occupano un estremo che difficilmente arriveremo a raggiungere. Parafrasando il Primo Levi di Tecnocrati e Tecnografi, la fine del mondo probabilmente non avrà i connotati di un’esplosione spettacolare, sarà semmai “gretta, sordida, prosaica come un fallimento commerciale”. Quella che noi chiamiamo “natura” probabilmente ci sopravvivrà, anche se radicalmente modificata dalle ricadute dell’attività umana.

Non possiamo più permetterci di cercare scorciatoie, né tantomeno soluzioni per “salvare” il nostro stile di vita - questa è la tesi dei tre autori - ma possiamo imparare ad essere “collassonauti”, equipaggiandoci dei giusti strumenti per attraversare il collasso, sopravvivergli, e magari evitare che se ne presenti uno peggiore fra qualche decennio.

(Fabio Deotto)

Vivere mille vite, Lorenzo Fantoni
(effequ)

Photo credit: effequ
Photo credit: effequ

Vivere mille vite è un gran libro per diversi motivi e soprattutto per il modo particolare in cui quei diversi motivi sono legati tra loro, e questo sarà chiaro solo a chi si farà il regalo di leggerlo. Una recensione potrà dire al massimo che si tratta di una storia dei videogiochi esplorata a partire da una formazione personale, da un'educazione estetica e sentimentale, da una catena di vicende familiari. Una storia non esaustiva, perché non è un'enciclopedia, ma non per questo una storia collaterale, perché gli snodi e i concetti ci sono tutti, ed è francamente strabiliante l'equilibrio tra il criterio di selezione degli argomenti rilevanti, la loro capacità di illustrare i princìpi fondamentali e l'angolatura personale del percorso.

Vivere mille vite non è solo un buon saggio, è anche un saggio esemplare, perché, oltre a ciò che insegna, insegna anche un modo di guardare, perché sa riflettere sulla meraviglia e la miseria di una storia umana che, a partire da un perenne disordine di pragmatismo, sogno e caso, incredibilmente produce risultati concreti, spesso non calcolati, talvolta sublimi. Mentre racconta curiosità scintillanti – la sapete quella di Warhol e l'Amiga? - Fantoni, con discrezione, unisce puntini che tanti altri nemmeno vedrebbero e che qui diventano significativi, spalancano profondità inattese; sposta la lente su dati all'apparenza marginali eppure, una volta che li si è appresi, chiaramente irrinunciabili, imprescindibili sia per la comprensione della storia sia per la costruzione di un immaginario, posto che si tratti di due cose diverse.

E scrive bene, dannatamente bene: è uno di quei rari casi in cui parlare dello stile è davvero importante, perché lo stile qui è quasi tutto ed è quasi tutto perché sparisce, diventa la pelle di oggetti molto concreti e di concetti molto logici. Tutto è chiaro e semplice, preciso, rapido – ho bruciato duecentosettanta pagine in una notte – ed espressivo, costellato di metafore perfette: popolari, risonanti, talvolta psichedeliche, ruspanti ma mai muscolari (sì, ho pensato diverse volte al Re), perché la scrittura di Lorenzo è emotiva e gentile, e talvolta introspettiva, a tratti malinconicamente implosiva: nel saggio – stavo per scrivere nel romanzo – si parla spesso di metal, ma a me sembra di aver ascoltato piuttosto un pulitissimo disco hardcore punk.

Perché poi c'è tutto il resto: a lato del saggio, o sotto, o nell'altra stanza, o forse proprio lì, dentro alle mille vite a cui affidiamo il compito di moltiplicare l'unica che abbiamo; ci siamo noi che ci domandiamo se stiamo risolvendo o se stiamo esplorando e se poi, in fondo, alla fine cambi qualcosa; c'è l'essere figli e poi adulti, c'è il ritrovarci all'improvviso in luoghi del passato in cui abbiamo vissuto una vita che non è questa vita; c'è il nostro sorprenderci su soglie che un'altra vita ha attraversato trent'anni prima di noi, a fare i conti con quel terrificante autoscrolling che trascina tutto, e che nessuno è mai riuscito a fermare.

(Jacopo Nacci)