Moda, quanto è sostenibile la sostenibilità?

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Photo credit: COURTESY
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Vi siete mai chieste quanti abiti smessi vengano regolarmente riciclati, dacché la moda ha annunciato di essersi convertita alla sostenibilità? L'uno per cento. Lo dice un report stilato da PwC per Lablaco, piattaforma facilitatrice dell'economia circolare nel fashion biz: settore in cui, ancora oggi, si registra un brutale 85 per cento di capi svuotati in discarica ogni anno. Siamo lontani, anzi lontanissimi, dalle soglie minime fissate nel Fashion Pact del novembre 2019, un accordo sulla sostenibilità al momento sottoscritto da 62 aziende proprietarie di oltre 200 marchi (un terzo dell'industria della moda), che prevede almeno un quarto delle materie prime ottenute da fonti sostenibili entro il 2025 e la piena carbon neutrality entro il 2050. Divulgato, smentito e poi confermato, un dato è certo: dopo l'industria petrolifera, quella dell'abbigliamento è (ancora) la seconda attività più inquinante del pianeta, almeno relativamente alle emissioni di CO2e – un indicatore che indica la quantità di CO2 avente un impatto equivalente sul riscaldamento globale – mentre è terza quanto a “mix complessivo” di fattori inquinanti (entrambi i dati si evincono dal report Net Zero Challenge del World Economic Forum).

Fortuna che, entro fine anno, «Una legge europea vieterà finalmente la distruzione degli stock invenduti», spiega via Zoom Marina Spadafora, ambasciatrice di moda etica e coordinatrice di Fashion Revolution Italia. Il rispetto per l'ambiente è fondamentale, eppure non basta: «Il Fashion pact copre per lo più tematiche ecologiche, ma è altrettanto cruciale proteggere le persone» aggiunge. «I lavoratori dei Paesi più poveri, per esempio, vanno pagati col living wage, e non col minimum wage fissato dalle loro leggi. Il primo, necessario alla sopravvivenza, vale almeno 4 o 5 volte il secondo ed è l'unico modo per far sì che anche i bambini non finiscano in fabbrica per mettere insieme pranzo e cena». Le aziende di moda dovranno articolare meglio i contratti: «Sono necessari standard condivisi non solo con i terzisti, ma anche con coloro ai quali vengono subappaltate alcune lavorazioni. Servono audit indipendenti su tutti, random, e servono leggi che puniscano chi non rispetta il patto sottoscritto con l'azienda committente». In attesa che l'Unione Europea promulghi, entro fine anno, la prima legge omnicomprensiva sul settore tessile, la fashion activist rilancia: «Una volta fissati i giusti compensi, il rallentamento della produzione permetterà alle manovalanze del tessile – soprattutto donne, sottoposte a ritmi massacranti – di lavorare in condizioni più umane. E questo, a sua volta, permetterà loro di diventare più abili, di sviluppare capacità tecniche e artigianali che renderanno migliori anche gli abiti che indosseremo: durevoli, ben tagliati, meglio rifiniti».

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Gli americani hanno un detto: follow the money. Ed è proprio seguendo il denaro che – dati alla mano – si capisce subito quanto la sostenibilità convenga davvero. Prima, però, occorre fare un distinguo. E spiegare perché il cosiddetto modello lineare di produzione sia stato superato da quello circolare. Semplificando, il primo consta di quattro passaggi: approvvigionamento di materie prime (dai tessuti all'acqua per i macchinari, all'energia elettrica), produzione del capo, utilizzo e scarto. Il secondo, invece, innesta energie rinnovabili in ogni fase di lavorazione e sostituisce lo scarto col riciclo. Il primo consuma le limitate risorse del pianeta, il secondo non le intacca, trasformando in energia o prodotto ciò che già esiste e rimettendolo, appunto, in circolo. È chiaro che in un mondo in cui le materie prime scarseggiano, i loro prezzi sono destinati ad aumentare, rendendo insostenibile – dal punto di vista economico – il business dei brand meno virtuosi. Brand che, a lungo termine, banche e investitori privati considerano già meno affidabili. E infatti, nel decidere se elargire eventuali finanziamenti, tengono debito conto dell'ESG (Environmental, Social and Corporate Governance), il documento sulle strategie ambientali, sociali e aziendali messe in atto dal richiedente. Secondo uno studio di McKinsey, proprio l'implementazione dell'ESG non solo accresce la reputazione, ma nell'ultimo anno ha portato significativi miglioramenti in tre settori chiave: crescita del business, abbattimento del rischio e rendimento sul capitale investito. Insomma, chi spende in sostenibilità ci guadagna. Lo dicono i fatti: tra il 2020 e il 2021 i grandi marchi della moda hanno perso circa il 30 per cento del fatturato, mentre quelli dal core green hanno (addirittura) guadagnato il sette.

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«Le leve del cambiamento sono due, quella giuridica e quella del mercato», spiega Simone Pedrazzini, direttore Italia della società di consulenza ambientale Quantis. Abituato ad accompagnare le aziende fashion nel loro percorso di sostenibilità, il manager sottolinea quanto sia «necessario un approccio scientifico ai dati per trasformare i risultati in strumenti di cambiamento e di miglioramento del business». Ma quanto tempo ci vuole per mettere in piedi una vera strategia ambientale da zero? «Per completare la prima fase, dai sei ai 12 mesi», continua l'executive di Quantis, «il che signfica aver eseguito il calcolo dell'impronta di carbonio, stabilito gli obiettivi di riduzione e determinato un piano di azione successivo. Dopodiché, naturalmente, occorre applicarlo. Perché è sul terreno della perseveranza e della credibilità che si vince la partita». Ed è proprio alla credibilità che guardano i millennials, il 69 per cento dei quali, ancora secondo McKinsey, è deciso a vestire solo brand sostenibili. Il gioco vale la candela, dunque. Anche a livello globale, visto che già nel 2005, in occasione del G8, l'autorevole studio The Economics of climate change invitava a investire l'uno per cento del Pil mondiale per implementare le pratiche sostenibili. Ed evitare di perdere, da allora in poi, almeno il cinque per cento ogni anno.

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