Nati per essere liberi: ma quanto poco peso diamo a un bene così nobile e prezioso?

Di Maria Elena Viola
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Photo credit: Elle
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La libertà. Ci avete mai pensato? Se nasci e cresci in uno stato di diritto, nella parte “privilegiata” del pianeta, per puro caso, senza alcun merito, difficilmente ti viene in mente. È come l’aria che respiri. L’acqua che bevi a sazietà. Il sole che sorge ogni mattina. Semplicemente c’è. E ti è dovuta.

Poi un giorno capita che non sia più tua. Che qualcun altro la decida per te e la elargisca a piccole dosi, come un “patrimonio” contingentato. Niente è scontato. Uscire a farsi un giro. Mangiare al ristorante. Far visita a un amico. Partire.

Abbiamo sperimentato, con la pandemia, la sospensione della libertà. È solo un’interruzione temporanea, imposta a fin di bene per contenere i contagi e tutelare la collettività, non lede in alcun modo i nostri diritti fondamentali, semplicemente limita gli spostamenti e le relazioni, ai soli fini della sicurezza. È un sacrificio necessario e a scadenza. Eppure, ci pesa. Non basta più volere per potere. Ci vuole il permesso.

Per me, per molti di noi, è stata l’occasione per riflettere su quanto poco peso diamo a un bene così nobile e prezioso. Ma anche per guardarsi intorno e capire quanto la libertà - per noi così ovvia, così a buon mercato - sia in realtà nient’affatto scontata in tanta parte di mondo. Non solo in quella devastata da scontri armati e carestie, tensioni fratricide, guerre di religione, dittature manifeste o mascherate, ma anche in realtà all’apparenza pacifiche, che dietro la democrazia di facciata nascondono i semi dell’intolleranza e del pregiudizio, o non sono abbastanza forti e vigili per alzare una barriera contro gli istinti peggiori che covano al suo interno.

Che una ragazza torni a casa da sola la sera, attraversando il parco, mettendo in atto tutte le strategie che ogni donna, giovane e meno giovane, a ogni latitudine, in ogni cultura, ha imparato fin da bambina a mettere in pratica per non attirare gli sguardi maschili e farsi preda di sconosciuti, come si fosse animali e non esseri umani, consenzienti o dissenzienti - abiti anonimi e non provocanti, scarpe basse e comode, occhi bassi - e venga comunque aggredita, a volte uccisa, com’è successo a Sarah Everard in un quartiere a sud di Londra, e ad altre sue coetanee ieri o domani, a Roma, Berlino, Lagos, Mumbai, no, non è libertà.

Che un aborto venga negato in Polonia, per legge, esclusi i casi d’incesto o di stupro, e 100 amministrazioni si autoproclamino “gay-free” in barba alle norme dell’Ue contro la discriminazione, no, non è libertà.

Né è libertà rischiare il carcere o andare in esilio perché si lotta per i diritti o si dà voce al dissenso.

Questo accade oggi, lontano e vicino a noi. Nel mondo globalizzato. Dove è impossibile girarsi dall’altra parte e non guardare. Per questo i giovani, migliaia di giovani, di ogni fede, etnia, credo, cultura, scendono in piazza per dire basta. Usando il tam tam dei social. Manifestando pacificamente. Come un’onda di lava che procede lenta e inesorabile per asfaltare vecchie consuetudini, e creare una terra vergine su cui costruire un futuro diverso. Non necessariamente perfetto, ma almeno, più aperto e più giusto.

Esercitare la libertà, metterla in pratica, è più difficile di quello che sembra. Persino per noi che la sperperiamo avendola trovata bell’e pronta. Questo numero parla anche di questo. Delle piccole e grandi gabbie di cui non ci accorgiamo. I legacci con cui ci imbrigliamo da soli, rendendoci schiavi: di un’abitudine, di un modello, di un’idea, di un’ossessione, di una falsa credenza. Ma anche di una paura o di una nuova forma di censura camuffata da libertà, in nome del politicamente corretto, come ha denunciato l’attrice Isabelle Adjani in occasione degli ultimi César (pag. 39). La libertà è materia incandescente e va maneggiata con cura. Vi lancio una sfida: guardatevi dentro e chiedevi “quanto sono davvero libera?”. Se avete voglia, scrivetemi.

Scrivetemi pareri, commenti, consigli a direttoreelle@hearst.it