Nel Lazio la prima legge in Italia per la parità salariale

Di Elena Fausta Gadeschi
·4 minuto per la lettura
Photo credit: nito100 - Getty Images
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La cattiva notizia è che nessuno di noi vedrà realizzata la parità di genere nel corso della propria vita, stando ai calcoli del Global Gender Gap Report 2020, che fissa a 99,5 anni il tempo necessario a raggiungere questo traguardo. La buona notizia è che in Italia la regione Lazio è al lavoro per accelerare il processo e sembra decisa a dare il buon esempio. È di ieri la notizia del primo via libera all’unanimità alla proposta di legge per la parità retributiva tra i sessi e il sostegno all’occupazione femminile, presentata dalla presidente Pd della commissione Lavoro Eleonora Mattia. “Noi siamo la prima Regione in Italia che mette nero su bianco che c’è un problema con il lavoro delle donne e, con tempismo, mettiamo in campo soluzioni concrete e diversificate per risolverlo. E lo facciamo con una legge fondata sul riconoscimento della parità di genere come presupposto per un sistema equo di cittadinanza e di convivenza nonché per lo sviluppo socioeconomico” – ha dichiarato dal suo profilo social la Consigliera Regionale, decisa a “correggere le storture, a partire dalla riduzione delle diseguaglianze economiche e di genere".

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L’obiettivo di questa proposta di legge, che punta a investire 7,6 milioni di euro nel prossimo triennio, è quello di “costruire una Regione Lazio più forte, più giusta, che sappia in primo luogo recuperare ogni posto di lavoro perduto, tutelare ogni posto di lavoro oggi in bilico, creare nuova occupazione di qualità". E per farlo si dovrà tenere necessariamente conto dei dati allarmanti che riguardano non solo l’occupazione femminile in Italia, che come abbiamo già ricordato a dicembre 2020 ha registrato la perdita di 99mila posti di lavoro femminili a fronte dei 2mila occupati da uomini (dati Istat), ma anche di quelli scorporati della regione Lazio, dove ancora 1 donna su 2 non lavora (52,1%) e solo nell’ultimo anno, secondo i dati Eures e Istat, l’occupazione femminile è scesa del 3,1% contro l’1,1% degli uomini.

Il problema non riguarda solo il lavoro che non c’è, ma anche il divario salariale che persiste tra i sessi. Se è vero che il contratto collettivo nazionale fissa gli stipendi e regolamenta minimi retributivi, permessi, malattie e congedi parentali, nella pratica sono tante le differenziazioni di genere che vengono applicate. Un sotto-inquadramento della lavoratrice, a parità di lavoro effettivamente svolto, un mancato avanzamento di livello, insieme all’assenza di servizi complementari che permettano di conciliare le esigenze lavorative con quelle familiari, contribuiscono a creare quelle discriminazioni salariali “occulte”, che tanto danneggiano la struttura sociale del nostro Paese.

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Per combattere queste forme di discriminazioni la proposta di legge prevede la creazione di un sistema di premialità per le aziende virtuose che saranno inserite in un registro e che potranno beneficiare di contributi economici con un taglio dell’imposta regionale sulle attività produttive fino al 100% e la possibilità di ottenere punteggi aggiuntivi quando si partecipa a bandi o avvisi regionali. Un sostegno economico verrà anche riconosciuto alle aziende che introdurranno corsi di formazione per le donne che hanno perso il lavoro. Inoltre sarà istituito un fondo regionale per le vittime di violenza e uno sportello donna nei centri per l’impiego. Per le aziende che non rispetteranno la parità salariale, verrà prevista invece un’apposita lista che non consentirà loro di godere di alcun beneficio economico. Inoltre, se condannate per un licenziamento in violazione della legge sulla maternità o paternità, perderanno quelli acquisiti nel tempo. La proposta di legge si applicherà anche alle persone dello stesso sesso elette dalla regione Lazio all’interno degli organi collegiali di aziende pubbliche come ad esempio le Asl, che potranno essere al massimo due terzi del totale.

Un provvedimento che la consigliera Eleonora Mattia dedica “a tutte le donne che lavorano il doppio, fuori e dentro casa”, “a tutte quelle che vorrebbero un figlio e sanno che questo potrebbe compromettere il loro posto di lavoro”, “a quelle che il lavoro l’hanno perso dopo la maternità, “a quelle che un figlio ce l’hanno e vorrebbero avere dei tempi di vita e di lavoro più sostenibili basati sulla genitorialità condivisa e in un mondo del lavoro che tenga conto delle esigenze delle famiglie”. Ben detto e (anche) ben fatto.