Nel nome di Greta (Thunberg). Le ragazze e i ragazzi di Fridays for future non sono spariti, anzi

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Photo credit: Simona Granati - Corbis - Getty Images
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«Dove sono finiti? Dove sono finiti quei ragazzi che un anno fa hanno fatto scendere in piazza milioni di persone e hanno portato la crisi climatica sulle bocche di tutti i governi?». È una domanda che molti si fanno e ci fanno, con stupore e un pizzico di delusione. Dove siamo finiti? Prigionieri dietro schermi pallidi, vittime di un AAD (Attivismo A Distanza) che ci ha messi a dura prova; oscurati da emergenze sanitarie, economiche e politiche che hanno messo non in secondo, ma in ultimo piano quella che di esse è madre e figlia: l'emergenza climatica. Le ragazze e i ragazzi di Fridays for future non sono spariti e non spariranno, perché purtroppo la crisi che li ha spinti a unirsi, a lottare per il loro diritto a un futuro e a un presente è ancora qui, pervasiva, minacciosa. Semplicemente, sono stati silenziati per lunghi mesi e hanno continuato a parlare a vuoto, come un film a cui hanno tolto l’audio.

Photo credit: courtesy
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Io sono Sara. Ho 24 anni, frequento l’università, ho le mie amicizie, i miei affetti, le mie difficoltà di tutti i giorni. Mi piace scrivere, viaggiare, scalare montagne. Mi piace, come tutti, vivere una vita degna di essere vissuta. Non è stata voglia di gloria, né ricerca di approvazione a farmi scendere in piazza, il 15 marzo di due anni fa. È stata una presa di responsabilità, un riconoscermi cittadina italiana e del mondo con i diritti e i doveri che ciò comporta. Così come è stato per le centinaia, migliaia (milioni!) di altri che hanno fatto lo stesso. Per questo ho scritto un romanzo dal titolo Non siamo eroi: perché nella lotta alla crisi climatica non abbiamo bisogno di eroi, bensì di cittadine e cittadini. La mia generazione si è trovata a crescere in un’epoca, in un contesto storico – quello della crisi climatica globale – che ci costringe a fare delle scelte. Sappiamo che lasceremo un’impronta, qualsiasi cosa decideremo di fare o non fare. Semplicemente, abbiamo trovato il coraggio – e ce ne serve tanto – di guardare in faccia la realtà, accettarla e affrontarla in quello che crediamo essere il modo migliore possibile. Questo è il nostro attivismo.

Interventi concreti

Abbiamo ottenuto vittorie piccole e grandi. Abbiamo portato l’emergenza climatica all’attenzione delle persone, dei media, dei governi. Abbiamo contribuito a cambiarne il discorso e la percezione, ad aumentare la consapevolezza, diffondere l’informazione. È stato anche grazie alle nostre rivendicazioni che la Climate Law si è posta l’obiettivo di eliminare il 55 per cento delle emissioni climalteranti entro il 2030 e che quasi il 40 per cento dei soldi del Next generation – quello che in Italia chiamiamo Recovery Fund – dovrà obbligatoriamente essere investito nella transizione ecologica. La strada è ancora lunga, soprattutto dopo un anno in cui v’è stata l’assurda presunzione di poter "mettere in pausa" l’emergenza climatica. Come se ignorandole, le onde di uno tsunami smettessero di esistere. Nelle lunghe giornate del lockdown, tra sessioni di esami e crisi di clausura, quando non si parlava d’altro che di pandemia, abbiamo scritto assieme a scienziati ed esperti Ritorno al futuro, un progetto con 7 proposte per una ripartenza eco-compatibile, equa e in grado di affrontare con efficacia e concretezza le tre crisi che stiamo vivendo: climatica, sanitaria ed economica. Finalmente si parla di transizione ecologica: s’ha da fare, sì, e in modo efficace, effettivo ed efficiente. Che sia necessario perseguire una riconversione alle rinnovabili al 100 per cento è un dato di fatto.

In Italia però siamo ancora dipendenti da fonti fossili per il 65,6 per cento della produzione energetica nazionale. Come attuare una decarbonizzazione immediata (da raggiungere al massimo entro il 2025) che non penalizzi l’economia né le parti sociali coinvolte? Innanzitutto adottando un piano d’azione che assicuri una riduzione di almeno il 7,6 per cento delle emissioni di Co2 all’anno, investendo su nuove tecnologie come l’eolico offshore e il solare a concentrazione. È fondamentale anche eliminare i sussidi pubblici alle fonti di energia fossili, che in Italia ammontano a 16,8 miliardi annui, e tassare fortemente il carbonio. Altri passi importanti sono incentivare la riconversione energetica degli edifici – con politiche come l’ecobonus – e promuovere un modello di generazione distribuita di energia che eviti monopoli e riduca drasticamente le dispersioni dovute al trasporto di energia.

Dall'inquinamento alla scuola

Un settore fortemente impattante è quello agroalimentare. Le due problematiche centrali sono la filiera dei prodotti animali, che stando ai dati della Fao impatta per almeno il 15 per cento nelle emissioni climalteranti globali (quanto l’intero settore dei trasporti! ) e lo spreco di cibo. Ogni anno in Italia vengono sprecate circa 1.6 milioni di tonnellate di alimenti (equivalenti a 15 miliardi di euro). È inaccettabile sia a livello climatico che umanitario, se si considera quante persone patiscono ancora la fame. Oltre un terzo del bilancio UE finanzia sussidi agricoli nell’ambito della Politica agricola comune: questo denaro pubblico deve essere indirizzato verso lo sviluppo di un’agricoltura sostenibile nei vari Paesi.

Come scriviamo in Ritorno al futuro, è necessario passare a “un sistema alimentare meno impattante, più locale, più trasparente e a base principalmente vegetale, disincentivando il consumo dei prodotti di origine animale e favorendo la riconversione delle aziende e il ricollocamento dei lavoratori”. Per far ciò vi sono una serie di linee guida da seguire, che vanno dal finanziamento di progetti per azzerare gli sprechi alimentari e diminuire il consumo di carne e derivati, a misure che portino all’eliminazione dei pesticidi sintetici e che affrontino i problemi di sovrasfruttamento del suolo, ma anche della pesca intensiva, garantendo la salvaguardia degli ecosistemi. Altri aspetti che chiediamo di considerare nell’immediato sono il settore dei trasporti, che secondo i dati Ispra è uno dei più emissivi a livello nazionale, la tutela del territorio attraverso la lotta al consumo di suolo, la gestione delle risorse idriche e dei rifiuti. Per ultimo, ma non ultimo, il turismo, settore in continuo sviluppo che in Italia copre il 13 per cento del Pi nazionale e pesa sul nostro carbon budget. Privilegiare e incentivare forme di turismo eco-compatibili e responsabili, che tutelino il territorio e le persone è un passo chiave nella lotta alla crisi climatica. Ancora, non trascuriamo l’istruzione e l’educazione, fondamentali per formare cittadini attivi e consapevoli. La collaborazione con le scuole e il dialogo con i giovani devono essere la prassi, non l’eccezione. Insomma, le risposte ci sono e sono chiare. La strada da seguire è ben segnata, come un’autostrada in un deserto. Pensiamo e agiamo, perché il momento delle scelte epocali è questo e non tornerà. Le idee, la tecnologia, la possibilità concreta di rendere tutto ciò realtà esistono già. Non resta che metterle in pratica.

Photo credit: Fabbri
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Voci dal mondo

Da quando Greta Thunberg è scesa in piazza, alla fine dell’estate del 2018, il movimento dei Fridays for future si è subito caratterizzato per la sua connotazione internazionale. Ora, in tempi di pandemia, sfruttiamo la tecnologia (da WhatsApp a Zoom a Facebook) per fare rete attraverso cinque continenti.

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Mikaelle Farias, 19 anni, dal Brasile, dice: «Ciò che accade oggi non riguarda solo il cambiamento climatico, ma il nostro presente e il futuro delle prossime generazioni».

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Fousseny Traoré, 27 anni, parla dal Mali: «Nel mio Paese abbiamo vissuto sulla pelle le conseguenze della crisi climatica: l’avanzare dei deserti, siccità e alluvioni, fame, malattie, conflitti e terrorismo. Non parlo di dati, ma di qualcosa che sto vivendo: qui, ora».

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Bianca Castro, 19 anni, dal Portogallo, aggiunge: «C’è bisogno di un’economia e di una politica che come priorità abbiano la vita, non il profitto. Ci resta poco tempo, ma sono convinta che il potere delle persone sarà più forte delle persone al potere».

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La filippina Mitzi Jonelle, 23 anni, racconta di come nel 2020 il suo Paese sia stato colpito dalle più forti tempeste della storia: «Il governo cerca di schiacciare le voci di scienziati e attivisti, ma noi continueremo a lottare: per e con le persone».

Come sostiene la svedese Isabelle Axelsson, 20 anni: «Continuiamo a fare rete a livello sia nazionale che globale. Perché è questo che serve: il locale e il globale, insieme».

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