Nell’era di ora anche il Save the date ha cambiato i connotati

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Photo credit: Elle
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Nell’era di prima era la formuletta magica che preannunciava appuntamenti imperdibili: party, sfilate, premiazioni, pranzi di lavoro, cene di gala, talk, svendite, anteprime, vernissage, più smitragliate di fuffa da cui si veniva bersagliati di continuo fino a perdere l’eccezionalità dell’evento e la perentorietà del remind. Compariva già al mattino nell’oggetto della mail la fatidica scritta, in bold assertivo e lampeggiante, come monito per “blindare l’agenda”, tanto per usare un’espressione di prima, nel linguaggio nevrotico e incalzante di quella vita pre-covid rutilante e overbooked. Fosse mai che uno si disbrigasse all’ultimo con la scusa dell' «Eh, se me lo dicevi prima». Poi di colpo il silenzio. Dacché si campava a olivette e champagne illudendosi di stare a dieta, si è passati al salutismo forzato della sopravvivenza da remoto. Digiuno sociale, sazietà alimentare. Il mondo alla rovescia.

Nell’era di ora anche il Save the date ha cambiato i connotati. Persino nella fu Milano da bere. Non tanto e non solo per la mancanza oggettiva di rutilanza, ma perché c’è un unico “evento” a cui ci interessi veramente presenziare: la vaccinazione. Mai appuntamento è stato più atteso, mai invito su apposita chiamata da piattaforma digitale del servizio sanitario più gradito.

Ci abbiamo messo mesi per essere ammessi nel cerchio magico dei “raccomandati” – non nel senso italiano di protégé bensì in quello medicale di fascia “fortemente consigliata” – lasciando prima il passo alle categorie più a rischio, com’è giusto che fosse; inalberandoci per i soliti imbucati che sono riusciti a saltare la fila in barba al senso civico e al principio di onestà; aspettando pazienti il nostro turno con mascherine e gel disinfettanti, oltre che buona dose di fiducia, mentre il commissario per l’emergenza Figliuolo dirigeva i lavori.

Ma adesso finalmente tocca a noi. Per una volta la discriminante anagrafica ha giocato al contrario e quasi si gioisce ad essere nel pieno o nell’area Cesarini della mezza età per togliersi il pensiero e buttare il cuore oltre l’ostacolo, cioè cominciare a navigare su Booking in cerca di soggiorni splendidi e riparatori, da programmare dopo il richiamo.

Il generale dell’esercito Francesco Paolo Figliuolo (come si fa a non fidarsi di uno con un nome così? Che indossa ogni giorno il cappello da alpino?), ha dichiarato pubblicamente che punta a 500.000 dosi al giorno, anzi un milione – bum! – e che per settembre avremo raggiunto l’immunità di gregge. Benedetto Figliuolo. I suoi “raduni” ormai hanno più fan di quelli rave di Bob Sinclar, benché al bancone si chieda uno shot di Pfizer o di AstraZeneca invece del solito Moscow Mule.

Io sono stata a quello di Novegro, area fieristica convertita in hub con pratico parcheggio. Eravamo in tantissimi. Più che a una festa dell’Unità, ma meno organizzati. Assembrati in modo “consapevole” con museruola e giusta distanza, ma incapaci di formare una fila ordinata. Allegri e solidali, ciarlieri e felici di essere là, a un passo dalla salvezza, mentre solerti volontari al servizio civile ci facevano firmare moduli e snocciolare patologie pregresse, guidandoci e spronandoci come fossimo un gregge per davvero, a un metro dall’agognata immunità.

È durato un attimo, e non me lo sono neanche goduto il mio momento profilassi, presa com’ero a chiacchierare col dottorino che inventariava effetti e benefici della siringa appena iniettata. Prossima dose a fine maggio. Se tutto va bene per il ponte del 2 già sono al sole oltre confine (lombardo, per ora, non c’allarghiamo). Contenta e immunizzata. Pronta a riprendere la vita di prima. Non vedo l’ora. Save the date.

Photo credit: elle
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