Niente di più umano dell'amore: intervista al premio Nobel Kazuo Ishiguro

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Photo credit: Howard Sooley
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Stati Uniti. Futuro anteriore. Klara è un Amico Artificiale: lei e gli altri AA sono creati per alleviare la solitudine di bambini e adolescenti. La sua proprietaria si chiama Josie ed è una quattordicenne con problemi di salute. Se questi elementi di base di Klara e il sole (Einaudi, 19,50 euro) di Kazuo Ishiguro, autore britannico di origini giapponesi, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2017, potrebbero far pensare a un romanzo tra la distopia e la fantascienza, in realtà non c’è niente di più umano e contemporaneo delle domande che l’autore solleva sulla natura delle nostre emozioni e sull’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sulle nostre vite.

Nel libro, che lei ha scritto nel 2019, gli alunni studiano a casa sui tablet e si disabituano a socializzare con i coetanei; esporsi al sole diventa una questione vitale. In pratica ciò che è accaduto durante la pandemia: ci ha pensato?

La coincidenza con il tema dell’esposizione al sole non mi era ancora stata fatta notare, ma in effetti è vero: anche io, paradossalmente, sono diventato più consapevole della presenza del sole e mi sono esposto di più alla luce nell’ultimo anno, dato che durante il lockdown era necessario fare lo sforzo di uscire all'aperto, magari per lavorare in giardino. L’isolamento dei ragazzi, dovuto anche allo spazio che i social media hanno nella loro vita, è stato solo accentuato dalla pandemia. Siamo tutti preoccupati, non so se a torto o a ragione, per il loro futuro. Essendo stata creata per tener loro compagnia, Klara guarda al mondo degli umani attraverso le lenti della solitudine. Ma come scrittore io non sono tanto interessato al nostro essere soli nel quotidiano, ma alla solitudine come essenza dell'esperienza umana.

Indipendentemente dalle nuove tecnologie, dunque.

Sì, anche se tutto viene amplificato da queste o meglio dai modelli di business delle grandi aziende che al momento le controllano, perché è nel loro interesse economico incoraggiarci a passare più tempo davanti a uno schermo che tra di noi. Pensiamo però a una situazione più tradizionale come un’importante partita di calcio. Siamo in migliaia, milioni ad assistervi e tutti vediamo due squadre una di fronte all’altra. Poi si arriva ai calci di rigore. E all’improvviso diventiamo consapevoli di quanto ogni singolo giocatore sia, in realtà, solo. Davanti a una scelta che ricorderà per tutta la vita. L’esperienza umana è così: anche se ci sforziamo di organizzare l’esistenza in modo da viverla con altri, ci ritroveremo sempre in momenti di isolamento. Quando stiamo male, per esempio. L’esperienza umana è una battaglia tra la solitudine e la ricerca di compagnia per non sentirla.

A proposito, ecco cosa dice la madre di Josie a Klara: «Deve essere bellissimo. Non sentire la mancanza di niente. Non avere nostalgia delle cose». E ancora: «A volte deve essere bello non avere sentimenti. Ti invidio». Siamo diventati così incapaci di stare in contatto con le nostre emozioni da poter provare invidia per un automa?

Non direi che oggi siamo meno sensibili alle emozioni, anzi. In passato c'è chi è stato davvero costretto ad anestetizzarsi, per sopravvivere: non c’è niente di più disumanizzante delle circostanze in cui la gente si è trovata durante le guerre, quando civili e soldati venivano massacrati. O ai primi tempi della rivoluzione industriale, quando anche i bambini lavoravano senza orario. Certi aspetti del mondo contemporaneo, però, mi preoccupano. La tecnologia ci offre delle nuove possibilità e potrebbe aumentare la capacità di comprenderci. In fondo si parla di information revolution: le informazioni dovrebbero avvicinarci gli uni agli altri. Però gli attuali modelli di business incoraggiano la comunicazione attraverso gli schermi e funzionano meglio enfatizzando le emozioni negative che ci tengono incollati alla tastiera, come rabbia e odio. La sfida è quella di riuscire a gestire la tecnologia sulla base dei nostri interessi e non quelli delle aziende.

Nel libro emerge che ciò che determina le decisioni degli umani è l’amore, specialmente quello di una madre per il figlio. Un sentimento che nessuna macchina potrà mai replicare, non crede?

Sì e Klara alla fine giunge a una conclusione non molto diversa. Quando le viene prospettato di prendere il posto di Josie nel caso la bambina muoia, si domanda se esista qualcosa di davvero insostituibile in un essere umano e conclude che il luogo dove cercare questo “qualcosa” che potremmo chiamare anima, non è in Josie, ma nelle persone che la amano. Nessuna macchina, per quanto programmata per mappare in maniera comprensiva desideri e scelte umane potrà mai catturare la loro capacità di amare ed essere amati da altri. Vale per l’amore, così come per l’odio. In termini tecnologici non sono in grado di dire se un giorno una macchina potrà sentire ciò che noi chiamiamo amore. Al momento pare proprio di no.

La madre di Josie pensa che, se dovesse perdere la figlia, un robot che ne replica sembianze, movenze e modo di pensare, potrebbe sostituirla. L’amore è solo una nostra proiezione?

Questa è una domanda molto umana: quanto è realmente importante l’oggetto del nostro sentimento? La madre di Josie ha paura del lutto e ha bisogno di convincersi che, se riuscirà a trasferire l’amore materno su Klara, non dovrà sperimentarne il dolore. La nostra capacità di amare è spesso connessa ad altro, come il tentativo di evitare la sofferenza: dietro la scelta se amare una persona o un’altra ci sono sempre degli incentivi. Possiamo convincerci di desiderare qualcuno che è ricco o potente e innamorarci di lui proprio per questo, per esempio. Nelle società occidentali moderne abbiamo costruito un’idea molto romantica dell’amore, forse proprio per camuffare le motivazioni più crude che ci spingono a unirci a qualcuno.

Klara è convinta che le sue preghiere al sole verranno esaudite. Esattamente come gli esseri umani credono in Dio. Lei sembra suggerire che persino un robot, se creato a nostra immagine, non possa fare a meno della fede.

Volevo mostrare una relazione quasi religiosa, ma priva di quegli aspetti politici e di potere che sono stati costruiti intorno alla religione nei secoli. Quello di Klara è puro istinto. Ho pensato che fosse logico per lei, alimentata a energia solare, presumere che anche gli umani abbiano bisogno del sole per funzionare: che poi è la verità, anche se non in modo diretto com’è per lei. Era importante che lei credesse all’esistenza di un’entità buona, capace di protezione. La domanda che mi sono dovuto porre come scrittore è stata: a un certo punto dovrò distruggere questa sua fede oppure posso consentirle di mantenerla fino alla fine? Ho concluso che quest’ultima non fosse una scelta sentimentale, anzi. Era la più realistica: perché al mondo il bene esiste ed è fin troppo facile raccontare solo il male. Poiché la mia cultura di provenienza è quella giapponese, sono consapevole che esistono due tipi di sentimentalismi: quello occidentale, della felicità e dell’happy end hollywoodiano; e quello della sofferenza, diffuso in Giappone, dove i personaggi di libri e film sono messi in condizione di sperimentare l’infelicità e il pubblico piange insieme a loro. In un caso e nell’altro ci si crogiola in un’unica emozione, con il rischio di separarsi da una visione onesta del mondo e di manipolare i sentimenti del pubblico.

Photo credit: Courtesy Photo
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Uno dei personaggi, Mr Capaldi, dice: «Ogni lavoro comporta delle scelte etiche». Lo stiamo tenendo in mente mentre andiamo verso un futuro, sebbene lontano, come quello da lei descritto?

Non credo si tratti di un futuro lontano: da anni mi interesso ai temi dell’intelligenza artificiale e dell’editing genetico, partecipando a incontri e discutendo con gli scienziati. Molte delle cose che accadono nel romanzo non sono così lontane dalla realtà. L’editing genetico, per esempio, siamo già in grado di farlo: anche se non a quel livello di sofisticazione. Nell’ultimo anno le persone ne sono diventate più consapevoli, in parte a causa della pandemia, in parte perché due pioniere nel campo hanno vinto il Nobel (Emmanuelle Charpentier e Jennifer A. Doudna hanno ricevuto il Premio Nobel per la Chimica per lo sviluppo di un metodo per la scrittura del genoma, ndr) e il mese scorso è uscito il bestseller di Walter Isaacsen su Jennifer Doudna (The Code Breaker. Jennifer Doudna, Gene Editing, and the Future fo the Human Race, ndr). Eppure ancora non abbiamo compreso del tutto le enormi possibilità che ci si spalancano davanti: potremo evitare altre pandemie, le malattie ci faranno meno paura. Certo, si solleveranno domande importanti: per com’è oggi il mondo non riesco a immaginare come potremo impedire ai genitori di potenziare geneticamente i loro figli. Anche la chirurgia estetica era nata per aiutare chi aveva cicatrici o ustioni e ora è una grande industria che fa apparire le persone più belle. Nel mio libro il potenziamento comporta dei rischi: chi non vi si sottopone, però, resta indietro. Sono problemi che dovremo affrontare.

Lei che sentimenti prova verso il mondo di domani: preoccupazione, curiosità, paura?

L’impatto dell’intelligenza artificiale sarà eccitante ma anche preoccupante: porterà grandi benefici, ma anche un livello di disoccupazione mai sperimentato prima. Dovremo riorganizzare la società intorno all’idea che la maggior parte delle persone non avrà più un lavoro e l’economia non si fermerà per questo. Così come la meccanizzazione ha rimpiazzato il lavoro manuale, lo stesso accadrà per quello intellettuale. Considerato che oggi lavoriamo tutti troppo, potrebbe non essere una cosa negativa, a patto di riorganizzarci. Ma ho la sensazione che non ci riusciremo, a meno di iniziare subito. Per farlo dovremmo conoscere i progressi fatti in questi campi e discuterne pubblicamente: ma la ricerca avviene soprattutto in ambito privato e le aziende non vogliono pubblicizzare i loro progressi, sia per questioni di segreto industriale, sia perché vogliono essere liberi da regole, leggi, accordi internazionali.

Klara pensa ingenuamente che per convincere il sole ad aiutarla le basterà mettere fuori uso un singolo macchinario inquinante. Come si pone lei davanti al tema del cambiamento climatico?

Non lo capisco fino in fondo: non come mia figlia e quelli della sua età. La mia generazione deve quasi costringersi a interessarsene, perché ci siamo formati su altre questioni: la guerra fredda, la minaccia del nucleare, la contrapposizione tra capitalismo e comunismo, la paura del totalitarismo. Pensare al climate change come a una grande minaccia comporta per noi un cambio di marcia. Non dubito che sia una delle maggiori sfide del futuro, ma non ho grande competenza e, quindi, tutto sommato mi torna utile che Klara abbia una visione infantile della questione. Anche se ho il sospetto che il modo in cui stiamo contrastando il problema oggi non sia molto meno naif del suo.

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